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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[4/4/2010]

# 39_Valeria Montaruli_II_Giuseppe Battista


Angelo (recto)

Le rose appena sbocciate si aprivano come sorrisi e sembravano esplodere nel vaso di cristallo al centrotavola. Lisa le guardò estasiata e si soffermò sull'immagine di Angelo che entrava nel salone come un batuffolo e deponeva sul tavolo il fascio di rose con dita leggere. Angelo era un uomo e nello stesso tempo non lo era. Era alto e longilineo, le mani sensibili dalle dita affusolate, il volto dai lineamenti armoniosi che poteva somigliare a molti altri volti. Spiccavano gli occhi luminosi, che sembravano due pezzi di cielo e avevano la mobilità e leggerezza delle nuvole.

Lisa aveva cercato inutilmente di fermarlo e di parlargli. Lui aveva avvicinato il dito indice alle labbra, sussurrando “shhhh”. Poi era andato via, come sempre in silenzio, danzando sulle punte dei piedi. Lei era rimasta sola come sempre. Lisa traboccava d'amore per quella presenza così silenziosa, ma avvolgente. Questo la riempiva e nello stesso tempo le faceva male, perché non poteva esprimergli ciò che aveva dentro. Ogni volta che lo vedeva il cuore le batteva forte, la bocca era impastata e la lingua s'incollava al palato. Non riusciva ad articolare neanche una sillaba. Lui le sorrideva e quand'erano soli le sussurrava parole dolci. Lisa le beveva, come la zolla inaridita fa con la pioggia che innaffia la terra dopo un periodo di siccità. Ne aveva bisogno, Dio sa se ne aveva bisogno, per la sua sopravvivenza.

Non aveva potuto imparare il linguaggio dell'amore in una famiglia dominata da un padre-padrone, in cui i maschi-carnefici usavano l'invettiva, mentre le femmine accettavano il ruolo ancestrale di vittime accondiscendenti. La maledizione della sua famiglia d'origine pesava anche sul suo matrimonio. Giacomo le parlava urlando e alzava le mani su di lei quando non era abbastanza pronta nel compiacerlo. Subire e tacere era l'unica modalità di comportamento che Lisa conosceva. Le sembrava del tutto naturale.

Ma poi era comparso Angelo, che con il suo silenzio e le carezze alate la riscaldavano. Per la prima volta sentiva di avere valore per qualcuno. Anche quel giorno, come ogni giorno, Giacomo entrò in casa sbattendo la porta. “Lisa dove cazzo sei?” urlò e dal timbro particolarmente rauco della voce lei capì che era di pessimo umore. “Sono qui” disse con un filo di voce e tremò al pensiero della reazione di suo marito alla vista dei fiori. Pensò velocemente ad una giustificazione plausibile per un dono così insolito. Ma non riuscì a trovarne alcuna.

Giacomo entrò nel salone come una saetta e il suo sguardo fu subito attirato dalle rose che splendevano, ignare di rappresentare trame segrete e inconfessabili. Lisa sbirciò in tralice gli occhi arrossati di suo marito e sobbalzò. Notò che la venuzza scarlatta sullo zigomo pulsava, cosa che gli accadeva sempre quando la sua furia esplodeva più devastante del solito. Seppe che qualcosa di orribile stava per accadere. Sgranò gli occhi per il terrore e rimase impietrita, come sempre le accadeva nei momenti di emergenza.

Prima di poter articolare sillaba, sentì arrivare un ceffone che le si stampò sulla guancia come una vampata. Per un attimo rimase stordita. Poi arrivò una raffica d'insulti: “Sei una gran puttana. Chi te li ha dati? Dimmelo puttana, chi te li ha dati?”. Lisa rimase paralizzata e rispose con un filo di voce: “Non è come pensi”. Lui urlò ancora più forte: “E com'è allora? Dimmelo, puttana, com'è?”.

Lei tacque e lui continuò a schiaffeggiarla, a insultarla e a minacciarla nel tentativo di carpire il nome del supposto amante, ma lei si limitò a dire con un filo di voce: “Nessuno, non li ha portati nessuno”. Allora lui non ci vide più: “Ehi stronza, chi credi di prendere per il culo? Quello da cui ti fai sbattere si chiama nessuno? Adesso ti faccio vedere io puttana e poi farò i conti con lui”. Partì una gragnola di pugni che investì il corpo minuto di Lisa come un sacco tra le mani di un pugile. Lei si accasciò tramortita. Lui continuò: “E adesso vedrai che ti succede, puttana. Ma prima devi dirmi chi è, chi è quello che ti sbatte?”.

