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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[11/1/2010]

# 35_Ciro Ferreira


Las 49 mulheres de Oscar Zeta Acosta
brani dal manoscritto a firma di Ciro Ferreira trovato in una cantina di un piccolo paese di montagna della Bolivia


1. Cristina

Cristina aveva 32 peli sul petto, così, ben in vista, come se niente fosse. Tra me e il suo culo si stabilì immediatamente una affinità elettiva. Cristina lavorava come centralinista nel giornale dove vivacchiavo producendo articoli osceni sulla cucina regionale del Nordest brasiliano. Lei adorava vestirsi di nero e, tra una telefonata e l'altra, ascoltava vecchie cassette dei Sepultura. Le regalai un dente acuminato che le dissi appartenere a mio nonno, emigrato dall'Ungheria nel XIX secolo. Cristina viveva in un antico palazzo del centro in una stanza senza finestre. Un posto che non volli mai visitare.

Dopo aver assistito alla prima del Massacro della Sega Elettrica, andammo a casa mia a scopare. Lei si rivelò abilissima nell'arte del pompino, e in più le sue orecchie a sventola offrivano un utile appiglio per costringerla a rimanere più a lungo sul cazzo. Dopo le scopate, Cristina andava in bagno e indossava una sottoveste di seta nera ridicola e si metteva a dormire. La ritenevo pericolosa e così mi svegliavo sempre per spiarla. Una notte, non la incontrai a letto. Mi alzai e la scoprì in salotto a masturbarsi in piedi sulla maniglia della finestra. Le puntai le orecchie a sventola e le feci terminare il lavoro. Adoravo il suo culo perché ogni giorno assumeva una forma diversa. A pera, a mandolino, piatto, pieno come un'anguria, piccolo come un chicco d'uva e allungato a mo' di frutto tropicale.

Era così bello che cominciai a studiare diverse destinazioni d'uso per quei glutei che si metamorfosavano continuamente. Così, quando aveva il culo piatto, la scopavo sulla scrivania del mio studio e poi cominciavo a scrivere sulla superficie incartapecorita del suo culo alcuni racconti polizieschi. Uno di quelli aveva come protagonista l'investigatrice Sara Gordon e fu pubblicato sulla rivista letteraria di un centro d'azione femminista. Quando invece era il giorno del culo piccolo, le piazzavo pazientemente dei soldatini di stagno sulle chiappe e poi cominciavano a chiacchierare del più e del meno. Quando un soldatino cadeva nel burrone, facevo muovere il plotone per salvarlo. Certe volte, il soldatino riemergeva tutto fradicio, altre volte sprofondava negli inferi e non lo si vedeva più. Ci divertivamo con queste piccole cose.

Un giorno, Cristina mi telefonò e mi disse che aveva lasciato il lavoro e che si era innamorata di un pittore che abitava nel suo stesso palazzo, un tal Chico de Oliveira. Lo conoscevo: era un laido cinquantenne alto un metro e quarantadue, butterato e quasi del tutto calvo, noto in città per la bruttezza delle sue opere. Non intesi il perché della sua scelta, fino a quando un giorno lei riapparve in redazione senza i suoi 32 peli sul petto. La sua amica del cuore Rosineide mi confessò che Chico aveva fatto di quei peli il suo pennello più prezioso.


2. Clezia

Clezia era una delle donne più brutte che avessi mai conosciuto. Non avrei mai immaginato di scoparmela se non fosse stato che per un particolare: notai che quando eravamo vicini, i suoi capezzoli si gonfiavano fino ad assumere dimensioni sproporzionate. E il bello era che Clezia continuava a sorridere seduta sulla sua scrivania di assistente della biblioteca comunale anche quando eravamo in dieci a chiederle informazioni, come se fosse ignara della imbarazzante lievitazione.

Cercai di capire se il fenomeno dei capezzoli avvenisse anche in mia assenza, e così da lontano guardavo le sue tette in attesa di un risveglio prorompente. Ma niente. I suoi capezzoli rimanevano addormentati se non le paravo di fronte per ottenere informazioni sull'opera, che so, di Vicente Huidobro. Un pomeriggio, uscii dalla sala di lettura e andai a chiedere a Clezia se in collezione avessero Vedove e Militari di Francis Picabia. Immediatamente, altri cinque figuri mi si affiancarono e, con tanto di libri in mano, aspettarono che si materializzasse il portentoso miracolo.

