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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità. Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

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[2/2/2010]

# 37_Nichi Stefi_II

Sport e sofferenza. Sport e maschera di dolore. Sport e ribellione contro l'uomo bianco. Ma soprattutto sport e incazzatura con il senso del limite che oscure entità superiori hanno preposto al nostro organismo. La corsa è forse lo sport più filosofico perché totalmente giocato contro se stessi: non ci sono porte da violare, avversari da dribblare, corpi da massacrare, solo tempi da abbassare (che sia fondo o velocità, non cambia poi molto). Emil Zapotek (1922-2000), figlio di un ciabattino cecoslovacco e sostenitore di Dubcek durante la Primavera di Praga, si allenava con scarpette da ginnastica che oggi fanno ridere, o peggio, con scarponcini militari. Si preparava a diventare la Locomotiva Umana, sempre sul punto di stramazzare, claudicante e con smorfie disgustose, capace di cambiare ritmo senza pietà per gli avversari. Nel 1952 a Helsinski è stato il primo atleta – e per il momento unico – a vincere le tre medaglie d'oro delle corse di fondo, 5.000, 10.000 e maratona. Nichi Stefi (alla sua seconda puntata dopo i versi dedicati al Caro Leader) racconta una bella storia americana con finale a sorpresa, forse non c'entra con la corsa ma con lo sforzo fisico come metafora del dolore dell'anima sì.
Le immagini di Dorothea Lange (1895-1965), pubblicate sul sito della World Digital Library, sono conservate nella Libreria del Congresso e nel National Archives and Records Administration. Sono state commissionate dal Department of Agriculture, Bureau of Agriculture Economics, Washington, D.C. nel 1940 per documentare le difficili condizioni di vita dei migranti che erano calati in California dalle regioni del Nord e del Middle West. Paesaggi umani di compunta desolazione, un istante prima di precipitare nel baratro della rassegnazione.



[1/2/2010]

# 36_Carlo Cavalli

Di questo autore sappiamo poco, salvo che lavora per un marchio noto della finanza italiana e ‘vive di asset location ma adora pensare ad altro'. È una delle vittime del libro Meglio qui che in riunione: non ha resistito alla tentazione di immaginare la faccia di un cittadino del futuro nel momento in cui si sarà fermato per curiosare di fronte alla sua tomba futura, e ci ha mandato un autoepitaffio assai convincente, facendolo seguire a distanza di qualche settimana da quello di sua moglie. Dalla filigrana della scrittura abbiamo intuito qualcosa (senz'altro un forte lettore, ma forse anche un autore?). Siamo stati premiati. A stretto giro di mail Cavalli ci ha inviato un pregevole miraggio costruito giocando sul filo delle parole. Come sabbia fra le dita.



[11/1/2010]

# 35_Ciro Ferreira

Finalmente l'Øspite ambiguo si tinge di eros! E non stiamo parlando di un timido rosa, ma di un bouquet irrefrenabile di sgargianti cromatismi di fiori e frutti tropicali, che trasudano ardore a caratura piena e piacere della rêverie più sfrenata. Letti da qui, nella nostra piccola e polverosa Europa, dove i pruriti sono rimasti fermi ai filmini svedesi degli anni sessanta, ci sembrano un gioiello di prosa proibita. Non vediamo l'ora di leggere in volume le rimanenti 42 storie delle conquiste di Don Oscar Zeta Acosta (una volta le avrebbe pubblicate Olympia Press, ma oggi?). Ciro Ferreira è il nom de plume di un autore italiano che vive e lavora in Brasile da tempo e che si è compenetrato a sufficienza (potevo dire imbevuto, immerso, contaminato...) con l'ordito del realismo fantastico della letteratura sudamericana. Il suo anonimato è reso necessario per non indispettire mariti, fidanzati e genitori.
Abbiamo associato le sette eroine di questi racconti a sette creature vegetali del Giardino Botanico di Rio de Janeiro, trovate in rete (l'autore delle fotografie non ce ne vorrà, d'altronde il suo nome è riportato in basso a destra in ogni scatto). Quel luogo merita una visita, perché è un esempio di natura spettacolarizzata ma anche perché vi è la patina della storia, ci sono architetture di fine ottocento... Cosa che rende tutti i giardini botanici del mondo, come anche gli osservatori astronomici, crocevia di passeggiate oniriche fortissime. Quando vi ho messo piede, circa vent'anni fa', avevo 40 di febbre ma per nessuna ragione avrei potuto rinunciare a questa visita. Ricordo, in mezzo ai fumi del delirio, questi tronchi altissimi che facevano venire le vertigini, queste foglie grandi, queste bocche abnormi, tutto era grande e scintillante. E ricordo perfettamente di aver visto, tutt'a un tratto, un serpente nero sgusciare a dieci metri da me, con maestosa eleganza...



