home page


Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità. Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 |

[28/6/2008]

# 27_Alberto Mori

Se la poesia di Alberto Mori fosse un'architettura, diremmo che lascia i mattoni a vista. Il suo lavoro complesso e multiforme non obera la struttura fonetica delle parole, non la oscura: resta lì, in bella vista, accessibile, cristallina, scandita. Se il muro è una sequenza di mattoni, il verso è in primis una sequenza di suoni. Questo lasciar vedere dentro la scatola della poesia credo venga dalla frequentazione del teatro e della performance: Mori incanta quanto recita a pieni polmoni le sue fonìe, con un modo originale di accelerare o decelerare, e sempre controllando al millimetro la macchina della declamazione. Un altro se: se avesse senso operare incroci genetici fra poeti, lo chiameremmo il Majakovskij di Crema, città in cui vive e lavora e da cui si sposta agilmente per fare incursioni poetiche nei contesti più disparati: nei festival, nelle gallerie, nelle biblioteche, per strada… Ci ha donato questi frammenti inediti dedicati al packaging dopo aver studiato l'Ospite Ambiguo, gliene siamo grati.
E ci siamo ricordati delle fotografie di ricerca di Saverio Femia, una riflessione sulla conservazione e sulla temperatura del cibo. Sono state esposte allo Spazio Opos di Milano nel 1999 a una mostra dal titolo La forma del cibo, curata da Luca Molinari e Susanna Ravelli. Nell'universo delle merci, il packaging è il media assoluto, l'unica cosa ancora più importante delle merci stesse.



[22/4/2008]

# 26_György Réti_II

Le quattro storie che qui sono offerte in lettura nascono come resoconto di un doppio viaggio di studi in Italia nel 2001 e nel 2004, e formano il primo nucleo di un libro corredato da fotografie e versioni – oltre che in italiano – in ungherese, russo e inglese. Auguriamo all'autore di trovare presto un editore illuminato. La Riviera Ligure, gli scorci, i profumi montaliani affascinano Réti, lo ir-reti-scono in una sindrome di Stendhal tipica dell'uomo dell'Est in gita nel Belpaese. Ho visto così tanti casi di emozione profonda di fronte alle bellezze dell'arte e del paesaggio italiani, da aver imparato a rispettarla. Chi palpita di fronte alla bellezza ha sempre la mia stima, la commozione di un uomo non è mai patetica. A questa capacità di far vibrare l'anima, Réti aggiunge poi un ulteriore candore: quello del diplomatico e dello studioso delle relazioni politiche fra Italia e Ungheria. Quando ci racconta dei suoi incontri, è come se parlasse di incontri fra nazioni che avvengono secondo un cerimoniale. C'è un senso in questo modo di porsi: il diplomatico fa conto sulla bontà degli uomini, non può muovere guerra per primo, deve sempre cercare una strada incruenta. È un Candide per necessità. Réti, nell'arco di 40 anni di carriera diplomatica, ha rappresentato il suo paese in Cina, Vietnam, Albania e Italia. In parallelo, ha firmato 12 libri e oltre 200 pubblicazioni. (lLeggi nel file PDF il testo qui sopra tradotto in ungherese.)



[21/4/2008]

# 25_Piero Pieri_II

Nelle mitologie antiche lo psicopompo (colui che conduce le anime nell'aldilà) è una figura severa, sistematica, neutrale, che svolge un compito di responsabilità e per il quale deve essere regolarmente ricompensato. In Grecia, anche in età non molto antica, si usava mettere ai defunti una moneta sotto la lingua, o due monete sopra i lobi oculari. Lo psicopompo di Pieri (I ragazzi del 94 è del 1994-1995) riflette l'epoca ambigua della fine degli anni '80: intanto si sdoppia in due personaggi che litigano e si punzecchiano come due tossici. Sono ciarlieri, increduli, pettegoli, voyeur, come le anime che traghettano. Sono i Caronti degli scampoli di una società inebriata di vuoto. Linguaggio, psicologia, aspirazioni dei personaggi (non a caso famosi) sono un'anticipazione dei reality show di oggi, dalla loro bocca esce un ibrido duro di linguaggio quotidiano centrifugato con flussi di coscienza. Ma c'è anche molto cinema. Non ho potuto non ricordare l'insuperato Totò all'inferno (1955). Nel suo viaggio nell'Ade Totò incontra Elena di Troia: lei gli porge la mano e si presenta con un modernissimo ‘Elena di Troia.' Lui risponde: ‘Piacere, Totò.' (Si era così ritagliato un posto fra gli immortali.) E poi c'è l'incontro con gli esistenzialisti con i maglioni neri e gli occhialetti cerchiati, che battono a macchina sulla lettera 22 e non si lavano mai… I ragazzi del 94 merita una trasposizione su pellicola. La fellatio di Moana Pozzi alla leva del cambio di Senna è una scena che non dimenticherete facilmente.