Dovevo fare presto, entrare in azione. Non avrei mai permesso che un altro approfittasse di ciò che avevo contribuito a creare. Dovevo essere, se non il solo, almeno il primo ad assaporare quei giganteschi tubercoli. Il vero problema è che Clezia, oltre ad essere una racchia, aveva un corpo flaccido, la faccia piena di verruche e una sessantina d'anni. Allora la invitai alla festa del mio compleanno. Quella notte, verso le tre, quando ormai gli invitati erano ubriachi e piuttosto disinteressati verso la figura dell'anfitrione, mi appartai con Clezia in una stanza sul retro e chiusi la porta a doppia mandata. Clezia scoppiò a piangere mentre i suoi capezzoli proruppero in una erezione di almeno 6 centimetri. La abbracciai e le afferrai uno dei capezzoli, sentendolo palpitare tra le mie dita. Cominciai a titillarlo come se fosse un piccolo grande cazzo mentre il mio uccello esplodeva in una erezione formidabile tra le sue lacrime.

Mentre cercavo con complicati equilibrismi di portare la punta del mio cazzo sui capezzoli, Clezia mi disse singhiozzando che ogni volta che mi vedeva in biblioteca si ricordava del figlio morto sei mesi prima in un incidente stradale e che a quel ricordo, lei non riusciva più a controllare i suoi capezzoli. Le strappai l'abito da sera e le sbattei il cazzo sulle tette, improvvisando una frenetica danza macabra che mi fece venire in un paio di minuti mentre Clezia guardava il soffitto come rapita da un'energia superiore.


3. Rita

Rita era analfabeta. La conobbi alla festa mascherata di una mia amica tedesca dove lei distribuiva i crauti, i dolcetti e le pinte di birra ai numerosi convenuti. Era timida e sopravviveva facendo la baby sitter del figlio della mia amica, un biondone di otto anni che la riempiva di carezze e di mazzate. Nessuno le dava la minima attenzione, anche perché tutti erano presi dalle belle figliuole che danzavano embriacate al centro della pista. Alla nona birra, mi ruppi i coglioni e andai in cucina. Rita era indaffarata sul forno, lasciandomi godere del panorama del suo culo enorme fasciato nei jeans slavati. Era grossa ma non flaccida. Morena e con una bella quarta di tette. Era tutta tosta e ben tornita dall'etica protestante del lavoro. Quando si accorse della mia presenza, Rita capì che l'avrei presto svangata e sorrise. La mia amica tedesca ci sorprese in cucina a civettare e notò il rigonfiamento della mia patta. Da allora, non mi parla più, perché non si va a casa delle amiche a scoparsi le serve.

Diventammo amanti la sera dopo seduti a guardare il panorama al belvedere. Non riuscivo a capire cosa veramente mi attraeva in lei. Mai l'uccello mi era diventato così duro prima. Le misi la mano ghiacciata dalla vodka nella voragine che si apriva sul retro dei suoi jeans e capì. Il culo di Rita era la Via, il Cammino Perfetto, la Verità Rivelata. E io non vedevo l'ora di raggiungere l'Illuminazione.

Quella notte, mi concentrai su quel regalo divino. Passammo lunghe ore a scoparci tantricamente, rimanendo immobili e pulsanti come coralli sullo scoglio della nostra immaginazione. Venimmo cinque volte a testa e all'alba pensammo che avevamo realmente capito il perché delle cose. Ci addormentammo e facemmo lo stesso sogno: un unicorno rosso che si abbeverava nelle acque cristalline di un torrente di montagna. Al risveglio, mentre eravamo impegnati in una pecorina infuocata, il suo culo e il mio cazzo si promisero comprensione eterna.

