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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[21/5/2007]

# 19_Alina Rizzi


Oasi

Non è vero che nessuno poteva prevederlo. Non è neanche vero che una cosa simile era inimmaginabile. È ovvio che mentono, a sé stessi soprattutto. Sono costretti a farlo: in qualche modo li capisco. Devono mentire alla propria coscienza in primo luogo, per tollerare il dolore e forse persino un po' di rimorso. Devono raccontare che non si erano accorti di nulla o che, comunque, è vero, c'erano tutti i segnali di malessere e forse addirittura di squilibrio, ma niente che potesse apparire tanto grave da spingere a prendere delle misure di sicurezza.

Che falsità! Una persona che piange, grida e chiede aiuto non ha un malessere: sta proprio male. O mi pensavano capricciosa come una ragazzina annoiata?
Comunque è vero, non si sono accorti di nulla. Non hanno né visto né sentito.
Credevano fosse tutto normale, come sempre. (Un sempre che non è mai esistito in realtà, dal momento che gli alti e bassi sono stati, nel tempo, vistosi e costanti).

Il giorno stesso in cui accadde il fatto, poco prima che mio marito uscisse di casa, io gridai con tutte le mie forze, nonostante la presenza del bambino: “Non ci posso stare tutto il giorno insieme, lo ammazzo!”

Quell'urlo mi raggelò. Fu come aver dato vita ad un mostro, ad un orrendo maleficio. Avevo osato l'impronunciabile e con tale violenza che barcollai come in balia di un terremoto.

Abbassai il viso per nascondermi da quell'oscenità. Il cuore mi martellava nel petto, le ossa mi si erano d'improvviso liquefatte, mentre lui mi fissava dal fondo della stanza, più spaventato che sorpreso.

Non volevo incontrare il suo sguardo. Ripresi a strofinare il lavello nonostante mi tremassero le mani, proprio come poche ore prima, durante la mattinata.
Ricordo che guidavo costeggiando il lago. Mi sentivo sfinita, al punto da non riuscire a reggere il volante. Le dita tremavano. Dentro tutto si stava lasciando andare: i nervi, i muscoli, le ossa, il sangue. Lo percepivo distintamente. Mi si chiudevano gli occhi.

Controllai la velocità, convinta di essere quasi ferma, invece viaggiavo a novanta chilometri orari in un tratto in cui il limite era di settanta. Dovevo avere una percezione distorta della realtà, ma non pensai di rallentare, neppure per risparmiarmi una multa sicura. Piuttosto pensai che era davvero comodo potersene infischiare dei segnali stradali e dei limiti imposti. Mi sentivo al di sopra di ogni regola, come chi non ha più nulla da perdere. Alla rotonda non rallentai. La vidi ovviamente, ma non ebbi la forza di premere il pedale del freno, troppo esausta per compiere qualunque minimo gesto. Passai oltre senza quasi sterzare il volante, salendo con le ruote sullo spazio circolare in pendenza, rivestito di mattonelle decorative. La strada era libera, nessuno si accorse della mia manovra, nessuno protestò.

Era stato facile, per questo fissai allettata i fari del camion che arrivava in senso contrario, spostandomi leggermente verso il centro della carreggiata. Cosa ci voleva? Un minimo scarto a sinistra e l'impatto sarebbe stato inevitabile e rovinoso. Immaginai con dolcezza quel gesto semplice di sospensione del controllo: lasciarsi andare al proprio destino, con sollievo. In realtà non potevo essere certa che l'impatto si sarebbe rivelato fatale, ma se non altro mi sarei risvegliata in un letto d'ospedale, accudita finalmente e, soprattutto, autorizzata alla solitudine e al silenzio.

Invece il camion passò oltre e mi ritrovai in un attimo all'inizio del centro abitato, dove sarebbe stato molto più difficile compiere manovre azzardate e passare inosservata.

Se devo essere sincera, non credo che avrei preso in considerazione la possibilità di scontrarmi con un camion se non avessi letto, proprio la sera prima, la recensione di un volume pubblicato da una nota attrice americana. Un libro intitolato qualcosa come “I limiti di una madre”, in cui l'insospettabile bellezza dagli occhi viola confessava apertamente di aver sofferto di una grave depressione post partum, tanto grave da farle immaginare di gettare la propria figlia appena nata oltre la finestra, oppure di buttarsi contro qualunque camion capitasse sulla sua strada.

Io, invece, al camion non ci avevo mai pensato prima di quel giorno, perché non ho mai preso in considerazione metodi suicidi che potessero mettere a rischio anche la vita di altri individui. Asfissiarsi col gas, per esempio, è un altro metodo che ho sempre considerato inapplicabile per la stessa ragione. Ma questo non lo pensai in quell'occasione, il giorno in cui accadde il fatto intendo, ma molto tempo prima. Quel giorno cercai un parcheggio in cui lasciare l'auto infischiandomene dello scontrino di pagamento, che davvero mi parve una preoccupazione ridicola, e scesi a camminare in mezzo ai volti di perfetti sconosciuti.