Lisa mosse leggermente le labbra ormai livide, ma non articolò alcun suono. L'uomo si dimenava come una belva inferocita, urlava e grugniva ormai in preda ad una follia omicida. Con le mani rosse e paffute da macellaio l'afferrò come un mucchio di stracci, stringendola con foga, e la lanciò attraverso la finestra aperta. L'azione fu così fulminea, che all'inizio Lisa non si rese conto di quanto stava accadendo. Poi si sentì fluttuare nel vuoto, come una piuma e capì: stava precipitando dal quinto piano. Il terrore le si piantò dentro come un artiglio. Non poteva urlare e neppure respirare. Riusciva solo a contare i secondi che la separavano dal momento “0”. Cominciò da 100 e ne contò alcune decine, lentamente meticolosamente.

Non accadde nulla: era ancora sospesa nel vuoto e si accorse che stava planando. Pensò che i secondi si potevano moltiplicare all'infinito e continuò a contare, temendo che, se avesse smesso, sarebbe precipitata a terra. Galleggiava nel vuoto ed era dolce il contatto con l'aria tiepida di mezzogiorno, mentre il sole l'accarezzava come un occhio dorato. Pensò di essere un gabbiano e di tagliare il cielo con ali di seta. Aveva voglia di voltarsi e volare come gli uccelli.

Diede uno scatto di reni e la sua schiena strisciò su qualcosa di morbido. Ebbe la sensazione di essere adagiata su un materasso. Cercò di palparlo con la mano, ma non aveva consistenza e sentì l'aria sfuggirle tra le dita. Poi una mano leggera l'accarezzò prima sul dorso, poi insinuandosi tra i capelli. Riconobbe quel tocco e gli occhi le si riempirono di lacrime: “Angelo, sei venuto a salvarmi. Fammi voltare, voglio guardarti e toccarti. Lascia che esplori il tuo viso con un dito, che senta il tuo corpo. Chi sei Angelo? Voglio sapere tutto di te amor mio”.

“Shhhhhhhhhhhh” fu l'unica risposta che ricevette.

Ma non importava. Era felice di galleggiare nell'aria, di volare con le ali del suo Angelo. Continuò a contare, immaginando di frapporre infiniti secondi al momento in cui avrebbe toccato terra e si sarebbe svegliata da quel sogno, per far durare quel volo in eterno. Purtroppo si era sbagliata. Dopo un tempo indefinito, che le sembrò contenere tutta la sua vita e anche più, toccò terra. Fu un atterraggio morbido e piacevole, come tutto il volo. La terra l'accolse in un abbraccio. Continuò a respirare a pieni polmoni e rimase sdraiata. Immaginò che sotto di lei ci fosse ancora Angelo e lo chiamò. Ma non ebbe risposta. Il suo richiamo divenne più insistente, ma le faceva eco solo il vento. Non riuscì più sopportare quest'incertezza. Voleva vedere il suo Angelo ed essere rassicurata da lui. Ne aveva un disperato bisogno, più dell'aria che respirava.

Con un terribile sforzo puntò gli avambracci per terra e si sollevò. Si girò su un fianco, si sedette e si guardò intorno. Con un altro sforzo si alzò e incominciò a camminare barcollando. La testa girava come una trottola in una forte vertigine. Riuscì a recuperare faticosamente le coordinate spaziali e si rese conto che si trovava nel cortile di casa, in un'aiuola. Si era formato un cerchio di persone ammutolite attorno a lei. Non osavano avvicinarsi, come se si trovassero davanti ad un prodigio. Con la coda dell'occhio vide il marito in stato di agitazione, trattenuto da due uomini nerboruti. Tuttavia, non si soffermò su quella immagine.