[10/1/2010]

# 34_Alvaro Occhipinti

Alvaro Occhipinti è un messinese espatriato a Milano, dove ha condotto una bella parabola d'artista. Il suo studio è in Porta Genova, ma il legame con l'isola è rimasto molto forte. Non si è dunque tirato indietro all'invito di scrivere un breve testo per il volumetto Cara Messina… Manifesto ideale degli intellettuali messinesi della diaspora, pubblicato in occasione del centenario del terremoto del 1908. Il fatto è che suo nonno, Eugenio Occhipinti, fu uno dei medici accorsi subito dopo il sisma, e negli annali di famiglia questo episodio – lo sgomento di fronte alla carneficina, l'impotenza, la devastazione – è impresso a tinte indelebili. Il terremoto in Abruzzo fa ancora cronaca, questa piccola nota è in qualche misura doverosa. Fra l'altro Alvaro ci aveva segnalato la storia di Sergej Tchakhotine, uno scienziato russo rimasto intrappolato nelle macerie, il quale aveva descritto in dettaglio che cosa si prova ad avere per coperta tonnellate di mattoni e polvere: ne abbiamo parlato a chiusura del nostro libro sugli autoepitaffi.



[1/1/2010]

# 33_Valentina Falcioni

In tema di amicizie liceali, ecco gli scritti di un'amica cara, con cui si sono condivise passioni politiche, lunghe chiacchierate, amici comuni e tanti sogni, i quali, si sa, hanno il pregio di poter essere acquistati con poco, seppure nutrano tanto. Valentina è ricca di talenti, da quello dell'illustrazione e della fotografia a quello della scrittura, da quello del reinventarsi una vita dopo ogni crisi con insospettabile creatività a quello della disciplina aziendale (questo davvero insospettato per chi la conosceva bene!). La geografia dei suoi amori è già un piccolo viaggio: Sicilia, Ucraina, Africa… Alla radice della sua scrittura vi è, prima di ogni cosa, il gesto stesso di scrivere ogni giorno, un'annotazione compulsiva del mondo e dei suoi accidenti e delle micro-tempeste che ci prendono dentro. Nella sua definizione, se ricordo bene le parole, scrivere vuol dire esattamente questo: scrivere ogni giorno almeno venti o e trenta righe (“Altrimenti, che scrittore sei?...”). Nei passaggi difficili della sua vita decisamente non facile ha utilizzato questa tecnica come una pulizia interiore, un flusso di coscienza igienico e terapeutico per spurgare prima e strada facendo assimilare, capire, raccontare agli altri. Sintomo di questa scrittura è l'abuso dei punti di sospensione: un non chiudere, un lasciare il testo aperto, un mantenere il ritmo della conversazione a tutti i costi, un richiamare l'ideale interlocutore a un'impossibile intrusione... Un suo diario è stato segnalato dall'Archivio Diaristico Nazionale di Santo Stefano Belbo proprio per la stesura in forma di mail. Noi abbiamo scelto alcuni passi di una selezione di testi scritti nell'arco di un anno, un anno tragico della sua vita. Il titolo dell'intera raccolta, ancora inedita, è Parole palmari del 2006 (palmari perché scritte su un computer palmare). Ne abbiamo scelti otto, e ve li proponiamo – a noi piace molto quello sugli spettri ucraini nel fine settimana. Della sua penna ci piace la curiosità e lo spirito di osservazione verso gli umili (impiegate indifese, stranieri dell'est), e ci convince il grado di surrealtà dei suoi sketch ambientati in azienda. Siccome la vita è un carnevale, per il commento visivo abbiamo scelto quattro maschere del Carnevale di Coumbafreide, in Valle d'Aosta.