Ogni tanto dimenticavo che Rita non sapeva leggere. Un giorno la invitai al cinema a vedere Casinò di Scorsese e dopo venti minuti ce ne andammo perché mi accorsi di aver fatto una stronzata. Era una versione in lingua originale con i sottotitoli. Un giorno, le dissi che non ci saremmo più amati se lei non si fosse iscritta alla scuola serale. Rita pianse per ore, ma non desistetti. Parlai di lei ad un mio amico che faceva il maestro elementare e comprai da un negozio in centro un abbecedario tutto dorato. Lei capì e si iscrisse a scuola. Ogni sera mi scriveva dei biglietti d'amore infuocati e ovviamente ancora tutti sghembi. Leggendo quelle letterine, un mio amico arrivò a pensare che mi stessi scopando una bambina delle elementari. Poi, come è giusto che succeda, quell'eterna comprensione finì, ma seppi che Rita continuò a studiare, arrivando a prendere il diploma della scuola media.

Ogni tanto, Rita mi chiama ancora e si mette a conversare per ore dei libri di George Amado. Non le ho mai confessato che odio George Amado, perchè lei finalmente sa leggere e la sua voce è così bella che io rimango lì ad ascoltarla tutta la notte, dondolando soavemente il mio gingillo e immaginando di essere perfetto.


4. Carol

Io e Carol ci sedevamo sempre a fianco durante le lezioni del corso di Linguistica Medievale, dove ci eravamo iscritti per ragioni diverse. Io perché mi ero innamorato dei personaggi dell'Armata Brancaleone, lei (lo scoprì dopo) perché voleva fuggire dalle ossessioni del marito. Non mi colpì immediatamente perché era bella, ma perché era strana. Aveva un caschetto di riccioli biondi, una pelle bianchissima, un corpo sottile, braccia allungate, spalle strette, tette ad imbuto e un culetto ampio, alto e piatterello. Era un misto di Shirley Temple con Olivia Newton John. Ed era strabica.

Carol a volte arrivava in aula felice e scherzava con tutti con il suo dirompente sorriso giallastro. Ma poi il giorno dopo entrava con gli occhi bassi e disegnava tristi ghirigori senza degnare nessuno del suo sguardo sfuocato. Durante le prime lezioni, parlammo un po' di noi, ci scambiammo i numeri di telefono e ci salutavamo sempre con un bacetto sulla guancia. Non ci trovavo niente di che. Anche perché a me piaceva un'altra alunna, Francisca, che portava occhiali a fondo di bottiglia ma che aveva delle tette che arrivavano al banco di fronte. Ero definitivamente tornato ai tempi della scuola.

Col tempo, Carol cominciò a conquistarmi. A fine lezione, rimanevano sempre più a lungo a parlare e un giorno lei mi confessò che il suo matrimonio era infelice. Suo marito, il primo e unico uomo della sua vita, era terribilmente geloso, la maltrattava e a letto era un disastro. Aveva un cazzo piccolissimo, veniva dopo due minuti e poi, tra scoreggiose flatulenze che corrodevano inesorabilmente il corredo di nozze di Carol, si gloriava dei suoi miseri successi di avvocaticchio nel foro locale. Se fossi stato un uomo, le avrei consolata offrendole una spalla sui cui piangere e l'avrei poi spinta e incoraggiata a disfarsi di quel puzzone. Avrebbe potuto contare su di me.

Ma non ci riuscì. Le presi il viso e la baciai con violenza, mettendole la lingua in bocca e mordendole ripetutamente labbra e viso. Dopo cinque minuti, aveva la faccia tutta rossa ed un sorriso che non le avevo mai visto. Era quello di cui aveva bisogno. Sulla via di casa, sapendola donna di classe, mi fermai a comprare fragole e champagne. La feci accomodare sul divano, misi su un disco di Jorge Ben Jor e cominciai a fare uno strip-tease. Il suo strabismo mi impediva di capire se era rapita dal mio corpo o dalla fotografia dei miei genitori sul mobile del salotto. Ma quando arrivò il momento di mostrarle l'uccello duro, non ebbi dubbi. I suoi occhi azzurri, per la prima volta in contemporanea, fissarono il mio arnese e Carol esclamò: “Ma che coso… Enorme!”. Il marito minidotato era davvero stato l'unico uomo della sua vita.