Cercò Angelo con gli occhi, ma non lo vide. Continuò a invocarlo tante e tante volte, ma lui non c'era più. Allora capì che era andato via per sempre e che l'aveva lasciata sola, alla mercé della sua vita grama. Si sentì straziata. Voleva fuggire. Incominciò a muovere le mani e poi le braccia come fossero ali, ma non riuscì a spiccare il volo. Il capannello umano le si strinse attorno sempre di più, fino a soffocarla con l'afrore dei corpi. Le sue narici furono invase da una zaffata di aliti e di sudore. Stavolta Angelo non venne a salvarla. Non vide più nulla e le mancò il respiro. Il suo corpo si raffreddò di colpo. Seppe che non voleva più vivere. Rallentò il respiro, fino a fermarlo. Perse conoscenza e rimase inchiodata alla terra.

Valeria Montaruli


Angelo (verso)

La consueta pisciatina delle 4.13 interruppe definitivamente i flebili sonni di una notte che non avrei dimenticato tanto facilmente. Rimasi per qualche minuto immobile nel letto, fissando un punto indefinito del soffitto avvolto dall'oscurità, quindi mi ricordai di John Fante, il cui libro giaceva da tempo immemorabile sul mio comodino e senza chiedere alla polvere presi una decisione irrevocabile: avrei assecondato i miei bisogni fisiologici. Le piante dei piedi mi dolevano ancora per le fatiche della giornata e tra i confusi pensieri della mia mente non ancora del tutto sveglia cominciò a fare capolino la certezza di essermi cacciato in una faccenda più grande di me.

Provai a roteare gli alluci nel tentativo di svegliarmi del tutto e automaticamente inarcai la schiena, raccogliendo la nuca tra le mani; al quarto tentativo riuscii ad infilare le pantofole e ciabattai fino al bagno. Dalle tapparelle lise della mia stanza preferita filtrava la luce umida della strada, che di lì a poco avrebbe preso a popolarsi di tram sferraglianti e creature della notte mature per il bicchiere della staffa. Non so se ci sia qualche ragione specifica, ma tendo a rimuginare sulla mia vita soprattutto mentre faccio acqua; qualcuno potrebbe pensare che ciò rifletta l'altissima considerazione che ho dei flussi del mio destino, visto che sono portato ad associarli a quelli prodotti dalla mia vescica, ma comunque non posso negarlo, quello è il momento in cui mi dedico meglio alla mia seconda attività preferita: riflettere. Capii che finalmente ero riuscito a tirarmi fuori dal torpore esistenziale, a dare forma alle mie fantasie e incanalare al meglio le mio recondite ma scalpitanti potenzialità. In una parola, avevo fatto un casino.

Questa storia, però, voglio raccontarvela dall'inizio, partendo da quello strano marchingegno (ma potrei dire anche, più elegantemente: meraviglioso strumento, protesi celestiale, epitome anatomica dell'infinito, e via vaneggiando) che a mala pena riesco a nascondere nei momenti in cui sono fuori servizio, mi dà spesso un prurito da piattola tremens e, ci crediate o no, ha bisogno di più manutenzione di un'auto di seconda mano: sono le mie ali d'angelo.

Ebbene sì, gli angeli esistono ed io sono uno di loro. So che la cosa potrà apparire assurda e che neanche nel più scalcinato degli oratori i preti parlano più ai ragazzini di tipi in tunica ed alucce che li seguono in ogni dove (anche in bagno? Oddio, sono proprio fissato) per evitare che succeda loro qualcosa, come incontrare un pedofilo o essere selezionati per un reality show. Al più siamo buoni per finire nei presepi in forma di statuine, reclamizzare un lievito per torte e smaterializzarci felici in qualche canzone di chiesa.

Eppure esistiamo, esattamente come tante altre cose improbabili di cui nessuno più si meraviglia, non so se avete mai sentito parlare di guerra umanitaria o pellicce ecologiche. Abbiamo persino un sesso, e mi piacerebbe raccontarlo a tutti quei dottori della chiesa che sul punto si sono lambiccati il cervello per anni, sino a trasformare queste loro dotte elucubrazioni in un consunto mottetto, discutere sul sesso degli angeli, per l'appunto. Avrete anche capito che sono un maschietto. Quello che probabilmente non riuscite ancora ad afferrare è che noi angeli siamo molto diversi da come di solito ci immaginate e cioè puri, disinteressati e dediti esclusivamente alla causa, per non parlare di quelle ridicole distinzioni tra angeli e arcangeli, serafini e cherubini. Molto più semplicemente, ci sono angeli di prima classe ed angeli di seconda classe ed io sono un angelo di seconda classe.

