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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[22/4/2008]

# 26_György Réti_II


PICCOLE STORIE DI BOGLIASCO


Prefazione

Nell'autunno del 2004, tre anni dopo la mia prima volta a Bogliasco, ho avuto la fortuna di trascorrere cinque settimane ospite del Centro Studi Ligure. L'antica città marinara, costruita a cavallo della via Aurelia, conserva ancora intatto il ponte che l'attraversava. Il ponte crea un'interessante associazione panoramica con il moderno viadotto che corre in alto. Con i suoi circa tre chilometri di costa, Bogliasco si estende a sud-est di Genova. Sopra la costa, che fra i pendii rocciosi concede a tratti piccole baie con tanto di spiaggia, appaiono antiche e lussuose ville quasi coperte dalla lussureggiante vegetazione mediterranea. I monti che si ergono sull'altra parte della via Aurelia, talvolta brulli e spogli, alternano il loro mostrarsi a mezzacosta con gli antichi uliveti e il bosco, e più in alto con ampie pinete.

Questa volta sono stato ospitato nella panoramica Villa dei Pini, una delle tre che fanno capo al Centro. La villa deve il nome agli altissimi e maestosi pini del parco. Le loro chiome, che forse a simboleggiare un amore eterno si incrociavano proprio davanti al balcone del mio appartamento, mi parevano affettuosi amanti saldati in un abbraccio. Tanta è la meraviglia di alberi, ville e mare di questa costa, da essersi meritata il titolo di Golfo Paradiso!

Fu in mezzo a questa esplosione di natura non ancora del tutto domata che ho trascorso forse i più bei giorni della mia vita. (Anche per merito dei nostri padroni di casa, che con cortesia e cura hanno cercato in tutti i modi di farci sentire a nostro agio.) Oltre che dalla bellezza paesaggistica, il mio viaggio di studi è stato allietato dal privilegio di poter incontrare persone di grande cultura provenienti da diversi paesi, artisti, poeti, scrittori, storici…

Voglio dedicare questo lavoro ai collaboratori del Centro Studi Ligure.

Un ringraziamento profondo va agli amici Julia Abramovna Dobrovolskaja, Paola Bersi, Gianni Costanzo, Neil Curry, Camillo Pennati, Alan Rowlin, Mark Strand, Vladimir Strochkov e David Young, tutti membri della neonata Internazionale degli Appassionati di Bogliasco, per avermi prestato il loro cuore, talento e slancio nel mettere insieme queste piccole Storie di Bogliasco poliglotte. Un grazie speciale a Vladimir Strochkov per le immagini e a Eugenio Alberti per il prezioso aiuto nella redazione della versione italiana.



Vladimir Strochkov – fabbro di parole
Storia prima

Devo dirvi sinceramente che prima di diventare comproprietari della più piccola delle ville del Centro, non sapevo nulla di Vladimir Strochkov – fabbro di parole.

Questa definizione, che riporta ai tempi stakhanoviani dell'Unione Sovietica, mi venne in mente quando seppi che il nostro Vladimir (Volodja), laureatosi all'Istituto dell'Acciaio e delle Leghe di Mosca e avviato a fregiarsi prima o poi dell'alto titolo di Fabbro generale dell'Unione Sovietica, circa 30 anni fa intuì di colpo che il suo ‘vero acciaio' erano le parole, la sua seducente e ricchissima lingua russa. Fu allora che decise di dedicare la vita alle parole, e non invano. Lo dimostrano i due importanti premi letterari vinti in Russia e le decine e decine di pagine sul web che elencano i titoli degli articoli scritti da lui o su di lui. Si è sposato due volte, poi anche in questa sfera comprese che per lui la magia delle parole veniva prima della magia dell'animo femminile.

Da allora vive la sua vita da ‘promesso sposo' delle parole. “Non è facile” –, dice non senza una serena melanconia.

Vladimir si presenta come poeta polisemantico, cioè alla ricerca della grande molteplicità del senso delle parole attraverso giochi di parole e versi in lingua russa, italiana e inglese. Parla poco queste due ultime lingue eppure, grazie al talento e con l'aiuto del suo onnisciente computer, riesce a comporre bellissimi versi e giochi di parole non solo in russo. Un vero mago delle parole. Eccovi due esempi.

