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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[2/2/2010]

# 37_Nichi Stefi_II


Alibi
La rivolta muta del Bronx

Il paesaggio era dei più squallidi: zone d'erba, bassa e secca, mille volte calpestata e senza alcuna aiuola fiorita, s'alternavano ad altre, pelate, in terra battuta di colore rossastro, dove gruppi di ragazzi sembravano annoiarsi e divertirsi insieme. Tutto intorno sovraffollati blocchi di cemento grigio, coperti da tettoie di lamiera, e gente seduta che non faceva nulla; mangiava, urlava, litigava, sudava sotto un sole tropicale. Il tempo sembrava essersi fermato se non fosse stato per quelle urla, per quei litigi che ogni tanto diventavano protagonisti della scena.

Frequentare quella zona significava rinunciare ad ogni progetto di inserimento sociale, ad ogni fantasia culturale: era evidente che l'unica possibilità di emergere era la forza fisica, l'arroganza, il superamento degli altri, fossero pure gli amici. Se non nel DNA di quella gente, senza dubbio nel cervello era stata impressa a forza la convinzione che si dovesse fare di tutto per schiacciare l'altro, sopravanzarlo, senza guardare in faccia a sentimenti, ad amicizie, a parentele.

Il fatto doveva essere talmente accettato, integrato negli individui, che chi veniva sconfitto dalla maggior forza o dalla maggior determinazione dell'altro, si disperava, a volte piangeva, ma sembrava non portare rancore nei confronti del suo nemico, come in una sorta di perversa cavalleria medioevale, come nella mafia siciliana in cui le regole non scritte diventano impegno formale, dove si convive con l'assassino del proprio figlio e si continua a sorridere.

Non che tutto fosse degradato, anzi, forse proprio per questa accettazione atavica della violenza, una certa allegria la si poteva leggere sulle facce rotte dal sole; era come se tutti fossero in attesa di qualcosa, ma si aveva l'impressione che, qualsiasi cosa fosse successa, ne avrebbero attesa un'altra analoga, magari simulando gioia, ma in realtà annoiandosi. Spesso uno si alzava dal blocco di cemento dove stava seduto, camminava per qualche decina di metri e si risiedeva su un altro blocco simile, nell'identica posizione di prima da dove vedeva identiche cose da un''angolazione appena diversa.

La tensione era evidente, i giovani mostravano determinazione e sfoggiavano con una certa spavalda ingenuità i propri muscoli, ma nonostante ciò si annoiavano. Stupiva infatti la neghittosità dell'insieme, l'immobilità quasi assoluta del mondo. Come se un mezzogiorno di fuoco inaridisse quell'erba secca con tutto quello che c'era intorno.

Fu allora che venne un uomo in pantaloni e camicia candidi, di razza bianca, i bianchi erano pochissimi nel gruppo, con un largo cappello in paglia chiara per proteggersi dal sole che picchiava forte. Lo guardarono tutti ma senza entusiasmo, semplicemente perché in quel momento era l'unica cosa che si muoveva sull'erba. Mentre si dirigeva verso uno dei gruppi di ragazzi, anche quello a maggioranza di colore, e vestiti con quelle magliette sgargianti cariche di scritte e di slogan che appartengono alla cultura del ghetto, essi, forse per paura, s'acquattarono a terra.

Subivano evidentemente l'autorità di quel personaggio; forse ne avevano un'ancestrale paura, lo guardavano con insistenza a tratti, sbirciandolo come se volessero scoprire le sue intenzioni, come se sapessero già che sarebbe dovuto succedere qualcosa. Ma lo sbirciavano di sottecchi subito riportando il volto e lo sguardo chino verso il terreno. Umiliati, rabbiosi, tesi.

L'uomo bianco infatti, dopo aver sputato con spavalderia maramaldesca un chewing-gum a terra e averne infilato in bocca un'altra striscia, estrasse una pistola, e quei pochi ragazzi che ancora stavano in piedi s'acquattarono anch'essi, tutti in fila, ravvicinati come se ognuno desiderasse nascondersi dietro l'altro compagno. Un ragazzo nero, che esprimeva una rabbia ed una forza erculea si fece il segno della croce, un altro baciò la medaglietta d'oro che portava al collo. Era evidente che avevano paura, ma anche che avevano una grande rabbia in corpo e una voglia infinita di scattare. Bastava una scintilla, una qualsiasi scintilla per far esplodere tutta quell'energia repressa.

L'atmosfera si caricò di tensione, anche la gente intorno puntò lo sguardo nella direzione del gruppo dei ragazzi. Molti si alzarono in piedi per vedere meglio che cosa stesse accadendo. Qualcuno chiedeva ai vicini più informati chi fossero quei giovani. Furono date risposte vaghe, ma non erano pochi quelli che conoscevano i nomi di quasi tutti i ragazzi del gruppo. Sopratutto il nero che s'era fatto il segno della croce: chi lo conosceva lo citava per nome, e solo dopo ripeteva nome e cognome, quasi a vantarsi di una sorta di intimità, allora tutti assentivano con ammirazione come se già l'avessero sentito nominare e lo guardavano con maggiore attenzione. È scritto nel destino di alcuni uomini che essi entreranno nel cuore delle masse e le infiammeranno.