Non avevo gran voglia di impegnarmi, di studiare e tendevo a distrarmi; come dicevano i miei superiori (con Lui non sono mai riuscito a parlare), è intelligente, ma non si applica. Per fare l'angelo custode è necessario concentrarsi, non distrarsi mai e stare perennemente alle costole del tipo che ti è stato assegnato, tranne nei momenti in cui ti arriva l'ordine del Capo di tornare alla base o comunque startene buono ed aspettare che Lui ne faccia una delle sue: scontri frontali in tangenziale, cadute accidentali dal tredicesimo piano, persino soffocamenti con pupazzetti di plastica e salatini. La Sua fantasia nel mandare al Creatore (cioè, sostanzialmente, nel riprendersi) la gente è assolutamente incredibile.

Dunque, ogni angelo ha una persona da vigilare, che viene scelta da Lui in persona e nel corso della carriera può anche essere cambiata, almeno fino a che non decide di riprendersela, nei modi che vi ho detto ed in tutti gli altri che conoscete. È qui che entra in gioco l'essere angeli di prima o di seconda classe. Se sei tra i primi, è praticamente certo che ti capiterà qualche VIP della politica, dello spettacolo o anche qualche grosso criminale. Già, probabilmente lo avevate già capito da voi, anche narcotrafficanti, terroristi internazionali e serial killer hanno il loro bravo angelo custode, altrimenti proprio non si spiegherebbe come possano riuscire a farla perennemente franca. Certo, c'è da lavorare, ma vuoi mettere la possibilità di girare il mondo, partecipare a party esclusivi e vedere da vicino la gente che conta? Se proprio ti va male, puoi sempre beccare una valletta, o, come si dice ora, una velina e grazie a lei conoscere calciatori, manager e se hai culo qualche politico. La vera fregatura è che devi sempre rimanere al tuo posto, invisibile e silenzioso, attendendo gli ordini del Capo. Guai a contravvenire ai Suoi ordini, se poi provi ad avere anche un minimo contatto con il tuo affidato, a farti vedere da lui (o lei) anche per un solo attimo, allora sei finito, la tua carriera di angelo custode si chiude in quell'esatto momento e corri il serio rischio di essere scaraventato dall'altra parte della barricata, dove ci sono quei tizi che voi immaginate con le corna, i piedi di porco e la coda biforcuta.

Ma, in ogni caso, non è questa la mia vita, perché io sono un angelo di seconda classe o, come si dice in gergo, un cadetto. Se sei un cadetto, è matematicamente escluso che ti possa capitare sotto qualcuno di veramente interessante ed è praticamente certo che ti becchi un impiegatuccio di qualche polveroso archivio, un cantante fallito o, peggio, una casalinga. Non che il lavoro ti manchi: avete idea di quanti suicidi di frustrati travet ci tocchi evitare (al Capo piacendo, ovviamente) e di tutte le volte che abbiamo dovuto salvare oneste massaie che avevano lasciato l'asciugacapelli in bilico sulla vasca da bagno, rigorosamente piena?

A me era toccata Lisa, ovviamente una casalinga. Lisa era minuta, con il volto un po' emaciato, sul quale splendevano però dei meravigliosi occhi azzurri. Dalla nascita ai venticinque anni l'aveva avuta in custodia un mio collega, un tempo angelo di prima classe, poi degradato per non avere impedito che un dittatore sudamericano saltasse in aria su un auto imbottita di tritolo. Non avevano mai capito se l'avesse fatto di proposito, o se semplicemente si fosse distratto, in ogni caso per sicurezza l'avevano passato in seconda classe e gli avevano dato Lisa, che sin dalla nascita il Capo sapeva essere destinata ad una vita piatta e senza particolari colpi di scena. Quello che il mio collega non sapeva è che per la storia di Lisa era stato scritto un finale terribile, uno di quegli epiloghi un po' splatter, ostentatamente iniqui e del tutto incomprensibili, che piacciono tanto a Lui. In ogni caso, raggiunta l'età dei reumatismi, che colpiscono anche noi angeli e – vi assicuro – sono particolarmente dolorosi all'altezza delle ali, il mio collega pensò bene di andare in pensione. Perché pure noi creature svolazzanti ad un certo punto non ce la facciamo più, e per quanto esseri celestiali, banalmente approdiamo alla terza età. Nella custodia di Lisa subentrai io.

