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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità. Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

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[21/3/2007]

# 17_Carlo Vita

Bisogna aver vissuto intensamente per diventare leggeri. Carlo Vita ci ha fatto dono del testo di una relazione pronunciata al Teatro Ariston di San Remo in occasione del VII Convegno Internazionale Da Ulisse a...Il viaggio in treno tra quotidianità e sogno (5-7 ottobre 2006). Il testo dal titolo I viaggi e il passato in realtà, dormiva da qualche anno in un cassetto. Siamo di fronte a un saggio superno di understatement, si immagini un caffé degustato conversando quietamente, accasciati in una poltrona di vimini in una veranda di un residenza d'ambasciata in qualche paese imprecisato dell'Oriente. Grazie al tenore leggero delle parole, nessuno gronda sudore nonostante i 45 gradi all'ombra, e ci si sente parte di un popolo eletto di viaggiatori con il baricentro saldo e gli occhi spalancati.
Carlo Vita, giornalista, scrittore, dirigente di relazioni esterne e nel tempo libero pittore e illustratore, nato a Verona e vissuto a lungo a Genova, ha pubblicato nel 2005 Figure, probabilmente - Disegni & doodles dal 1946 a ogg, di cui presentiamo con gioia alcune chicche difficili da dimenticare.



[14/3/2007]

# 16_Giorgio Taborelli_II

Cupio dissolvi, o l'elegia della neve in polvere. Il dramma comico in tre atti Il circo (2003) è la storia di una dissoluzione grottesca, due uomini e due donne che si cibano della carcassa dell'essere umano, un lento scivolare verso l'abisso. La figura della Nonna, la sua inventiva da Vanna Marchi rallenta questo precipitare con ingegnose trovate per sbarcare il lunario. Non è proprio un Cirque du Soleil quello che ci propone Taborelli. Chissà chi avrà il fegato di portarlo in scena. Sarebbe bello chiedere a un oligarca russo di sponsorizzare la scena finale e usare ‘neve' autentica. Leggetelo intanto, se vi piace osservare l'abiezione di uno Scarface collettivo che incrocia scabrosamente quattro destini elettivi in salsa Tarantino con una spruzzata di Beckett. Resta un mistero che per me non trova soluzione: perché il circo è così malinconico? Nel 2006 è uscito per i tipi di Ponte alle Grazie Il giardino dei melograni, il primo volume del ciclo monumentale Vita di Don Giovanni. Qualcuno dice che è un capolavoro, nessuno sospetterebbe che l'autore possa aver pensato e scritto una storia così truce come quella de Il circo.
Scoprirete che la divinazione taroccata, il bisogno di conoscere il domani anche quando la fonte a cui ci si rivolge non è plausibile, insomma il desiderio di credere oltre ogni ragionevolezza, è un tema forte della pièce di Taborelli. Le tavole allegate sono l'interpretazione che ha dato Roberto Clemente ad alcune carte dei Tarocchi di Marsiglia. Si è lavorato insieme per un progetto che non ha visto luce, ma meritano pure di vedere una qualche luce sul web.



[16/7/2006]

# 15_Silvia Vecchia

È bello quando gli amici combinano qualcosa di bello. Il racconto Casquet è un unicum da noi letto anni fa e di recente richiesto a Silvia Vecchia per la pubblicazione su ladomir.com. Non ci risulta siano stati scritti dall'autrice altri racconti prima o dopo di questo. Circostanza che lo rende ai nostri occhi – per naturale suggestione – ancora più denso e compiuto. Nei suoi misurati movimenti Silvia ha infuso la sua grande passione per il tango. Il tango strega, ça va sans dire. Bastano pochi giri di pentagramma, e il cuore comincia a pulsare in modo asimmetrico, planando come in un quadro di Chagall su porti, città, boulevard popolati di acacie, donne fatali, vite che si giocano in pochi istanti e nostalgia, nostalgia, nostalgia… anche di luoghi e volti mai visti. Un succhiello che si avvita pescando sotto il plesso e porta in superficie quasi a forza una materia incandescente, che rimane calda e rossa a lungo prima di rapprendersi. Non piangere per noi, Argentina.



[16/5/2006]

# 14_Cesare Eugenio Narici

AABBA. 5 versi in cui il primo, il secondo e il quinto sono di 8 sillabe e rimano fra di loro. Anche il il terzo e il quarto sono in rima, ma sono di 5 sillabe. Questa è la struttura dei limerick (in italiano limericco), componimenti gioiosi e assurdi i cui autori più noti sono stati probabilmente Edward Lear (1812-1888) e Norman Douglas (1868-1952) ma che spesso circolano anonimi, come vuole la tradizione popolare quando si tratta di far ridere senza pudore. Ci sono anche dei requisiti di contenuto: occorre che il primo verso presenti un personaggio, spesso con la sua provenienza geografica, che il secondo ne definisca una caratteristica quanto meno strana o paradossale, nel terzo e nel quarto si svolga un'azione che costituisce l'oggetto della poesia, e infine nel quinto si torni a parlare del personaggio definendolo con un nuovo attributo che riassume tutto il limerick. Generazioni di accademici britannici si sono cimentati in questo genere, incrociando umorismo alto e licenziosità da osteria. In Italia, fra gli scrittori che si sono innamorati dei limerick c'è stato Gianni Rodari (1920-1980). Eccovi due chicche.