Quando gli dissero che il caffè per fare un espresso si chiama in italiano caffè macinato, accennando al suo infinito amore verso questa musa liquida, dichiarò su due piedi di sentirsi un macho caffinato, cioè uomo imbevuto di caffè. Un'altra volta, a pranzo, gli dissi per scherzo di essere eretico e socretiano (quasi un socratino), le due parole includono Réti, cioè il mio cognome (queste due parole verranno poi utilizzate in una poesia di cui vi racconterò più avanti). In quel momento Gianni il nostro cameriere ci domandò chi di noi volesse finire la frittata, risposi che la volevo io. Vladimir, divertito, mi definì allora eggocentrico, cioè con una sola parola egocentrico e appassionato di eggs (uova).

Sgobbava talmente giorno e notte chino sul suo portatile che era difficile smuoverlo per portarlo in spiaggia. Poi però, una volta lí, era altrettanto difficile portarlo via. Aveva sempre con sè il suo quaderno, e quando non faceva il bagno scriveva sempre versi e appunti. L'altra sua passione erano la fotografia e i collage. Malgrado le difficoltà economiche, aveva comprato un apparecchio giapponese di marca, con il quale scattava foto in continuazione per regalarle agli amici con gioia e un enigmatico sorriso strochkoviano.

La prima volta che siamo andati al mare, mi sono arrampicato su uno scoglio e l'ho proclamato solennemente Territorio libero d'Ungheria. Per tutta risposta Vladimir immortalò questo atto di occupazione con la sua macchina fotografica. A casa, scelse la foto in cui io salutavo con la mano alzata, vi sovrappose un grande tallone nudo, la testatina del quotidiano genovese Il Secolo XIX e il sensazionale titolo in inglese: Territorio italiano sotto il tallone d'acciaio dell'occupante ungherese!

Ci siamo accordati: io avrei fatto tutto il possibile per fargli ottenere il Premio Nobel tanto meritato, e lui in cambio mi avrebbe ceduto la metà della somma incassata.

Con la sua umanità e la mente sempre pronta a scherzare, Volodja è diventato ben presto il membro più popolare del nostro gruppo. Prima della sua partenza ha organizzato una serata ad hoc e con un sorriso misto di orgoglio e imbarazzo ci ha presentato un ciclo di una ventina di poesie ispirate ai bei giorni di Bogliasco dal titolo Ligures(q/c)ue, cioè liguresque per analogia con arabesque, mentre ligurescue include la parola rescue (salvare) e significa che la Liguria ci salva.

Durante il nostro ultimo incontro sulla spiaggia preferita, sotto la bella chiesa le cui campane suonavano ogni mezz'ora per distoglierci dalle cose profane della vita, era rimasto a scrivere con diligenza sdraiato sui piccoli e caldi sassolini. Ed eccolo, la stessa sera – con il suo immancabile sorriso accalappiatore – farmi dono del poema d'addio intitolato Nodo per ricordanza. Mi spiegò che era ispirato all'usanza degli Indiani d'America di inviare messaggi segreti con nodi intrecciati su una corda.

Quando ci siamo abbracciati per congedarci, spero non per sempre, gli ho sussurrato all'orecchio: “Mille grazie per avermi introdotto alla Letteratura Mondiale.” Penso che le parole russe del suo poema, intrecciate con quelle italiane, che parlano dell'uomo, dell'amicizia, del fluire del tempo, delle bellezze (bogliaschine) della vita, non siano dedicate soltanto a me.


Nodo per ricordanza
di Vladimir Strochkov

a György Réti

Come lettera intrecciata di nodi dovresti ricordar nella tua mente
e farne unica memoria come una corda intrecciata dal tempo
di come è trascorso questo tempo* – il tempo e le ore – per me
e per te, buon amico
e quanto dolce l'accadervi.

Come lettera intrecciata di nodi fanne un'impronta sul naso,
sulle pietre della tua piccola isola, tu vecchio campanilista
come i giorni volarono, portandoci con te nel loro peso
fra cielo e mare e come son trascorsi in un lampo.

Come lettera intrecciata di nodi della costa dovresti scriverti
come le settimane sono trascorse da colonne di soldati
e come nodi del mare nella gran quiete della notte passarono
questo anno, quest'attimo, quest'autunno, nel sonno.

Come lettera intrecciata di nodi dovresti vincolare alla mia la tua memoria –
diplomatico e storico, eretitico e socretiano,
ungherese ed amico – che fra le nostre radici
una ve ne sia in comune: questa bella Bogliasco, quest'anno.

Come lettera intrecciata di nodi scrivimi una e-mail da Buda:
come lampeggiavano le ore e suonavano le campane della chiesa,
com'è trascorso questo tempo, com'è rimasto – con me
e con te, buon amico
– fino alla morte fino all'incontro, per sempre.

(traduzione di Camillo Pennati)

(*) Le parole in corsivo sono scritte in italiano nella versione originale in russo.