Il giorno dopo, Carol arrivò tutta contenta in aula e i nostri colleghi rimasero a bocca aperta: non era più strabica. Dopo alcune settimane, la madre di Carol volle conoscermi. E così il pomeriggio dopo una lezione, io e Carol le facemmo una visita. Il mio sesso senso cominciò a trillare non appena la vidi. Anch'ella, come la mia bella, era strabica. La signora ci fece accomodare in salotto e lì, sul tavolo, in bella vista, un disco ancora impacchettato di Jorge Ben Jor. Mi volsi verso Carol e lei, sorridendo, ammiccò verso la mamma. Mi alzai, scartai il disco, lo misi su e cominciai lo spettacolino.


5. Marcita

Marcita era una delle più fedeli frequentatrici della mia chiesa nel barrio de La Candelaria a Lima. All'epoca, facevo il missionario battista in una piccola chiesa di periferia. Quando Marcita entrava nel mio tempio, il sacrestano si toccava le palle. E non perché Marcita portasse sfiga, ma perché era una figa. Una piccola e meravigliosa figa. Marcita aveva lo straordinario dono di misurare un metro e quarantacinque messi su in un corpo da pornostar in miniatura. Era questo che faceva così arrapare il mio assistente ecclesiastico.

In realtà, Marcita aveva ventiquattro anni ed era talmente eccitante che non riuscivo a togliere lo sguardo dal suo corpo indigeno mentre predicavo l'astinenza sessuale ai giovani battisti. Fu lei un giorno a sorprendermi all'uscita della chiesa, e disse così: “Pastore, che ne pensa se le facessi una mezz'ora di massaggi, un'altra mezz'ora di pompini e poi alla fine se vuole mi scopa? Posso darle 10 Reais per tutto questo”. Risposi che i libri sacri mi permettevano di fare sesso per soldi solo nei giorni dispari e che lei era fortunata perché quel giorno era mercoledì. O almeno così credevo.

Così andammo a casa mia e lei stette ai patti. Mi massaggiò a lungo, ben più della mezz'ora promessa, con l'olio sulle mani, le tettine al vento, le mutandine mignon quasi invisibili infilate nel solco del suo culetto e un sapore di aglio nei capelli perché lavorava come cuoca da una famiglia nella calle del Rosario. L'aglio nei capelli e l'olio sulle mani mi fecero pensare che mi avrebbe presto messo degli spaghetti in culo.

Ma quello era solo il primo piatto. Arrivati al secondo, si mise a lavorare sulla carne. La sua tecnica era invidiabile. Mi irrorò l'uccello, lo salò, lo pepò e me lo impastò bene col burro, avendo cura che non si asciugasse troppo. Era una cuoca sublime. Tritò finemente il mio cazzo con i suoi dentini a coltello e se lo calò nella boccuccia che pareva una pentola a pressione, ripetutamente, senza soste, per raggiungere la cottura perfetta. E così, quando ormai il mio pezzo di carne era pronto per essere servito in tavola, mi sentii un manzo masochista, felice di essere finito tra le mani di una cuoca che sapeva come preparare un piatto succulento.

Era arrivata l'ora della fruttina proibita. Volevo mordicchiarle la pesca pelosa che si apriva invitante dietro il cotone delle sue leggerissime mutandine. Nella posizione dei gemelli, con lei di fronte a me seduta sul letto, la pompai con soddisfazione fino a quando lei non mi venne addosso con un getto di sbrodola che raggiunse prima i miei occhi e poi un paesaggio ad olio sulla parete. Due metri di getto, di lunga durata, una cosa portentosa, con lei che socchiudeva gli occhi e mi sorrideva mentre veniva come una lupa. Non aveva ancora finito di sbrodolare che prese dalla sua borsetta di Barbie 10 Reais e me li consegnò soddisfatta.