Confesso che sin dal primo momento Lisa non mi è mai stata indifferente. Provavo per lei sentimenti, come dire, poco eterei. I miei doveri angelici mi imponevano di seguirla tutto il giorno e di evitare che le succedesse qualcosa di spiacevole, almeno fino al momento prescelto dal Capo per il suo plateale commiato da questa vita. Lisa aveva avuto la pessima idea di sposarsi con un uomo insignificante, prepotente e violento di nome Giacomo. Perché lo avesse fatto, proprio non riuscivo a capirlo, benché avessi seguito la loro storia sin dai primi approcci da parte del bell'imbusto, assistendo alle timide resistenze di lei, alle consuete promesse da fotoromanzo femminile, alle insopportabili uscite da smargiasso di Giacomo. Pare che per la povera Lisa fosse normale così, perché anche suo padre faceva lo stesso con sua madre ed i suoi fratelli non erano da meno.

La vita di Lisa trascorreva inquietante ed inutile, tra scenate e botte da parte di Giacomo, rare visite della madre e giornate intere davanti alla TV, a coltivare il sogno effimero di un futuro dai colori di una soap opera. Eppure quella ragazza mi piaceva. Adoravo la sua aria triste, il modo in cui si riassettava i capelli davanti allo specchio, la sua voglia mai esaudita di un gesto romantico e per questo non riuscivo a sopportare i modi bruschi di quell'uomo, la sua assoluta indifferenza alla richiesta disperata d'amore che proveniva dalle labbra silenziose di Lisa. Tra i suoi battiti di ciglia indovinavo l'aspirazione di uscire dalla sua squallida vita in ciabatte e cominciai a pensare di potere essere io a traghettarla sull'altra sponda della sua esistenza.

Sapevo che non avrei dovuto permetterlo, che il mio ruolo di angelo me lo avrebbe dovuto impedire, ma mi innamorai perdutamente di lei. Quello che doveva essere il noioso lavoro di protezione di una persona che anche lassù consideravano insignificante, divenne l'avventura di chi coltiva il piacere di un amore impossibile. Inconsciamente pensavo che dovesse esserci un modo per rendere compatibile questo folle sentimento con il mio ruolo di creatura celestiale, anche se dagli istinti umani e dalle mai sopite aspirazioni virili. Cominciai ad usare i più banali e addirittura biechi accorgimenti degli innamorati adolescenti, non disdegnando il basso sotterfugio di copiare le avance di un brufoloso quindicenne, nella custodia di un collega ancora più sfigato di me. Iniziai con qualche messaggino telefonico, melenso e sconclusionato, al quale aggiunsi quell'insulsa faccetta con la bocca sorridente. Lì per lì me ne vergognai come un ladro, ma con grande stupore notai che Lisa apprezzava, il suo viso triste riprendeva colore quando sul cellulare pervenivano i frutti della mia creatività, che con una molta fantasia firmavo con il nome “Angelo”. Stranamente, mi sembrava che neppure si meravigliasse o si chiedesse chi fossi.

Ma avevo sottovalutato Giacomo. Al trucido individuo non era sfuggito il mutamento d'umore della moglie ed evidentemente non ne era affatto contento. A lui andava benissimo avere in casa una donna frustrata, silenziosa e sessualmente tiepida, purché fosse di sua esclusiva proprietà e gli stirasse adeguatamente i calzini. Non essendo del tutto idiota, aveva ricollegato l'imprevista fioritura di Lisa a qualche altra presenza maschile, pur non potendo immaginare chi fosse il suo impalpabile avversario.

Devo dire che ci misi del mio. Un giorno che il cuore mi pulsava più forte del solito ed il desiderio di Lisa mi aveva preso la bocca dello stomaco, decisi di incanalare le mie strategie di corteggiamento verso percorsi leggermente più adulti. Pensai che un mazzo di rose rosse sarebbe stato un buon inizio e che la mia dolce Lisa avrebbe dovuto intuire che il suo ignoto ammiratore era un tizio un po' fuori dal comune.