[30/10/2009]

# 32_Giovanni Frova

Ognuno cerca le proprie sorgenti dove meglio crede. Ho reincontrato Giovanni Frova dopo tanti anni a casa di una comune amica, Laura Franco, che studia le vite dei santi in età bizantina. Non lo vedevo dai tempi del Berchet. Giovanni non è però diventato, come la regolare maggioranza, avvocato medico giornalista o dirigente, bensì maestro di Aikido. Il suo dojo a Milano si chiama A ke lei naa. La sua scrittura è tersa, diretta, pensata per gli allievi che lo seguono, e ideologicamente onesta – fatto raro nel mondo delle arti marziali, che vivono di mistificazione e pseudomistero. Il suo viaggio a Kyoto è un foglio bianco di pura ricerca. La sua aspirazione è una sintesi contemporanea fra il pensiero occidentale e orientale, non si rassegna alla teoria del doppio sguardo, guarda con estremo interesse alla componente femminile, non è competitivo. Leggerlo è un vero piacere, anche le impennate ironiche suscitano simpatia. Nella sua voglia di fare scoperte, mi ha ricordato Huckleberry Finn, e la sua zattera sul Mississippi: si scende lenti lungo il fiume, gli occhi si abbeverano di storie e di rischi, le vicende a riva si fissano per sempre nella memoria, e con lentezza prende fuoco quella matassa di gioia, di giocosa libertà… Ovunque ci porti la sete di ignoto, oltre le colonne d'Ercole di una mappa soggettiva, lungo il Nilo o l'Ob, nella società fuori di noi o nel respiro così poco conosciuto del corpo dentro di noi, è lì che si costruisce il tenore autentico della vita.



[26/4/2009]

# 31_Valeria Cornelio_II

Valeria Cornelio, racconto secondo. Vinile è una variazione musicale, quasi un'elegia sul tema dei tempi che non torneranno, quelli in cui le cose avevano un sapore, cioè uno spessore. Il progresso produce nostalgia a ogni giro di boa, non è certo una scusa per negare la spinta in avanti. È che questa nostalgia è parte del nostro paesaggio umano, è il segno della fatica che facciamo per procedere senza sapere dove. Intorno a noi è pieno di cippi e traversine di ferrovie abbandonate, di invenzioni poi rivelatesi inutili, di fallimenti e prove a vuoto, di tecnologie inferiori che vincono su tecnologie superiori. Affezionarsi ai perdenti è umano.



[16/4/2009]

# 30_Roberto Maggio

La gommalacca è una secrezione dell'insetto Kerria lacca, che viene raccolta sulla corteccia degli alberi nelle foreste di Assam e Thailandia. È un polimero naturale ed è stato usato a partire dal XIX secolo per produrre cornici, scatole, articoli da toeletta, gioielli, calamai e protesi dentarie. Una volta dissolta in acetone o alcool, la gommalacca dà un rivestimento di durevolezza e durezza superiori. È usata allo stato puro per rifinire mobili, violini e chitarre. Ma quest'ultimo non è il suo unico utilizzo musicale: fino al 1950, con la gommalacca si sono prodotti i dischi grammofonici. Dal 1948, anno di apparizione negli Stati Uniti del PVC (vinile) come supporto dei dischi con microsolco, basteranno due anni per decretare l'estinzione della gommalacca. Dal 1951 al 1954 si consumò anche il passaggio storico dai dischi a 78 giri (monofonici) ai dischi 33 giri (stereofonici). Oggi la gommalacca è usata per il restauro e la lucidatura di mobili d'epoca, mentre il vinile a sua volta è stato ucciso dal CD inciso a laser, sebbene con qualche luminosa eccezione come la scena underground e gli appassionati di rock, che si ostinano caparbiamente ad ascoltare e scambiarsi vecchi vinili, e in alcuni casi addirittura a inciderli! L'LP è dunque un long playing anche sul piano storico. E lo è nei cassetti in cui archiviamo le icone visive del nostro tempo.
Roberto Maggio ha classificato per noi le sue 17 copertine più belle. L'Øspite ambiguo adora le classifiche, poiché richiedono – come in questo caso – una conoscenza ampia e a zig zag. Roberto Maggio è nato in terra di Puglia, lavora a Milano come progettista di comunicazione ed esperto di culture giovanili, e vanta una nobile vita professionale precedente in editoria (Laterza). La prossima classifica?