[20/4/2008]

# 24_Valeria Cornelio

La miglior cura è l'oblio, e la via più breve per l'oblio, prima ancora delle droghe e dell'alcol, è dormire. Così, nel racconto di Valeria Cornelio, ci si addormenta per sognare di persone che si addormentano, in un gioco di scatole cinesi. Il sonno improvviso e irrituale potrebbe essere un ottimo modo per manifestare il dissenso sociale. Quando gli altri sono noiosi, addormentati. Quando il supermarket ti tedia, addormentati. Quando nel tuo paese comandano i trimalcioni, addormentati. Di Valeria si possono raccontare tante storie, a cominciare da quella per cui una giovane e promettente archeologa con esperienze di scavi in Iran (ha assistito alla caduta dell'ultimo Scià di Persia) viene cooptata nello sfavillante mondo dell'advertising. Due emisferi – destro e sinistro – rubati all'antichistica, anche se alla direzione della multinazionale in cui lavora non credo siano mai arrivate lettere di protesta dai Beni culturali. Nel 1995 ha pubblicato da Garzanti, insieme a Violi Tonci, il libro Di madre in peggio.
Le immagini sono di Marianne Werefkin (1869-1938), artista russa vissuta in Germania e in Svizzera, allieva di Il'ja Repin. Colta, indipendente, in anticipo su molti temi. Da conoscere meglio.



[18/4/2008]

# 23_Giuseppe Cordini

Le scritture professionali affascinano, sono quegli sguardi che si innestano su anni di osservazione e pescano da angoli di visuale anche molti stretti. Ma proprio in questa chiusura della visuale trovano un carburante potente. Lo sguardo del medico (Cechov), dell'avvocato, dello scienziato, del funzionario di polizia… urbana. La vita di Giuseppe Cordini è giù un piccolo romanzo. Dopo aver disegnato e progettato per dieci anni le carrozzerie dell'Alfa Romeo, diventa vigile urbano a Milano. Via via che ascende i gradini della carriera, si occupa di formazione, informatica, sicurezza, minori, politiche di immigrazione, comunicazione… È stato responsabile per diversi anni della Relazioni esterne della Polizia Municipale di Milano ed è stato Direttore dei corsi di formazione per agenti e ufficiali di polizia locale della Regione Lombardia. Si è costruito una buona fama di esperto in questioni legate alla sicurezza del cittadino, al vigile di quartiere e ai conflitti urbani che coinvolgono extracomunitari. Il suo è uno sguardo che poco concede al lirismo, è un diaframma che restituisce la vita outdoor della città in scala 1:1, in certi passi replica il linguaggio di un verbale. Ce n'è per tutti: i colleghi rivali, i colleghi pigri, i cittadini scaltri, i vecchietti rimbambiti, la crudeltà del caso, le individualità paranoiche (animalisti, per esempio)… Ma questa è la nostra città, non un'altra. Questa amiamo, questa pentola in cui su un battuto asburgico abbiamo gettato una polpa di modernità ibrida… Eppure, se i milanesi brontolano per mille e un motivo, chiedete a uno qualsiasi dei tantissimi immigrati – italiani e non, con laurea o senza – che la popolano: la prima parola è di riconoscenza. Buona lettura di queste otto micidiali, disincantate, umanissime pillole di ghisa, scritte nel 2007 a poca distanza l'una dall'altra.
Le immagini sono dell'artista Guido De Zan, che getta un occhio ceramico sulla città, attento alle architetture e ai luoghi simbolo più che ai volti dei milanesi. Di questa passeggiata con diaframma riteniamo un fondale sironiano, geometrico, congelato, in cui Navigli, Cà Granda, San Lorenzo, Torre Velasca, grattacielo Pirelli, nuova Fiera e nuova Bocconi esprimono bene un momento fondante dello spirito milanese: la compenetrazione di vecchio e nuovo, di tradizione e modernità.