Non potevo lasciarmi sfuggire una cuoca del genere. Andai a parlare con la giovane coppia di classe media della capitale peruviana dove Marcita lavorava. Dissi che la chiesa battista aveva assoluto bisogno di una cuoca abile come Marcita per preparare il cibo ai poveri e che il Signore li avrebbe ricompensati eternamente se l'avessero liberata per prestare i suoi importanti servigi alla mia chiesa. I due non dissero nulla e mi invitarono semplicemente a guardare le pareti della casa. Avevano un colore strano, sembravano impregnate delle tipiche infiltrazioni d'umido che affliggono le case della capitale. La signora mi indicò una delle macchie umide che, ad una analisi più accurata, rivelò indubitabilmente il volto di Santa Rita. Un vero miracolo, mi spiegarono. La diocesi di Lima stava esaminando quel volto con l'obiettivo di fare di quella casa un nuovo luogo di culto dedicato alla Santa e che, per il momento, quell'immagine doveva rimanere segreta. E dato che entrambi lavoravano, Marcita era l'unica persona che si poteva prendere cura dell'immagine miracolosa.

Dissi che capivo perfettamente la situazione, strinsi le loro mani, li ringraziai, li benedissi e uscii. Mi misi a camminare per las calles colorate de La Candelaria e poi me ne tornai a casa abbacchiato a studiare i versicoli della Bibbia. Steso sul letto, mi consolavo con la lettura dell'Apocalisse, quando la mia attenzione fu catturata da uno strano fenomeno sulle pareti. Mi venne un colpo. Sembravano le stesse macchie sacre che avevo visto a casa dei padroni di Marcita. E poi capì. Chi di sbrodola impazzisce, di sbrodola perisce. Poi ritornai calmo alle mie sacre letture e pensai che le vie del Signore erano davvero infinite.


6. Liliana

Era una mattina piovosa e fredda sulla Sierra Central messicana ed io ero impegnato nel mio viaggio settimanale di funghi San Pedro. Stavo seduto su una pietra ammirando il meraviglioso panorama psichedelico della Sierra, credendo di essere Jesus Cristo e piangendo per questo di sincera commozione. I miei occhi rinforzati dalla poderosa mescalina videro Liliana arrampicarsi con fatica su un sentiero sulla montagna di fronte, e non era certo comune vedere a quelle alture una figa del genere, alta, con i capelli lisci e lunghi sulle spalle, due tette così ritte che le arrivavano alla gola e uno sguardo profondo e misterioso. Dovevo conoscerla immediatamente.

Aprì il mio mantello grigio e, credendo di volare, mi precipitai su quella meravigliosa visione mattutina. La raggiunsi in una ventina di minuti e naturalmente non mi presentai come Cristo. Con le donne, all'inizio bisogna conservare la modestia. E così le piacqui. Sorridendo, Liliana mi disse di essere dedita alla cristalloterapia e che sulla Sierra le pietre dimostravano di possedere una carica energetica di molto superiore al normale. Quando mi propose di sottopormi ad una seduta, avevo già l'uccello ritto, perché come si sa a quelle alture il cazzo tende all'infinito.

Liliana mi fece strada verso la sua capanna e mi fece cenno di spogliarmi. Estrasse da una cassa un velluto rosso contenente dei cristalli multicolori che cominciarono a saltellare sul tessuto come piccioni in un giorno di festa. I funghi erano all'apice della loro potenza.
Mi sussurrò all'orecchio di stendermi sul letto di paglia e di rilassarmi. Poi mi piazzò lentamente i cristalli sulla testa, sul busto, sull'ombelico, sulla palma delle mani e sulle cosce. Cominciò allora a recitare una litania sincopata che misturava formule indigene e preghiere ancestrali davanti all'osceno spettacolo del mio cazzo eretto.

Dopo sette minuti, il mio uccello mi disse che voleva una tana calda e io gli risposi di rimanere calmo e duro. Mi concentrai sulle visioni oniriche che circolavano nei corridoi infestati del mio subconscio e aspettai. Dopo ventidue minuti, visto che le cose andavano per le lunghe e che Liliana sembrava piuttosto disinteressata alle mie dimensioni, le dissi che avevo un appuntamento con il curandero del villaggio che mi aveva promesso delle erbe medicinali contro la pertosse. Liliana non rispose, ma dopo un po' mi tolse le chianche di dosso e cominciò a gridare. Tra bestemmie che si contorcevano nell'aria disegnando terribili ghirigori, mi accusò di aver profanato il rito con la mia scandalosa erezione, che per rispetto ai cristalli non aveva voluto interrompere la cerimonia, ma che mi avrebbe fatto pentire per il sacrilegio commesso.