Ancora strofinavo il lavello di cucina già pulito, quando mio marito tornò sui suoi passi. Tentò di afferrarmi per le spalle e io gli sfuggii. Lui protestò. Disse che dovevamo parlare, mentre io mi rifugiavo in cantina per caricare la lavatrice, anche se fuori pioveva a dirotto e non sapevo dove avrei steso i panni ad asciugare.

Stava dicendo che non potevo urlare cose simili, che dovevo calmarmi subito, che dovevo essere più paziente. Insisteva perché gli rispondessi qualcosa ma ero troppo stanca per farlo, proprio come quella stessa mattina mentre ero al volante e non avevo la forza fisica per premere il pedale del freno.
– Fermati, parlami! – gridava.

Io proseguii verso il soggiorno dove cominciai a riordinare i giochi del bambino disseminati sul pavimento. Poi lui iniziò a parlare da solo, convinto però che lo ascoltassi.
– E va bene, vuoi che resti a casa al tuo posto? Che molli il lavoro? È questo che vuoi? Allora hai vinto. Resto io, vattene pure dove ti pare. Esci, forza, cosa aspetti? Non ce la fai più a stare dentro casa, hai detto. E allora và, trovati un'occupazione e pensa tu a portare i soldi a casa, se sei convinta che sia più facile, se credi sia meglio che badare a un bambino. Vattene subito, sbrigati. –
A questo punto stava proprio gridando, fuori di sé, però non si era ancora levato la giacca e le scarpe e aveva sbirciato l'orologio convinto che non me ne accorgessi. Evidentemente non aveva mai preso in considerazione l'idea effettiva di stare a casa con nostro figlio: né per sempre né per quel pomeriggio soltanto.

Io nel frattempo mi muovevo meccanicamente per le stanze. Le sue parole mi attraversavano senza che riuscissi a trattenere nulla: né dubbi né emozioni. Ripetevo i gesti di sempre: non avevo bisogno di pensare per sbrigare tutte quelle incombenze quotidiane che ormai erano diventate la mia vita. Riordinavo, pulivo, ritiravo la biancheria appesa ai fili all'aperto e la piegavo con cura. Poi stendevo di nuovo.
Ad un certo punto lui si è stancato.
– Allora vado, ti saluto, – ha detto.

Ha cercato di darmi un bacio, ma poiché io non mi sono fermata per riceverlo il gesto si è perso nel vuoto. Del resto era in ritardo di mezz'ora e questo lo preoccupava di più.

Ho aspettato che si avviasse il furgone, poi ho chiuso la finestra e mi sono guardata attorno. La stanza era in ordine e silenziosa. Ma è durato un paio di secondi al massimo. Poi mio figlio ha ripreso a togliere dagli scaffali i miei libri, a sparpagliare giocattoli e oggetti vari sul pavimento, a sfogliare i quotidiani che non avevo ancora avuto modo di leggere. Si è tolto le scarpe e le calze e quando ho cercato di rimettergliele si è aggrappato ai miei capelli, urlando come un selvaggio. Si stava divertendo ovviamente. Me lo sono staccata di dosso e l'ho lasciato perdere. Ho acceso la televisione per guardare l'inizio della solita telenovela e intanto con la coda dell'occhio lo vedevo sparpagliare in giro la biancheria pulita, appena ritirata e piegata. Dopo un po' mi sono alzata e l'ho sculacciato, ma senza troppa convinzione. Lui infatti ha ricominciato subito. Non è certo uno sberletto sul sedere, imbottito di abiti e pannolino, che può far cambiare idea a un bambino di due anni.

Allora mi sono messa ad aspettare pazientemente che gli venisse sonno, mentre lo guardavo smantellare meticolosamente tutto il mio lavoro quotidiano. Ma non ho avuto fortuna: ha sempre dormito pochissimo, sia di giorno che di notte. Ad un certo punto, era ormai l'imbrunire, ho capito che non ce la facevo più. Avevo mal di testa e un ronzio fastidioso nelle orecchie. Ero stanca e assonnata, mi dolevano le gambe. Il caos che regnava nella stanza mi dava la nausea.

L'ho messo nell'auto, ben legato al suo seggiolino, coi pastelli in una mano e un biscotto nell'altra e siamo partiti verso il lago, per la seconda volta. Il sole tramontava ma a me pareva fossero trascorsi solo pochi istanti dal mattino, come se il tempo si fosse paralizzato. Guidavo senza pensare più a niente, le braccia aggrappate al volante, le gambe abbandonate sul sedile e gli occhi che mi si chiudevano. Era bello immaginare di non dovermi preoccupare degli orari, della cena da preparare, delle incombenze domestiche che il giorno dopo sarebbero ricominciate identiche a quello prima. Mi sentivo stanchissima ma calma, quasi serena, come viaggiassimo in una bolla tiepida, o in una navicella spaziale sparata nel silenzio. Non ho controllato il contachilometri come avevo fatto quella mattina, poiché non stavo correndo sicuramente, o almeno questa era la mia impressione. Comunque non aveva importanza, mi stavo rilassando. Il lago ci aspettava, disteso e quieto, come un'oasi di pace.

Non potevo certo sapere che, di noi due, avrebbe accolto uno soltanto.

Alina Rizzi

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