Ed ecco la scherzosa quartina con cui ho risposto al poema.


Quartina a Vladimir Strochkov
di György Réti

Il miglior amico per me tu sei
per cui ho dimenticato il '56.
Grazie tante per l'amicizia computerizzata
e la metà del tuo Premio Nobel – promessa data!

(traduzione di Camillo Pennati)



Epilogo sentimentale del traduttore-allievo al libro di Marcello Venturi 'Julia, una leggenda vivente'
Storia seconda

Penso di aver avuto una fortuna eccezionale, quando fra il 1956 e il 1962 – grazie alla protagonista di questo libro, Julia Abramovna Dobrovolskaja – sono riuscito penetrare con il suo aiuto i segreti della lingua e della letteratura italiana. Forse non è senza interesse se racconto la storia che ci lega.

Tradotto in italiano, il cognome Dobrovolskaja significa – nomen est omen – ‘Bentivoglio'. Nella primavera del 1956, avendo deciso di diventare diplomatico, mi iscrissi alla Scuola superiore di diplomazia di Mosca, il famoso MGIMO. Arrivai a Mosca nell'agosto del 1956, e dopo alcune impressioni negative rispetto alle attese, fu proprio la professoressa di letteratura italiana Julia ‘Bentivoglio' a rappresentare la luce per noi. Allora aveva supergiù quarant'anni. Ci colpì, oltre che per la silhouette snella e i capelli rosso brillante, per l'originalità del pensiero e i suoi metodi didattici (nell'insieme, possiamo parlare di eleganza esteriore ed interiore).

Ecco un esempio dell'originalità dei suoi metodi di insegnamento. Non iniziò con l'alfabeto, ma con lettura del famoso sonetto di Dante su Beatrice Tanto gentile e tanto onesta pare, la donna mia, quand'ella altrui saluta, ch'ogne lingua deven tremando muta. La sua voce cristallina, come a Dante, ci fece mancare il respiro e ci fece innamorare di Beatrice, dell'italiano e soprattutto della meravigliosa intermediatrice che avevamo di fronte! Quell'amore platonico durò sei lunghi anni, mentre la nostra Bearice-Julia cercava di insegnarci ciò che dovevamo sapere sulla lingua e sulla letteratura italiana, forse non invano.

In quegli anni quasi nulla trapelò della sua vita privata. Secondo una leggenda che girava all'università, avendo lavorato come interprete durante la guerra civile spagnola, aveva incontrato Ernest Hemingway, il quale se ne era innamorato e si era ispirato a lei per la figura di Maria del romanzo Per chi suona la campana. (Se si trattasse soltanto di una leggenda, ho avuto il coraggio di chiederglielo solo quattro decenni dopo.)

Come scrivevo sopra, nell'autunno del 2001 ho trascorso un mese e mezzo al Centro Studi Ligure di Bogliasco. Sono molto grato alla direttrice Annamaria Quaiatper aver invitato la mia ex-professoressa a trascorrere qualche giorno con noi. L'ho aspettata con un mazzo d'orchidee. Julia è apparsa dinanzi a me naturalmente invecchiata, ma senza aver perso nulla della sua leggendaria eleganza, del timbro di voce e della sua freschezza intellettuale. Tutti ne sono rimasti affascinati. La fotografa americana Susan Utenberger è rimasta colpita dalla sua personalità e le ha scattato diversi ritratti.

Ho potuto rendermi conto della capacità di lavoro di Julia, allora ottantaquattrenne, quando insieme alla poetessa croata Vlada Acquavita abbiamo tradotto dal russo un'intervista del nostro amico Vladimir Strochkov. Abbiamo impiegato almeno mezza giornata, ma era sempre lei – senza il minimo segno di stanchezza – a proporre la soluzione migliore.

Per due giorni e mezzo abbiamo passeggiato in riva al mare, ci siamo seduti nella bella piazza di Bogliasco (incuranti della pioggia), abbiamo goduto delle meraviglie della cucina italiana e abbiamo parlato del tempo passato, delle storie comuni, degli anni staliniani e del futuro. Julia mi ha raccontato ciò che non conoscevo della sua vita: la Spagna, i due mariti – il generale Dobrovolskij e il professor Gonionskij, l'amicizia con la musa di Maiakovskij, Lilja Brik, e infine i due decenni trascorsi in Italia. (Di tutto ciò si legge nel libro di Marcello Venturi Via Gorkj 8, interno 106.)