Approfittai di una mattinata in cui Giacomo, che incessantemente si occupava di tutto ciò che costituisce perdita di tempo e fastidio per il prossimo, aveva trovato uno dei suoi lavoretti, con i quali sbarcava malamente il lunario. Pensai che per qualche ora il tanghero sarebbe stato fuori dai piedi e feci trovare il mio splendido omaggio floreale sul divano del salotto. Sfruttai certe caratteristiche di noi angeli, che notoriamente non abbiamo bisogno di aprire porte e passiamo attraverso i muri, convinto che sarebbe stato banale mandarle dei fiori con il fattorino, o farli trovare dietro la porta, insieme ad un bigliettino in finta pergamena. Con mio grande stupore, Lisa nuovamente non si meravigliò di veder comparire dal nulla un mazzo di fiori nel salotto di casa sua e per la prima volta vidi i lineamenti del suo viso distendersi in un'espressione di intensa felicità.

“Angelo …” sussurrò con voce languida e suadente, come se potesse vedermi. Se non fossi una creatura celeste, sia pure di seconda classe, e certi esercizi di levitazione non facessero parte del mio lavoro, direi che in quel momento mi sia sentito sollevare di qualche spanna dal pavimento di quello squallido appartamento. Stavo pensando a quale sarebbe stata la prossima mossa della strepitosa tattica di avvicinamento alla mia amata, quando improvvisamente la porta di casa si aprì. Era Giacomo, che aveva trovato il modo di farsi cacciare dal suo centesimo impiego.

“Lisa! Dove cazzo sei?” urlò con la sua voce stridula. La stupidità della domanda mi distrasse per un momento dal problema principale, vale a dire i miei fiori che campeggiavano in bella vista sul divano sdrucito, a poca distanza da Lisa. La vidi, pallida e tremante, abbassare la testa, nell'inutile tentativo di evitare lo sguardo del marito. Fu un attimo, e Giacomo le fu addosso, colpendola con una gragnola di schiaffi e pugni in ogni parte del corpo.

“Puttana, troia, zoccola, lo hai finalmente trovato uno che ti sfonda? Fa pure il romantico, lo stronzo! Deve avere un bel po' di soldi, se può sprecarli a comprare fiori per una come te. Sei una baldracca peggio di tua madre, ma adesso ti faccio vedere io che cosa succede a quelle come te!”.

Lisa non aveva la forza e forse la voglia di reagire e si limitava a raggomitolarsi sul pavimento, tentando di proteggersi dalla furia inarrestabile del marito. Rimasi fermo ed impotente dall'altra parte del salotto, mentre la mia dolce Lisa veniva massacrata di botte da quel mostro che per legge si doveva chiamare marito. Attesi inutilmente che, come talvolta capita in queste circostanze (poche volte, per la verità), da Lassù mi dessero il segnale di intervenire e di far cessare quello scempio, magari facendo crollare un lampadario in testa all'energumeno. Niente. Il sangue mi ribolliva nelle vene e schiumavo di rabbia mentre Giacomo continuava il suo violento esercizio di potestà maritale, riducendo Lisa come lo sparring partner di un peso massimo.

Ad un certo punto successe l'imprevedibile. Impazzito di rabbia, Giacomo sollevò di scatto il corpo di Lisa ormai svenuta verso una finestra aperta. Guardai disperatamente nel punto convenuto, alla destra della mia fronte, nella speranza di ricevere da Lassù l'ordine di intervenire. Ancora niente, anzi riconobbi chiaramente una lontana luce rossa, visibile solo a noi angeli, che ci obbliga a rimanere fermi, affinché il destino si compia: mi pare si chiami Provvidenza, o qualcosa del genere. Come in un film, immaginai il finale della storia, con il capannello di gente intorno al corpo esanime e sfigurato di Lisa, le macchine fotografiche puntate su Giacomo che veniva portato via in manette, gli insopportabili titoli dei giornali dell'indomani, che avrebbero parlato di dramma della gelosia, tragico raptus ed amene stronzate del genere. Evidentemente nelle Alte Sfere avevano deciso che doveva finire così.

“Fanculo!” pensai tra me e me. Ancora adesso mi stupisco di quanto rapida fu la mia azione e provo il tipico orgoglio degli angeli di seconda classe che hanno compiuto l'atto eroico della loro vita. Peccato che, nel mio caso, avevo contravvenuto gravemente agli ordini Superiori e neanche riuscivo a immaginare quali conseguenze ne avrei subito.