[15/11/2008]

# 29_Nichi Stefi

Thomas Billon, dopo aver presentato cinquecento anagrammi sul nome del re, ottenne da Luigi XIII la carica di regio anagrammista, con pensione annua ‘da continuarsi ai figli dopo la morte'. Allora si giocava con gusto con i nomi di re e dintorni: Borbonius era orbi bonus, l'assassino di Enrico III frère Jacques Clément era c'est l'enfer qui m'a créé, l‘amante Marie Touchet di Carlo IX era je charme tout. Gli anagrammi sui nomi di grandi persone sono un genere a sé, e quando riescono inverano il detto latino in nomen omen. Stefano protomartire è santo morto fra pietre; Girolamo Savonarola saliva al rogo romano; di Vittorio Emanuele secondo si disse Roma ti vuole e Dio consente, ma anche né Dio né Roma te vuole costì; maestro Giuseppe Verdi fu di vigor perpetua messe (questo anagramma vinse il concorso della Domenica del Corriere nel 1901 per la morte del maestro); e il triestino Guglielmo Oberdan fu per un club di enimmisti di quella città regno dell'ambiguo. Non ometteremo per amor di bandiera Benito Mussolini rovesciato in nobilis is ut nemo.
Nichi Stefi oggi ci regala 58 anagrammi sul sovrano che con sollecitudine di amorevole padre regge i destini della nostra povera patria da qualche lustro. Il suo virtuosismo è però duplice, perché ha legato questi anagrammi in un poemetto di senso compiuto che diventa encomio e biografia a piccole tappe. Per non dire triplice, visto che all'ultimo verso svela con folgorazione da epigramma le reali intenzioni dell'autore. Ammirati siamo, e giriamo l'assegno ai lettori. Torneremo poi a occuparci di Nichi Stefi, che prima di diventare maestro lui stesso ha avuto due maestri di vaglia in Gillo Dorfles e Luigi Veronelli: dalmata trapiantato sulle rive del lago lariano, regista di televisione e teatro, poeta, scrittore di guide e recensioni vitivinicole e mangerecce, e ancora non raffreddato all'impegno che ne aveva connotato i primi passi a Milano nella stagione dell'impegno.



[1/11/2008]

# 28_Alfredo Accatino

Alfredo Accatino è un signore romano dalla barba bianca e i modi cortesi che per vendicarsi di non essere diventato sceneggiatore è all'anagrafe professionale uno dei più quotati direttori creativi di eventi in Italia. In parallelo, è un autore satirico ed è uscito dalla sua penna un aforisma diventato celebre in rete: ‘Ho baciato Berlusconi, sapeva di tappo.” Il suo spirito nasce dall'understatement anglosassone ma anche dalla verve crudele di un romanaccio come il Marchese del Grillo. Nel 2005 è uscito il suo volume Gli insulti che hanno fatto la storia. Per l'Øspite ambiguo ha scritto ad hoc Hard, un piccolo acquarello truce e imbarazzante. È un'istantanea grottesca in cui si scarica per catarsi l'avversione che provano gli artigiani della comunicazione verso i miti del consumo, loro che dedicano buona parte dell'esistenza a forgiare e mantenere saldi questi stessi miti.
Mario Pischedda è un signore sardo che ho incontrato solo in rete, un artista e performer che si diverte a giocare con fotografia, grafica e testo, e che ho invitato a illustrare il testo di Accatino. Il suo è il pensiero del non-sense, non procede per ragionamenti e visioni compiute ma per associazioni istintive, cattiverie localizzate o ampi afflati inclusivi, piccoli salti geniali nel cyberspazio. È in un certo senso la dimostrazione che la tecnologia può – come nel caso dei sardi, di tiscali e dei parchi dell'innovazione là avviati – catapultare le realtà più diffidenti e apparentemente arretrate nel futuro e nella sottigliezza di discorsi d'avanguardia. La Sardegna indubbiamente è un'avanguardia. Di più non posso dire, perché Mario si sottrae a domande eccessivamente intrusive e dirette.
P.S. Sorpresa: l'ultima immagine di Pischedda è un testo. In fondo, oggi poesia e romanzo, testo e immagine fanno lo stesso lavoro.



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