Approfittando dell'occasione, le ho finalmente fatto quella domanda che aspettavo di fare da quarant'anni: cioè se avesse veramente avuto una storia con Hemingway. Con un sorriso dolce e misterioso, ha smentito la leggenda, lasciandomi però il sospetto che non volesse dire tutta la verità. Nel romanzo, Marcello Venturi dedica ampio spazio a questo segreto, senza però venirne a capo. E non sarò certo io a dare una risposta definitiva all'annosa querelle.

Una vita difficile e avventurosa, quella di Julia. Dopo delusioni e sofferenze, sempre più incapace di sopportare le menzogne e le ipocrisie del regime, Julia decise di lasciare il paese. Per i cittadini sovietici espatriare legalmente diventò possibile solo nel 1982. Fu in quell'anno che, grazie ad un matrimonio fittizio con un italiano, si liberò definitivamente del paradiso sovietico.

“La vita vera è cominciata per me a 65 anni” –, è stata la sua confessione sconvolgente.

Negli ultimi venticinque anni ha tradotto dal russo in italiano romanzi e memorie, e ha insegnato il russo alle Università di Milano, Venezia e Trieste. È riconosciuta come uno dei massimi esperti di letteratura russa in Italia. Lavorando sodo, ha pubblicato un vocabolario russo-italiano ed italiano-russo di duemilaquattrocento (!) pagine. Altri suoi lavori importanti sono i manuali Il russo per italiani e L'ABC della traduzione.

Mi disse con il suo sorriso affascinante: “I miei primi alunni sono ormai pensionati, mentre io insegno ancora in tre università e una volta alla settimana vado in treno da Milano a Venezia”.

In Italia è stata premiata due volte dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, premi utilizzati da lei per ospitare nella sua casa milanese amici scrittori e intellettuali russi.

Julia mi ha raccontato con amarezza di come le sue traduzioni fossero state pubblicate in Unione Sovietica sotto il nome di altri, senza alcuna remunerazione per lei. E di come fosse rimasta delusa dai suoi amici italiani di sinistra, che nel distacco dal paradiso sovietico vedevano un tradimento. Altri invece, come Marcello Venturi, le sono rimasti vicini. In seguito ai fatti ungheresi del '56, Marcello è uscito dal Partito comunista italiano. Julia ha tradotto in russo diversi romanzi di Venturi (anche in ungherese possiamo leggere diversi suoi romanzi e racconti).

Sono venuto a sapere da Julia che gli ex-allievi hanno creato a Mosca un circolo a lei intitolato. L'hanno invitata ma lei non è voluta ritornare sul luogo che è stato scenario di tante sofferenze. (Il sottoscritto traduttore-allievo spera comunque che la sua patria, amata nel profondo del suo cuore, la Russia rinata possa alfine ricompensare la sua Figlia eccellente.)

Al momento di salutarci, la mia professoressa mi promise di mandarmi presto il libro su di lei. Ci giurammo reciprocamente di non far passare altri 40 anni prima dell'incontro successivo.

Alcuni giorni dopo ho ricevuto il libro di Marcello Venturi con la seguente dedica: “Caro Giorgio! Questa è la tua professoressa, Ju. Dobr. vista con gli occhi di un italiano. La riconosci? Grazie per l'incontro a Bogliasco. Milano, 5 ottobre 2001.”
Bene, l'ho riconosciuta, e il piccolo-grande romanzo tanto mi è piaciuto che l'ho tradotto in ungherese. Colgo l'occasione per ringraziare la casa editrice K.u.K. per aver pubblicato questo libro, permettendo ai lettori ungheresi di conoscere la vita triste ma grande di Julia.

Giulia, tu sei meravigliosa è il titolo di un film degli annni '60 che ho molto amato, tratto dal romanzo di W.S. Maugham. Avrei preferito questo titolo per il nostro libro, ma era ormai impegnato e perciò ho optato per la variante che si legge sulla copertina (Julia, una leggenda vivente).

Il romanzo di Marcello Venturi innalza un monumento allo Spirito che riesce a superare prove fisiche e morali durissime. La Bontà vince sulla malvagità, l'Umanità sulle barbarie… Quella di Julia diventa una storia esemplare. Spero che con questo libro Julia Abramovna Dobrovolskaja possa diventare anche in Ungheria una leggenda vivente. E il traduttore (che spera di non essere un traditore) è lieto di poter esprimere rispetto e amore per la sua Maestra.

Post scriptum
Gli ultimi cinque anni hanno visto diversi eventi importanti nella vita di Julia e nelle nostre relazioni.

Il 25 agosto 2002, in occasione del suo ottantacinquesimo compleanno, il Console della Federazione Russa di Milano le ha consegnato un premio a nome del sindaco di Mosca, un passo importante in vista del suo ritorno a casa (vero e/o spirituale).