Una volta un dottore di Ferrara
Voleva levare le tonsille a una zanzara.
          L'insetto si rivoltò
          E il naso puncicò
A quel tonsillifico dottore di Ferrara.

Un signore molto piccolo di Como
Una volta salì in cima al Duomo
          E quando fu in cima
          Era alto come prima
Quel signore micropiccolo di Como.


Qui si propongono dieci versioni di Cesare Eugenio Narici, valente traduttore dall'inglese e, a detta di tutti i suoi amici, grande umorista nella vita. Direi limerick classici, fedeli alla tradizione della licenziosità, in cui spirito alto (costruzione metrica, senso dell'assurdo) e spirito volgare (pulsioni della carne, irriverenza, scopofilia) si intrecciano impunemente.



[14/4/2006]

# 13_Beno Fignon

Come funziona la testa di un autore di aforismi? Come nascevano le folgorazioni di Novalis? Che cosa genera questa visione sincopata del reale in cui un titolo di giornale, un incontro sul pianerottolo, un pezzo di cornicione stranemente mai considerato prima o uno scambio di battute con un amico vengono rapidamente riassemblati, proponendo un angolo di visione spesso paradossale? Non saprei. Penso a questi signori come a dei flâneur nei boulevard dello spirito, degli appassionati della domenica che con il metal detector cercano sulla spiaggia dei luoghi comuni qualche pepita. Nel caso di Beno Fignon – giornalista friulano trapiantato e Milano e impegnato in movimenti sociali e culturali, autore di prosa e poesia, con diversi libri pubblicati alle spalle, fotografo e 'aforistologo' di lungo corso – la vena è forte e soprattutto costante: ha superato quota 3.000! Una parte è pubblicata in Mille e un respiro - Aforismi, afasia, affanni, affabulazioni, affabilità per i tipi di Rubbettino (2004). Qui ne sono consultabili una parte risibile, meno dell'uno per cento. L'autore ha scritto: "Da ragazzo, più che lanciare grosse pietre nel fiume, amavo scagliare pugni di sassolini. Anziché quindi provocare note da basso tuba, ottenevo un arpeggio."
Le fotografie, tutte scattate a Milano, sono di Anna Visini, giovane art director oriunda del Veneto, in sintonia mi pare con questa volontà di scandagliare il paesaggio quotidiano alla ricerca di scorci poetici sottopelle.



[3/3/2006]

# 12_Antonio Casilli_II

Luis Buñuel è famoso – oltre che per la filmografia – per la sua leggendaria timidezza con le donne, l'amicizia con Dalì, l'amore per i cocktail e gli aforismi. Il suo motto più famoso? 'Grazie a Dio, sono ateo.' Questo è meno conosciuto: 'Se qualcuno mi chiedesse se per caso ho dimenticato il mio cocktail giornaliero, dovrei rispondergli che ne dubito: quando si tratta di certe cose, ci penso con parecchio anticipo.' Al regista spagnolo tanto vicino ai temi del peccato, della morte, della corruzione della carne e del rovesciamento del sarcofago borghese, Casilli dedica un excursus fantastico, un cammeo in puro stile surrealista, con la vena dello zelig stilistico e intellettuale che ormai gli riconosciamo. Sembra composto con la tecnica suggerita da Dalì: abbandonarsi su un sofà con una sigaretta accesa fra le dita e cullarsi nel dolce limbo fra sonno e veglia, fra viaggio e tensione per non far appiccare l'incendio (peraltro la scrittrice brasiliana di origine ucraina Claice Lispector, 1925-1977, invece si addormentò, rischiando di morire e ustionandosi l'incantevole volto). Ricordo e non ricordo. So, ma da dove? Grazie a Dio, qualcuno si permette ancora il lusso di sbandare. Il racconto era stato scritto da Antonio Casilli per un progetto del gruppo Dormiveglia intorno a un famoso liquore rosso, mai andato in porto. Grazie a Dio il racconto è approdato qui. Servire ghiacciato.



[14/2/2006]

# 11_Miro Silvera

Il testo di Miro Silvera non solo è inedito ma è nato sull'onda della nostra richiesta: quale onore! È il ritratto di un autore singolare, per usare l'aggettivo nel titolo di una sua raccolta di poesie, che prende la macchina da presa e la gira contro di sé. Una soggettiva del soggetto. I lettori giustamente non si fideranno di questo sguardo, che di volta in volta sarà troppo modesto o troppo ambizioso – mai neutro, figlio di una sincerità costruita. Su noi stessi possiamo solo ridurre la deformazione ottica, non eliminarla. D'altronde l'autoritratto non deforma più di una biografia scritta da altri: la storia del cammino di un uomo è sempre ideologica, tende a trasformarsi in una parabola sotto i tuoi occhi, mentre la scrivi. Sono i limiti ineludibili di questo genere letterario. Il testo è denso, musicale e sognante come un orologio ad acqua in Andalusia. Speriamo solo che l'evenienza ventilata dall'autore di un 'silenzio finale' non si avveri, evitandoci il rischio di incontrarlo ai giardinetti mentre come Duchamp gioca a scacchi con pensionati più furbi di lui. Pause e silenzi sono necessari, ma la rarefazione priva le generazioni successive dei loro maestri naturali. Caro Miro, pensa al tempo lungo e scrivi. Il dono va esercitato, con misura sì ma con energica risoluzione. Tu hai scritto: tutto è stato / scritto / tutto è stato / detto / tutto è già / quasi / perfetto. In quel quasi sta il succo della vita. Parole tue. Perciò, caro Miro, scrivi scrivi scrivi. Più che puoi. Quando e dove puoi. Meglio che puoi. E non ti preoccupare, alle tue muse cosmopolite glielo diciamo noi.