Il corpo di Lisa stava precipitando dal quinto piano, ma avevo l'impressione che il tempo si fosse fermato o quanto meno corresse in maniera infinitamente più lenta, mentre la mia amata fluttuava nell'aria calda del mattino. Devo aver cominciato anch'io a svolazzare a poca distanza da lei, quasi inconsapevolmente, mettendo a frutto decine e decine di training angelici. Le mie mani tremavano e la mia schiena ebbe un fremito, chiusi gli occhi e per un attimo mi sembrò di essere inghiottito nel nulla, ma ricordo perfettamente il momento in cui afferrai Lisa appena qualche centimetro dal selciato e la deposi delicatamente su un fianco. Ce l'avevo fatta.

Lei aprì gli occhi e mi guardò con quella dolcezza che giorno dopo giorno avevo imparato a conoscere. “Angelo, lo sapevo che saresti venuto a salvarmi. Non avevo mai visto la tua faccia, ma era come se ti conoscessi da sempre. Non mi interessa sapere da dove vieni, né quanto tempo rimarrai, ma sono sicura che tutta la mia vita è racchiusa in questo momento”. I suoi occhi si erano riempiti di lacrime.

Capii che poteva vederlo e come lei i molti altri che stavano accorrendo, fermandosi davanti al suo corpo sanguinante. Era la prova evidente che il Capo mi aveva già sgamato e aveva preso le sue contromisure per evitare che combinassi altri casini. Almeno secondo il suo autorevole punto di vista. Feci appena in tempo ad allontanarmi, che un cerchio di persone ammutolite si formò attorno a lei; non riuscivano a capire come potesse essere ancora viva dopo un volo dal quinto piano, né ricordavano di aver sentito il rumore di quel corpo che si sfracellava sul selciato. Mi girai per un attimo e vidi Giacomo affacciato alla finestra, con lo sguardo perso nel vuoto e la bocca semiaperta; pensai che, pur essendo un angelo, avrei dovuto chiudere definitivamente i conti con lui. Per sua fortuna due poliziotti avevano visto tutta la scena e dopo un attimo di incredulità si precipitarono lungo le scale con le pistole in pugno. Dopo pochi minuti lo vidi scendere in strada con le manette ai polsi. Per quello che gli avrei fatto in quei momenti, credo gli sbirri gli abbiano salvato la vita.

Di tutto quello che venne dopo mi rimaneva solo un confuso ricordo, dolce ed un po' inquietante. Ormai albeggiava ed ero ancora nel bagno di casa mia, pensando agli eventi del giorno prima e guardando distrattamente gli operai del primo turno di lavoro che sciamavano con lentezza lungo la strada. Non sapevo ancora quello che mi sarebbe accaduto per tutto quello che avevo combinato e, onestamente, non me ne importava un gran che. Era già abbastanza sapere che il Capo mi aveva chiamato a rapporto e qualcuno mi aveva consigliato di cominciare a recitare qualche preghiera. Sempre a Lui, naturalmente.

Attraversai lentamente il corridoio e tornai, quasi inconsapevolmente, nella camera da letto. Lisa dormiva placidamente, distesa sullo stesso fianco sul quale l'avevo posata a terra con tutta la dolcezza di cui ero capace. Pensai, abbastanza stupidamente, che non poteva essere un caso. Nella luce incerta dell'alba mi sforzai di seguire il suo profilo, partendo dai capelli biondi sparsi a ventaglio sul cuscino, passando alla schiena leggermente incurvata, fino ai polpacci un po' pronunciati, che avevano dal primo momento richiamato la mia attenzione, benché non appartenessero propriamente ai canoni classici della bellezza femminile.

Dopo una notte decisamente poco angelica provai ad indovinare l'azzurro intenso dei suoi occhi sotto le palpebre chiuse e ne provai un piacere indescrivibile. Poi mi ricordai di quello che mi aspettava e pensai che tanto valeva affrontare subito le conseguenze di tutte le mie più recenti prodezze. Mi vestii silenziosamente mentre Lisa ancora dormiva, fermandomi per un attimo ad ascoltare il suo respiro regolare e pensai con orgoglio che grazie a me non avrebbe sofferto più. Non resistetti alla tentazione di tornare in bagno e guardarmi allo specchio: per la prima volta in vita mia quel che vidi mi lasciò del tutto soddisfatto.

Poi aprii la porta di casa e mi girai nuovamente a guardare Lisa addormentata; nel richiudere, mi chiesi se l'avrei mai più rivista.

Giuseppe Battista




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