Nel novembre 2002 l'editore KuK e io abbiamo organizzato un ciclo di incontri per presentare la traduzione ungherese del libro di Marcello Venturi, ospiti lo stesso Venturi e la protagonista del suo romanzo: entrambi hanno riscosso un grande successo di pubblico.

Nel 2006 sono uscite a San Pietroburgoin russo – e poi anche in italiano – le memorie di Julia dal titolo Post Scriptum, Memorie – o quasi in cui racconta delle nostra amicizia (sulla quarta di copertina c'è una foto che la ritrae insieme a me).

Nel 2007 ha compiuto novant'anni, il mio modo di festeggiarla è stata un'edizione ungaro-italiana di questa storia. Tanti auguri e tanta felicità, mia carissima Julia!


Mark Strand vincitore del Premio Pulitzer, o siamo davvero tutti ungheresi?
Storia terza

A causa della tragedia dell'11 settembre 2001 Mark Strand, noto poeta americano, arrivò a Bogliasco con due giorni di ritardo, ancorché preceduto dalla sua reputazione. È un poeta di grande statura nei due significati del termine. Torreggia sulla media degli uomini con un'altezza di quasi due metri, e si è distinto negli Stati Uniti per il titolo di Poeta dell'anno nel 1991, e forse ancor più per il Premio Pulitzer nel 1999 con la raccolta di poesie Blizzard of One, l'ultima di nove pubblicate.

A quel tempo Strand insegnava letteratura al Committee of Social Thoughts dell'Università di Chicago, in cui convergono giovani talenti da tutto il mondo. Ho sentito dire che le sue conferenze e i seminari sono seguiti come un concerto rock da giovani e meno giovani, uomini e donne. È molto proababile che queste ultime siano in maggioranza, dato che Strand è un uomo di bell'aspetto e la sua mole verticale è coronata da un volto attraente e mascolino. In aggiunta alle fattezze da classicità greca, gli occhi blu marino irradiano una serenità permanente e fanciullesca.

Non eravamo ospiti nello stesso edificio, ma durante i nostri pranzi quotidiani abbiamo avuto modo di conoscerci un po'.

Sorridendo, un giorno mi disse: “Nonostante la mia prima passione fosse la pittura, quando mi sono accorto di non poter eccellere ho scelto la poesia.” L'influenza più grande su di lui l'ha esercitata Kafka, che egli considera ‘Padre e Madre' della sua arte.

Mi parlava con tristezza della quantità di poveri nella ricca America, aggiungendo con autoironia che c'era ben più bisogno di medici e insegnanti che di poeti. Per quanto fosse scosso dall'attacco terrorista a New York, era tuttavia in disaccordo con la reazione americana. “L'uccisione di americani innocenti non potrà essere vendicata con l'uccisione di afgani innocenti.” D'altro canto, era però d'accordo che Bush dovesse reagire per non danneggiare il proprio prestigio e la sua presidenza.

Durante la nostra prima conversazione citai un aforisma dell'umorista ungherese György Mikes, pubblicato a Londra in un libro dal titolo Everybody is Hungarian, secondo il quale dai tempi di Adamo chiunque contasse era ungherese. Strand sembrò apprezzare il motto, ma essendo figlio di una grande nazione non poté reprimere una sfumatura ironica in viso di fronte all'evidente nazionalismo da parte di un rappresentante di una piccola nazione come l'Ungheria. “Non importa” –, pensai, e continuammo la nostra conversazione.

Qualche giorno dopo, con un sorriso quasi pudico mi mostrò il suo ultimo libro pubblicato, con impressa sulla fascetta la scritta a caratteri d'oro Awarded the Pulitzer Prize. “Vedi –, gli dissi, riprendendomi d'animo, – anche lui era ungherese.” Né lui né gli altri della compagnia mi credettero e così dovetti fare appello all'Enciclopedia italiana. La quale certifica al di là di ogni dubbio che Joseph Pulitzer è nato in Ungheria nel 1847 e morto a New York nel 1911.

In quell'esatto momento ebbi la percezione che l'immagine del mio Paese fosse sensibilmente migliorata.

Tutti vollero sfogliare il libro di Mark e solo qualche tempo dopo potei dargli un'occhiata, e soltanto l'ultimo giorno potei guardarlo con attenzione. Come si usa nelle edizioni di pregio, nell'ultima pagina del volume si dichiarava che il libro era stato stampato usando caratteri inventati da Miklós Kiss, tipografo ungherese vissuto nella seconda metà del 17° secolo. Così recitava il testo in inglese:

A Note on the Type
This book was set in a computer version of Lynotype Janson, a recutting made direct from type cast from matrices long thought to have been made by the Dutchman Anton Janson, a type founder in Leipzig (1668-1687). However, it has been conclusively demonstrated that types are the works of Nicholas Kis (1650-1702), Hungarian, who probably learned his trade from the Dutch type founder Dirk Voskens.