[30/1/2008]

# 22_Beppe Caturegli

Gli architetti Beppe Caturegli e Giovannella Formica formano un sodalizio solidissimo, nella vita e nella professione. Dopo gli studi a Firenze, si imbattono nella nebulosa di Ettore Sottsass, nel cui studio si impollinano ben bene, acquisendo un'idealità e alcune venature di radicalità non comuni di questi tempi. Sono spesso in viaggio, ma anche quando sono a casa sembrano in movimento. Conoscono persone nuove di continuo, realizzano progetti in paesi lontani, vanno a mostre e fiere d'arte in tutti i continenti come noi andiamo a prendere un aperitivo, sono dei nomadisti insaziabili. Tutta questa linfa che ingeriscono però, non la eliminano subito dall'organismo: la decantano. I loro progetti sono meditati con cura, non inseguono i committenti, si muovono sul filo di un'ironica riservatezza. Questo schema – quale che siano gli ambiti – porta a un risultato di intensità diffusa. Ci siamo conosciuti attraverso Nina Yashar, della galleria Nilufar, che dal 2003 ha messo gli occhi su di loro. Per questa galleria hanno prodotto una serie di tappeti in esemplari unici, Map Carpet (o anche Map of the Market, con disegnato l'andamento delle azioni della Borsa di New York per settori, in un dato istante), e nel 2006 una vera e propria edizione, i tappeti Gattaca della serie Contaminazioni. Sono tappeti annodati a mano in lane policrome e color naturali, in cui il disegno riproduce una mappatura del DNA umano. Dei due, Beppe è lo scrittore, la sua è una scrittura nomadista, un prisma con facce che si moltiplicano ogni volta che giri il prisma nelle mani. Il brano dal titolo Contaminazioni che vi proponiamo è interessante come testo che illumina i dintorni di un progetto, facendone emergere le ragioni in modo letterario, non per tesi. Se, come si dice, Milano è la capitale del design, parlando in senso lato bisognerebbe considerare non solo il prodotto finale, l'oggetto fisico che è il capolinea del progetto, ma anche la cultura prodotta strada facendo, il processo. O l'itinerario che dir si voglia.



[15/12/2007]

# 21_Piero Pieri

Ci siamo conosciuti in occasione di un leggendario viaggio in Olanda molti anni fa a bordo di una Citroën fatiscente che bisognava abbeverare d'olio ogni cento chilometri. Piero era di qualche anno più grande e avviato più di noi a una carriera accademica che oggi lo vede ordinario di Letteratura italiana contemporanea all'Università di Bologna. Le sue battute erano puntuali e feroci, anzi era come se vivesse in una battuta. E poi si era occupato di Michelstaetder, autore da me assai amato. Al ritorno scoprimmo una sua dote naturale: riusciva a guidare a 120 chilometri orari dentro un muro di nebbia densa come il burro. A distanza di anni, lessi il suo primo romanzo edito da Stampa Alternativa, La notte di Stalin, quando il comunismo finì di morire anche sessualmente. Stalin è il nome di una mastodontica e ottusa amante che l'eroe subisce stoicamente, il linguaggio è sboccato e futurista. Nel 2004 pubblica il romanzo Furio, la storia di un giovane che si dà al cinema, una vicenda di formazione che finisce male. Nell'estate del 2008 l'ho invitato a scrivere il proprio epitaffio all'interno di un progetto editoriale su cui sto lavorando con Marco Vaglieri (vedi pdf). Piero Pieri ha risposto con una messe di epitaffi, uno più corrosivo, impetuoso, roboante e irreversibile dell'altro. Ci sembrava un torto sposarne uno solo, così appaiono su Ospiti, visto che gli esclusi sono destinati a rimanere inediti. Ben ritrovato, Piero. (Se te ne vengono altri, mandaceli.)



[7/7/2007]

# 20_Eugenio Carmi

Il 19, 20 e 21 ottobre di un lontano 1967 a New York si teneva presso la New York University il II Convegno internazionale sui problemi della comunicazione visiva, dedicato al tema ‘La sopravvivenza e la crescita'. Al convegno, chiusosi con un'allocuzione di R. Buckminster Fuller, presero parte, fra gli altri, gli artisti europei Victor Vasarely, Jean Tinguely ed Eugenio Carmi, di cui pubblichiamo il testo dell'intervento. Nel testo sono riportati due diversi finali, uno tratto dal dattiloscritto autografo, e uno dagli atti pubblicati successivamente. Era l'epoca in cui gli artisti sentivano il peso di un lavoro da fare nell'interesse comune, di un discorso allargato, percepivano i prodromi di una crisi ineluttabile e reagivano esplorando in tutte le direzioni, senza remore o complesso alcuno. C'era ancora ottimismo, ma forse già un ottimismo amaro, poco convinto. Il mondo, ci avrebbe provato poi a cambiare, con le inquietudini sociali della fine degli anni settanta. Ma con quanta scarsa efficacia resta a noi da valutare, quattro decadi dopo quella splendida (ci piace immaginare) riunione di spiriti visionari. A noi orfani di ogni discorso.
Le immagini fotografiche vengono dalla Sardegna e sono di Mario Pischedda, un autore che sfugge a qualsiasi tentativo di etichettatura. Sono state realizzate in un arco di tempo che va va dal 1989 al 2007, e sono state 'linkate' ad hoc ad alcuni passaggi del discorso. È un discorso visivo ex post che combacia perfettamente, ci pare, con lo spirito situazionista del discorso carmiano.