[13/2/2006]

# 10_Valeria Montaruli

Erskine Caldwell (1903-1987) è lo scrittore americano più amaro che io ricordi, è stato un esponente di punta della cosiddetta ‘letteratura sociale'. Nessun epos, nessun filtro, nessun lirismo: vita degradata allo stato puro, personaggi che tirano la giornata in un tragico scenario di miseria e ignoranza. Scrisse il ‘ciclo del Sud' senza soldi e in solitudine, in una fattoria semiabbandonata. Faulkner e anche Steinbeck sono lontani. Scrittura nuda e cruda. Ho pensato a lui (e un po' anche ad Agota Kristof di Trilogia di K.) quando ho letto Espiazione in nero di Valeria Montaruli, all'autore che scrisse in Via del tabacco (1932) che ‘la vita della città non è stata creata da Dio'. Il ‘nero' del titolo allude al colore della pelle ma anche alla condizione del lavoro in nero del protagonista. Leggete e capirete: quando gli amici sono i peggior nemici, la vita non è più vita. Il racconto è un lento e inesorabile piano sequenza che toglie il fiato. Chapeau. Forse non è rappresentativo della sua produzione – ho ricevuto una messe di racconti inediti, ispirati secondo l'autrice al realismo magico e nel solco, aggiungo io, di una scrittura al femminile carica di sapori e di carnalità. Ma, non me ne voglia l'autrice, spiccava di netto. Valeria Montaruli lavora come magistrato a Taranto. Ha al suo attivo la pubblicazione di diverse raccolte di poesie e alcuni racconti. Mi ha scritto: 'Essendo stata giudice di Corte d'Assise, ho avuto modo di confrontarmi con aspetti del comportamento umano davvero inspiegabili secondo i comuni parametri.'



[12/2/2006]

# 9_György Réti

Olocausto: un quadrato nero nella coscienza d'Europa. Mi ricordo che quando ho frequentato il corso di cinema con Leonid Aleksejcjuk, uno dei temi affrontati è stata la difficoltà di esercitare una visione sul baratro filosofico di questo tema. In realtà, il cinema di Spielberg, Benigni e Polansky ha allargato negli ultimi anni il perimetro d'azione consentita. Arte e scrittura non possono voltare lo sguardo dall'altra parte, a costo di commettere errori: documentare non basta se vogliamo che la memoria sia forte e presente. La morte nei campi ha modificato il flusso della corrente di vita di così tanti destini… Nel racconto di György Réti – una lapide sul baratro della storia – si respira una cupa ironia praghese, per non dire kafkiana, tipica di chi è cresciuto nel blocco dell'Est ai tempi della guerra fredda. Il denaro – in età sovietica la sua endemica carenza, e ora in età post-comunista la sua triviale abbondanza – diventa metafora dell'assurdo, la scintilla del corto circuito. György Réti è uno storico e diplomatico nato a Budapest (dal 1993 al 1997 è stato consigliere dell'Ambasciata d'Ungheria a Roma). Ha scritto e pubblicato molto su questioni internazionali, sulle relazioni fra Italia e Ungheria e sulla storia dell'Albania. Illustrazioni: un olio e collage del 1962 di Eugenio Carmi, in visita a Praga nel 1962, impressionato dal muro con i 77 mila nomi delle vittime delle persecuzioni naziste e una recente installazione di Fausta Squatriti per il giorno della memoria.



[11/2/2006]

# 8_Marco Vaglieri_II

Pennellata sicura, ritmo in crescendo, prosa metallica: ecco L'incontro, il secondo racconto di Marco Vaglieri, scrittore imprestato all'arte, sul tema del fantasma. Siamo lontani dalla metafisica di Giro di vite di Henry James (1898), che quando parlava di loro usava il corsivo per sottolineare la loro inquietante alterità domestica. Il fantasma di Vaglieri è vivo e vegeto, parla, picchia, si emoziona, non è ossessivo e non ha particolari missioni da compiere nel mondo dei vivi: sta seduto su un muretto. Henry James diventa Sergej Dovlatov. Lo spettro è patetico quanto può esserlo un espatriato russo a New York, spiazzato, depistato, inutilmente e pateticamente infuriato. Nella famiglia di Vaglieri – zio, padre e figlio artisti – fantasmi, catarsi e psicanalisi sono in agguato.




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