Stavo quasi per scoppiare d'orgoglio quando mostrai a Strand questa nota del colophon, aggiungendo che il famoso tipografo era un ungherese transilvano dal secondo cognome difficilmente pronunciabile: Misztótfalusi.

Finalmente edotto della circostanza che il suo libro – a sua insaputa! – iniziasse col nome di un ungherese e terminasse col nome di un altro ungherese, al momento di salutarci Strand si fece schermo del suo accattivante sorriso e mi disse: “Mi pare tu abbia ragione, siamo tutti ungheresi!”



Cronaca del mio salvataggio
Storia quarta

A Gianni, Marco e Luca

L'unica limitazione alla Villa dei Pini era il divieto di fare il bagno nella bella ma pericolosa scogliera sottostante. La direttrice del Centro Annamaria Quaiat ci spiegava il divieto dicendo: “Malgrado il mare invitante, le onde e gli scogli sono pericolosi, a volte mortali.” Non potendo garantire la nostra incolumità, ci vietava l'avventura per proteggerci.

Evitai sempre di andare a fare il bagno alla scogliera proibita, ma poiché adoro il mare e fare il bagno, andavo spesso alla spiaggia preferita dai bogliaschini, la spiaggia detta ‘sotto chiesa'. Questa piccola e affollata baia si trova sotto uno strapiombo, a ridosso della bellissima piazza centrale e della chiesa barocca che la domina. Per arrivarci, bisogna prima scendere lungo la passeggiata, e da qui scendere ancora per la scala ripida e stretta che, fra agavi, aloe, capperi e finocchio selvatico, conduce alla spiaggia di ghiaia. Confidenzialmente chiamo questo luogo terra desiderata: una coltre di piccoli sassi grigi e colorati.

Ricordo quando nel 2001, durante il primo soggiorno, mi arrampicai su quello scoglio in mezzo al mare, a poche decine di metri dalla riva, chiamato dai bogliaschini ‘a cascéa'.

Dopo aver conquistato questo scoglio, che con gli occhi della fantasia allora vidi come una piccola isola, l'avevo solennemente battezzato Territorio libero di Ungheria. Tre anni più tardi, con in mano la foto che documentava questo atto d'occupazione virtuale, tentavo di dimostrare ai miei amici italiani, conosciuti sulla spiaggia, che quello era... ‘territorio Ungherese'. Questa finta annessione, poi benevolmente accolta, faceva sorridere, anche perché nella mia generosità nulla chiedevo a fronte della permanenza sulla mia isola. Gli amici italiani mi davano ragione, considerando che quella piccola isola era ben poca cosa e che, anche se fosse stata riconosciuta la territorialità Ungherese, allo stivale italiano sarebbero rimasti altri 8 mila chilometri di coste. In ogni caso, nessuno ebbe mai a contestare la mia pretesa.

Durante il secondo soggiorno nel 2004, dopo cinque settimane di sole, bagni e cultura, giunse improvviso come un temporale estivo l'11 ottobre, il giorno della partenza. Alle due del pomeriggio dovevo partire per Venezia, dove mi aspettava una conferenza sulle relazioni Italo-Ungheresi. Dopo i preparativi per organizzare il bagaglio e il viaggio, mi era rimasta a disposizione poco più di un'ora. Decisi di dire addio alla mia amata spiaggia, al mio mare e allo scoglio magiaro.

Quella mattina fatale il sole splendeva e un vento fortissimo frustava il mare. Per me avrebbe dovuto essere un segno premonitore, era come se la gente sapesse: sulla spiaggia non c'era nessuno. Le onde, che a momenti alterni arrivavano forse a tre metri d'altezza, si andavano a rompere con fragore al limite estremo dalla baia, allungandosi di oltre dieci metri, avrebbero dovuto essere un ammonimento. Avevo fatto tante volte il bagno con onde simili, anche se più basse, ed ero convinto (evidentemente con presunzione) di poter sfidarle e vincere.