[21/5/2007]

# 19_Alina Rizzi

Una frase di Graham Greene ha colto talmente nel segno da diventare un aforisma celebre: lo scrittore deve serbare ‘una scheggia di ghiaccio nel cuore'. La scrittura di Alina Rizzi ha occhi di ghiaccio per narrare di eros e di morte. Ha pubblicato raccolte di poesie e romanzi, dalla sua prova d'esordio Amare Leon Tinto Brass ha tratto il film Monamour (2005, distribuito però solo in Francia): una storia che ha per palcoscenico il Festival di Letteratura di Mantova. Alina Rizzi collabora con riviste e giornali, ha curato interessanti ‘volumi pratici' come il Dizionario completo dei nomi, Il linguaggio dei fiori e Come salvare un matrimonio in crisi. L'inedito Oasi si spinge su un terreno tabù, ricostruendo la scena di un delitto indicibile con un linguaggio piano, familiare. Sarebbe interessante che scrivesse lo stesso racconto dal punto di vista del marito – come ha fatto Clint Eastwood con il dittico Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima, e prima di lui Eschilo con I Persiani, seppure nella vicenda moderna di Alina Rizzi le due facce della medaglia siano identiche: tutti perdenti. L'8 marzo 2007 Oasi ha vinto il primo premio del Concorso letterario Scrittura femminile Città di Trieste, dunque non è più un inedito, ma quando Alina ci aveva inviato il testo ciò non era ancora successo.
Il racconto è illustrato da 6 tavole di Kito Amarilla che ci arrivano dall'Argentina (Mar del Plata) grazie all'amorevole mediazione di Juan Benassi, amico da tanti anni e attento non solo alle cose prosaiche della vita. Kito, di formazione scenografo e disegnatore, ha insegnato nelle scuole elementari e superiori ma si è anche 'sporcato le mani' insegnando attività artistiche nei quartieri, ai privati, a un gruppo di adulti con handicap neurologici... Una traiettoria engagè tipicamente sudamericana, o così ci sembra vista da qui. Segno spezzato, netto, che trasforma gli uomini in burattini, o tratti pastello che slavano e affumicano, rendendo le forme inafferrabili. Le figure umane colte nel loro spasimo, nel loro espressionismo, senza pudore rispetto ai momenti di turbamento estremo, ci sembrano imparentate con il racconto di Alina Rizzi. L'uomo è burattino nel teatro che altri uomini hanno voluto e costruito, tutti seguiamo il copione, e solo a pochi è concesso di non essere strattonati di continuo da strane entità che si muovono al buio sopra di noi, indossando il dolcevita nero – vuole la leggenda – così caro agli esistenzialisti francesi.



[29/4/2007]

# 18_Evelina Schatz_II

Dopo il florilegio poetico, L'Ospite ambiguo è lieto di accogliere il saggio di Evelina Schatz dal titolo L'uomo dell'epoca azzurra e l'irreversibilità dei secoli, scritto nel 1993 e dedicato alle epoche azzurre e alle epoche rosse. È una 'riflessione di poeta', un piccolo viaggio filosofico che attraversa con polso fermo il contributo di grandi pensatori russi come Berdjaev e Florenskij, di grandi poeti come Chlebnikov e Achmatova, e soprattutto dei due grandi russi che si sono occupati nel Novecento della teoria dei cicli delle civiltà: Kondrat'ev e Gumiljov. Nel nostro assolato paese non abbiamo dimestichezza con voli che abbracciano la noosfera e riescono a parlare con profondità verticale. Tanto più prezioso il testo pubblicato. Come suggestione visiva, un'alternanza di campo azzurro e campo rosso da far scorrere in velocità stroboscobica, pigiando il tasto ‘successiva' senza esitare. Nella speranza di una nuova epoca azzurra.



| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 |