Togliendo il velo al mistero, mi alzai in piedi nudo, spalancai le braccia e le annunciai che ero Jesus Cristo e che con la mia erezione volevo mettere alla prova la sua spiritualità. E aggiunsi con un'aurea santa che ora che la sua fede si era mostrata pura come i sacri cristalli che manovrava, avremmo potuto finalmente congiungerci in un amplesso divino. Liliana allora prese il più grosso dei suoi cristalli e lo spiaccicò con violenza sulla povera cabeza del Figlio Allucinato di Dio. Mi svegliai il giorno dopo nel bel mezzo di un sentiero sulla Sierra con un enorme bernoccolo e un poderoso mal di testa, ma sentii il mio corpo rinfrancato e rigenerato. Ammirai il paesaggio e pensai che la cristalloterapia dopotutto non era una cazzata.


7. Katia

Cara Katia,

mi sono sempre chiesto perché tu ti rifiutasti sistematicamente di farmi i bocchini durante il nostro fidanzamento di tre anni. Eppure non eri una santa. Ma ti rifiutavi di ciucciare, e non mi volevi nemmeno dire perché. Facevi la faccia brutta se insistevo. Poi i nostri cammini si divisero. Ci perdemmo di vista per qualche anno. Tu andasti a Cordoba a lavorare per l'università, e io rimasi a Santiago a vendere serbatoi d'acqua. E nemmeno porta a porta. Per telefono. Così non potevo nemmeno scoparmi le casalinghe allupate della periferia. Ma so, Katia, che queste storie ti potrebbero incomodare, quindi passo oltre.

Una mattina d'inverno, cinque anni dopo, ci ritrovammo ad una fermata dell'autobus, ricordi? Ci guardammo come se ci fosse preso un infarto e poi scoppiammo a ridere. Mi raccontasti della tua vita, dei tuoi viaggi, del fidanzato uruguayo che era diventato tuo marito. Pure la foto mi mostrasti, maledetta… E sinceramente, te lo dico ora che siamo lontani, sin dalla prima volta mi parve uno senza il minimo stile, e certamente non adeguato alla tua bellezza prominente. Quanto eri bella, Katia, e quanto devi essere bella ora, con le tue tettone in quel corpo mingherlino, la tua pelle bianca cor di luna e il tuo culetto che non ho mai capito perché mi piacesse così tanto. Sarà stata la sua forma indefinita, tondo ma piatto, curvo e diagonale, maestoso e fasciato. Che cazzo ne so. Ricordo solo che te lo leccavo a lungo, per ore e ore, ma tu nonostante tutto di farmi i bocchini non ne volevi proprio sapere.

E puoi immaginare la sorpresa quando, dopo cinque anni, con te che ti eri appena sposata, quella mattina alla fermata dell'autobus mi confessasti di avere voglia di far l'amore con me. “E se ti va, potrei anche ciucciartelo, birichino…”. Come avrei potuto rifiutare? Ci rifugiammo in un motel della Zona Nord e tu mi facesti tutto quello che ti eri rifiutata di fare quando eravamo innamorati. Cambiammo motel varie volte a partire da quel giorno e mi sembrava che tu ora fossi solo interessata a farmi i bocchini. Dopo un paio di mesi di incontri, la fica non me la facevi nemmeno più vedere.

Poi un giorno, mi invitasti a conoscere tuo marito. Pensai che dovessi essere impazzita del tutto, ma accettai. Ti passai a prendere in palestra e mi indicasti la strada per arrivare a casa tua. Un bel quartiere residenziale di classe media. E tu ricominciasti. Mi pregasti di fermarmi a un isolato di distanza da casa tua e mi prendesti il cazzo in bocca. Non so se fu la vicinanza da casa, ma quel pompino io non me lo scorderò mai più. Fosti così brava che non potetti fare a meno di sborrarti copiosamente in bocca. E dopo aver visto come baciasti tuo marito quando arrivammo a casa tua quella sera, non posso fare a meno di ricordare quel gusto selvaggio e sconosciuto che avevano i tuoi baci quando tornavi a casa all'epoca in cui eravamo fidanzati. Ora finalmente ho capito tutto.

Addio, Katia, è stato bello rivederti.

Un forte abbraccio,
Oscar




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