All'inizio ho nuotato con gioia e leggerezza. Ignaro di ciò che stava accadendo, per un po' mi sono divertito: ho giocato a farmi sollevare e deporre dalle onde che poco a poco s'ingrossavano. Dopo cinque minuti o poco più, ho pensato che fosse tempo di tornare a riva. Fu allora che mi accorsi del mio errore fatale. Quando capii che con onde di tre metri non si può tornare a riva come con onde di due... ormai era tardi. Per quanto mi sforzassi, il riflusso del mare non solo mi impediva di rientrare a riva, ma mi sospingeva inesorabilmente e pericolosamente al largo contro la mia isola, lo ‘scoglio magiaro'.

Quando vedi i miraggi, succede che la spossatezza ti fa apparire possibile quello che possibile non è. Sebbene con il mare grosso fosse chiaramente impossibile salire sullo scoglio, lo sfinimento ingannò la mia mente: per ironia della sorte, ho rischiato di morire sullo scoglio che tanto ho amato. Ho saputo poi che altri sventurati, che con il mare grosso avevano osato sfidare le onde, sono morti proprio là sopra. La lotta sempre più disperata contro quelle onde paurose mi costrinse finalmente a chiedere aiuto. Ma in mare non c'era nessuno, la spiaggia era deserta e sulla passeggiata c'erano poche persone.

Sfinito dalla lotta, il mio ‘Aiutooo' era sempre più flebile e veniva coperto dal fragore delle onde. Onde potenti e torreggianti mi sovrastavano e mi attiravano verso il fondo del mare, verso la morte quasi certa.

Quando ebbi perso tutte le forze e ogni speranza, quando mi sembrava ormai giunta l'ora della verità, a riva qualcuno udì la mia voce e diede l'allarme. Si formò un gruppo concitato di persone. Io non riuscivo più a dare un senso, ero come precipitato in un inferno d'acqua, e le parole di Dante Lasciate ogni speranza o voi che entrate mai mi erano sembrate così appropriate. Le mie speranze erano ormai perse, quando vidi la sagoma di tre uomini scendere dalla scala con un salvagente, forse rischiando la propria vita, per venire in mio aiuto.

Non sarebbero mai riusciti a lanciare il salvagente così lontano. Raccogliendo tutte le forze e il coraggio rimastomi, dovetti avvcinarmi avventurandomi fra gli scogli a riva. Coloro che poi ho identificato come i miei salvatori, entrarono nel mare ondeggiante e lanciarono il salvagente verso di me. Dopo parecchi tentativi a vuoto, finalmente riuscii ad afferrare il salvagente, che Marco (il suo nome lo seppi dopo) mi aveva lanciato. Fu così che con molti sforzi, molta fortuna e con l'aiuto dei miei salvatori approdai al sicuro sulla spiaggia, dove confuso e basito mi sdraiai a riposare su uno scoglio. Poi, accompagnato da Luca, salii al paese. La scala, che altre volte superavo con facilità, per l'emozione e la stanchezza ora mi sembrava una vetta impossibile da scalare.

Gli uomini dell'assistenza della Croce Verde di Bogliasco, cui devo le prime cure, mi accompagnarono all'ambulanza. Anche se il dramma si era risolto con poche escoriazioni, per sicurezza volevano portarmi all'ospedale. Ma poi mi lasciarono prendere il treno per Venezia che sarebbe partito mezz'ora dopo, limitandosi a bendarmi le ginocchia sanguinanti. Mentre uscivo dall'ambulanza, mi accorsi che solo uno dei miei tre salvatori era ancora lì. Quando lo abbracciai e ringraziai, disse il suo nome: Luca. Questo era l'unica informazione che avevo su di loro.

Dopo essermi trascinato sfinito e dolorante a Villa dei Pini, mi ripresi. Mi erano rimasti pochi minuti per mangiare qualcosa e salutare i padroni di casa. Non senza imbarazzo, e solo all'ultimo momento, ho sussurrato all'orecchio di Annamaria: “Oggi il mare mi ha trattenuto quasi per sempre.”

Arrivato a casa, lontano dall'Italia, sentii il dovere di rintracciare i miei salvatori. Per questa ricerca sono molto grato ai funzionari del Ministero degli Esteri Ungherese e del nostro Consolato Onorario a Genova. Pur avendo pochi elementi, sono riusciti a identificare i nomi dei miei salvatori: Luca Aleotti, Gianni Costanzo e Marco Crovetto. A Luca, di cui ottenni l'indirizzo, scrissi una lettera di ringraziamento per tutti, allegando tre copie del mio album illustrato Cronaca illustrata di storia comune, bilingue e... bicuore.

Più tardi ricevetti la risposta di Gianni Costanzo, insieme a una copia del suo libro. Fra i tre è il più anziano. Dopo aver prestato servizio come tecnico alla centrale termica di un istituto pediatrico di Genova, oggi è pensionato. Ha pubblicato La magia dell'inconscio, pubblicato nel 1997. È sposato con Maria Teresa Bernini, ha una figlia di nome Francesca e un nipote di nome Mattia.

