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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[5/4/2010]

# 41_Beppe Caturegli_II


La città dei boscaioli subacquei

Damasco al Fayha (la profumata), Siria. Abdullah guida parlando al cellulare con la figlia Alisha, che ci fa da interprete a distanza con il suo inglese scolastico. Stiamo andando alla Bab Sharqi, dove da secoli i mercanti trattano tappeti provenienti da Iran, Turkestan e Turchia. Uscendo da un magazzino, siamo attirati da un bellissimo spazio con soffitto a volte in pietra, in cui sono esposte centinaia di scarpe. Il proprietario ci fa visitare l'antico Khan (caravanserraglio). Una stanza è affittata a un rappresentante di utensili e macchinari molto particolari:

AQUA AIR INDUSTRIES INC. - TRITON LOGGING INC.

Se dico ‘città,' evoco un insieme di edifici, fiumi di gente, automobili… Penso a metropoli come New York o Shanghai, dove convivono gli estremi: le luci puntate sugli eventi del lusso e il buio dello stress, delle polveri sottili, della fretta, delle periferie di ansia e solitudine. La Perla d'Oriente non è così. Hai spesso la sensazione che qui non manchi nulla. 1 milione e mezzo di abitanti, più di 6 milioni l'area metropolitana, ma la gente è cortese come in un villaggio. È considerata la più antica città del mondo fra quelle abitate in maniera continuativa, e la verdura è sempre fresca come appena raccolta. Anche la vita sembra fresca dentro una scenografia da Guerre stellari dove il futuro estremo e il passato remoto parlano la stessa lingua, bevono lo stesso caffè e fumano dalla stessa shisha (narghilé). La globalizzazione sembra familiare, il consumismo e l'economia – che guidano in stato di ebrezza le nostre esistenze – sembrano qui più affrontabili e anche “il padrone non sembra poi così cattivo...” All'ombra di un regime autocratico, la Siria vive ancora dentro gli argini di alcune profonde intuizioni dell'Islam e del misticismo, lontana dalla giostra dell'alcol e degli psicofarmaci.

Dintorni di Ségou, Mali. Immagino il senso iniziale della città, il senso dell'architettura stessa, che era opera d'arte, costruita e decorata con cura... Una città completa e quasi perfetta, come il disegno dei villaggi Bambara africani le cui piante ricordano collane o gioielli ed esprimono bene il sentimento di unione e difesa, temporaneo distacco dalla natura che ci nutre, ci meraviglia e ci eccita... Ma che deve assolutamente rimanere fuori, almeno di notte.

Ang Nam Ngum, Laos. La barca traina una piccola chiatta con una struttura a V rovesciata fatta di tubi e collegata a un argano. A bordo, oltre al pilota, ci sono l'esploratore, i tre tagliaboschi, un compressore per le grosse bombole di ossigeno, seghe idrauliche della AQUA AIR INDUSTRIES INC. di varie dimensioni e una cucina da campo. In altri laghi, il ‘pescesega' – mietitore meccanico subacqueo – della TRITON LOGGING INC. lavora sott'acqua tramite un comando a distanza. (Equipaggiata con 8 telecamere e una sega a catena di 140 centimetri, questa bestia da tre tonnellate taglia le foreste abbandonate sott'acqua dopo la costruzione delle dighe e la creazione dei bacini.) Ma qui la ricerca e il taglio degli alberi sommersi sono compiuti manualmente da tagliaboschi in muta subacquea. Novanta chilometri a nord della pianura di Vientiane si trova il più grande bacino artificiale del Sud-est asiatico. Con un tipico esempio di scarsa pianificazione ambientale, i costruttori della diga hanno inondando circa 400 chilometri quadrati di foresta tropicale sotto 50 metri d'acqua. Il legno si è ben conservato sott'acqua e tuttora vi sono dei tagliaboschi subacquei che operano con particolari seghe idrauliche per il taglio della foresta sommersa. Interi villaggi sono occupati nella produzione di mobili in teak. Il fascino di questo mestiere risiede nella metafora lucidissima della ricerca umana: per ottenere un certo risultato si distrugge un pezzo di natura; poi, per continuare a sfruttare quella stessa natura, si inventa una tecnica adeguata allo scopo, che dovrà in qualche modo neutralizzare il primo intervento.

Milwaukee, USA. Anno 1993. Un'epidemia di criptosporidiosi portata dalle feci uccide 400 persone e ne fa ammalare 400mila. Si è scoperto che la città pompava i liquami “trattati” – in realtà trattati solo per alcune tossine e non per altre – nel lago Michigan e ne beveva l'acqua.

Londra, Inghilterra. Nel 1860 Joseph Bazalgette fu il pioniere dei grandi sistemi di condutture urbane del nostro tempo, le sue fognature hanno salvato più vite di qualunque altra opera di ingegneria civile, come scrive Rose George nel libro The big necessity. Ma c'è un problema. Per quanto ci piaccia scaricare acqua e dimenticarcene, gli escrementi non scompaiono. Il 90 per cento dei liquami del mondo finisce senza trattamento negli oceani, nei fiumi e nei laghi. I costi dell'invenzione di Bazalgette – all'altro capo della conduttura – sono diventati ineliminabili. Buona parte delle nostre acque luride viene pompata quasi intatta negli oceani, dove si stanno formando vaste zone morte uccise dai nostri germi. Il resto infesta le acque più vicine a casa nostra. George sintetizza così il nostro sistema: “Prendete dell'acqua potabile pulita, ci gettate dentro dello schifo e poi spendete milioni per pulirla di nuovo.”

Bac Ha, Vietnam. La mattina al mercato ci sono tutti: le etnie Dzao rosse, nere e bianche, i Thai, i Meo, i Hmong. Questi ultimi, che costituiscono uno dei più grandi gruppi etnici del Vietnam, discendono dai Meo (o Miao), popolazione emigrata nel corso dei secoli dalla Cina. Sono sciamani e abili agricoltori, allevatori e tessitori. Gli eleganti abiti delle donne Hmong si compongono di corsetti, gonne e turbanti di canapa blu e sono impreziositi con monili d'argento. Piccole differenze nell'abbigliamento consentono di identificare i clan di appartenenza. Forse i Hmong sono più bravi a tessere e ricamare che a parlare, perché parlano con l'arte del tessuto... I loro manufatti raccontano storie di migrazioni e di persecuzioni, storie di città e di villaggi, storie di semine e di raccolti, di animali e di alberi, alberi a volte sommersi e di chi si immerge per tagliarli, storie di fiumi e di laghi e di come l'uomo li sporca e poi li deve ripulire, magari con l'aiuto del vento e del sole. Forse, con i loro fili colorati – come in una psicoterapia di gruppo – raccontano ed ‘elaborano' proprio la sconclusionata ricerca umana, l'incessante avanti-indietro, la continua creazione-distruzione, l'amore-odio, il respiro cosmico insomma: più che l'amore, quella sorta di scopata planetaria che la specie umana da sempre mette in scena con la natura.

Beppe Caturegli


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