Dal canto suo era evidente che lui sapeva di avere gli occhi degli astanti su di sé. Si atteggiò a leader, aveva un gesto del capo che muoveva appena verso l'alto stringendo forte le labbra, che aveva forse mutuato da Malcom X. Non gli assomigliava affatto, quanto Malcom era brutto e deforme, tanto questo giovane era scultoreo ed eccitante. I suoi muscoli così tesi ed evidenti avevano un fascino che superava i confini del puro erotismo, sembravano essere una metafora della perfezione, eccessivi fino all'emblematicità, eppure armonici.

Era evidente che stava succedendo qualcosa d'importante. Qualcosa che non capitava tutti i giorni. Anzi forse qualche cosa che si attende da anni, che si cova, che si spera, ma che non accade quasi mai. Ed era anche evidente che quell'uomo bianco con il cappello di paglia era uno strumento necessario forse del destino, forse semplicemente della volontà degli uomini. Una reazione era nell'aria, non cominciano così, con un fatto di poca importanza anche le grandi rivoluzioni? Non è forse vero che una scintilla banale può innescare un incendio capace di illuminare il mondo?

Poi, all'improvviso tutto precipitò. L'uomo bianco, uno di quelli che frequentano quei club sportivi più o meno apertamente razzisti, sparò in aria un colpo di avvertimento, come per far vedere tutta la sua autorità, ma la sensazione fu che avesse paura, che non si sentisse importante, poiché era evidente che era il gruppo dei ragazzi il protagonista dell'evento, lui soltanto una casuale comparsa cui il fato aveva dato un ruolo che sarebbe rimasto anonimo.

Al colpo di pistola i ragazzi cominciarono a correre per la tensione accumulata, forse per la paura, tutti nella stessa direzione, allontanandosi dall'uomo; poi, dopo pochi secondi, uno di loro alzò le mani in segno di resa, e si fermò; tutto il villaggio insorse. Quella resa divenne il segno che la sopportazione aveva superato il traguardo. Nessuno più fuggiva, le sue braccia alzate, come fosse stato un gesto concordato, fecero cessare la fuga; si guardavano l'un l'altro e l'ostilità e la rabbia di prima erano svanite. Negli sguardi coglievi solo un leggero segno di invidia per l'uomo che aveva ottenuto tanto.

Una folla enorme corse verso il gruppo dei ragazzi. Li strinsero, li abbracciarono, in modo particolare quello che aveva alzato le braccia e che ancora le teneva alzate; era proprio lui, il nero bellissimo che si era fatto il segno della croce. Visto da vicino il suo volto non era spaventato, anzi, seppur deformato dalla fatica della fuga, sembrava esprimere una gioia segreta, trattenuta da tempo, come se da anni aspettasse quel momento. Come se quella fuga non fosse stata il segno di una sconfitta, ma l'inizio di un percorso vittorioso, il segno della sua grandezza.

L'uomo bianco come se nulla fosse stato si confuse nella folla evitando così di dare spiegazioni e nessuno si curò più di lui; rientrò nell'anonimato da dove era giunto a testimonianza, almeno una volta, della civiltà della folla.

Non ci fu alcun linciaggio e la paura si trasformò in festa, poi, dopo poco, tutto ritornò come prima, e i ragazzi, come sempre e come dovunque, si annoiavano a gruppi, si sedevano, correvano, giocavano e la gente intorno li stava a guardare, ma su un muro, enorme comparve una scritta con il nome del ragazzo: Donovan Bailey ed un numero 9.84 a segnare il tempo trascorso fra il colpo di pistola e la resa.

Che strana cosa la storia, ricorda un gesto, lo rende emblema e gli attribuisce un significato che forse non c'era! Ma si sa che le rivoluzioni bloccano il tempo e necessitano di rituali. Il muscoloso ragazzo di colore fu visto aggirarsi fra i suoi amici con un grosso sigaro ad imitazioni di tanti miti delle rivoluzioni americane, passò spesso in televisione come ospite di alcune trasmissioni leggere, forse si candiderà per la presidenza degli Stati Uniti, lo hanno fatto in tanti.

Nota
Donovan Bailey.
Nato: 16 dicembre 1967, Manchester JAM.
Residenza: Austin TX USA.
Altezza: 182 cm.
Peso: 83 kg.
Occupazione: Consulente di marketing.
Società: S. Reg. Phoenix Track Club.
Preparatori: Dan Pfaff, Mike Murray.

Nichi Stefi


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