Dalla lettera scrittami da Luca Aleotti, ho saputo che dopo di me ha salvato dal mare anche due bambini tedeschi. Luca, come molti giovani, fa fatica a trovare un lavoro che coincida con le sue aspirazioni. Dopo cinque anni come volontario alla Croce Verde di Bogliasco, ha dovuto lasciare e in attesa di tempi migliori fa il decoratore.

Di Marco Crovetto ho saputo che è uno scapolo che vive in una bella casetta dentro un parco di Bogliasco, lavora come tecnico nella principale centrale termoelettrica di Genova. Oltre ad amare la scrittura e la musica, come tutti i miei salvatori, ama il mare di Bogliasco. Ci viene spesso con il suo amico Francesco Giudice a bighellonare, anche fuori stagione. (Io l'avevo soprannominato ‘Santo Francesco della Spiaggia', perché lo vedevo spesso raccogliere l'immondizia degli altri.)

Finora ho raccontato la storia vissuta dal mio punto di vista, da dentro il mare. Quella che segue, invece, è la storia raccontata da fuori dal mare, con le parole prese dalla lettera di Gianni:

Poiché la confusione e l'eccitazione annebbiano e cancellano i ricordi, per quanto mi è possibile ricordare ti racconto cosa è successo quel giorno. Quando sei passato per andare al mare, Marco e io ti abbiamo visto e forse salutato. Stavamo studiando il nodo perfetto, che avevamo inseguito per tutta l'estate. Mentre eravamo intenti in questa ricerca, abbiamo sentito una voce, rivelatasi poi di Luca, che ti gridava di stare distante dagli scogli e che aveva già chiamato i vigili del fuoco per mandare l'elicottero. Dopo aver trovato il salvagente, provvidenzialmente custodito da una signora che abita sopra la scaletta per andare alla spiaggia, siamo scesi. Mentre Marco si spogliava, io ho srotolato la fune del salvagente. Quindi siamo entrati in acqua, io vestito e Marco in costume, seguiti poi, forse, da Luca. Per fortuna sei riuscito ad avvicinarti a riva. Mentre io tenevo il capo della fune, Marco si è avvicinato il più possibile e ti ha lanciato il salvagente. Dopo è arrivata un'ondata che ci ha un po' travolti, ma per fortuna tu eri già riuscito ad arrivare a terra. Mentre tutto questo accadeva e forse altro che non riesco a ricordare, io pensavo a quella signora bionda (suppongo fosse tua moglie) che quest'estate era con te sullo scoglio di fronte alla scaletta. Pensavo a quanta paura si sarebbe presa se fosse stata lì e ti avesse visto così in difficoltà.

(Devo precisare che quella signora bionda vista qualche giorno prima da Gianni non era mia moglie. Mia moglie Anna, che è bruna, era stata con me a Bogliasco solo per una decina di giorni. La signora in questione era Paola Bersi, autrice di un magnifico libro sull'educazione all'espressività e alla lettura delle opere d'arte dal titolo Esperienze visive. Con lei e suo marito Sergio abbiamo passato dei momenti assai piacevoli in spiaggia, conducendo trattative scherzose sulla sorte del già menzionato scoglio ungherese. In qualità di rappresentanti più o meno ufficiali del Belpaese, avevano generosamente concesso quel territorio tanto desiderato al mio Paese. Le trattative sono state immortalate in un scherzoso fotomontaggio di Paola.)

Fra i propositi principali della mia (salvata) vita, vi è quello di tornare nuovamente a Bogliasco per ringraziare i miei salvatori di persona, e dopo un abbraccio affettuoso, fare un bagno in quel mare che, grazie a loro, non è riuscito a trattenermi per sempre. Nell'attesa, leggo e rileggo i versi che Gianni Costanzo mi ha dedicato:


Il tuo mare
di Gianni Costanzo

Il mare è come una bella donna,
A volte amorevolmente ti bagna e culla,
A volte insidiosamente ti tradisce.
Il tuo mare
È una bella donna che non puoi smettere d'amare.

Caro Gianni, non posso e non voglio smettere d'amare questa donna meravigliosa, anche se divenuta per me un po' paurosa.

György Réti, Bogliasco-Budapest 2001-2008

I racconti sono stati scritti in ungherese e tradotti in italiano dall'autore con l'aiuto di Paola Bersi, Gianni Costanzo, Julia Dobrovolskaja, József Nagy, Camillo Pennati ed Eugenio Alberti Schatz.


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