home page


Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[6/4/2010]

# 42_Arnaldo Ragozzino


La Davidessa

…di tirare mattina come sempre non ne aveva proprio voglia, e di portarsi a casa qualcuno da spolpare, ancora, ancora un altro, neanche per idea. Non avrebbe sopportato nessuno, stanotte si chiudeva prima. E chi se ne frega se poi quella bestia di uno slavo avrebbe piantato su il solito casino con il suo italiano sgangherato e quella faccia da reduce di tutte le tragedie di questo mondo “…Tu stai a lavorare, capito, da? Lavorare, sì lavorare…”. Pochi minuti di strada ed era a casa. Porta Venezia, brulichio, umanità indaffarata, stabili cadenti, affitti in nero a prezzi da strozzo ad africani, brasiliani, immigrati, irregolari insomma, come si dice… Due stanze ammobiliate abbicchierate attazzate in condivisione al quarto piano fra gente che sale e scende e traffica a tutte le ore del giorno e della notte standosene acquattata ai confini della bellezza, ai confini dell'esistenza. I mobili lucidi e le vetrinette, la luce appannata di una vecchia lampada, poster svolazzanti su carte da parati ingiallite, il televisore, la Vergine illuminata. E quell'odore fermo, quell'aria che non circola, quelle idee fisse bloccate come nella testa di un matto, senza una via d'uscita. E quel freddo anche quando non fa freddo, il brivido della primavera che non si decide ad arrivare.

Il ricordo. Quelli erano i giorni del ricordo, del desiderio di ricordare, e per ricordare bisogna stare lontani dalle cose e dalle persone, bisogna far affiorare le cose un po' alla volta, bisogna provare a rivivere il loro sapore. Adesso sì che lo capiva che cosa voleva dire quello lì che una volta non voleva fare del sesso ma che entrava dentro con lo sguardo fino alle soglie dell'anima, fino alle porte del ricordo. E aveva avuto paura quella volta lì perché aveva sentito dire di certi tipi calmi e gentili che però sono dei maniaci e sono capaci di ammazzarti e di farti a pezzi… e mentre quello continuava a dire che bisognava fermarsi a ricordare, a sentire i richiami lontani pensava come poteva chiamare quella bestia dello slavo che stava chissà dove in quel momento e forse c'aveva il cellulare spento. Ricordare? Sentire i richiami lontani? Ma che cosa voleva dire?

E poi era successo così, all'improvviso. Quell'urgenza di rimettere le mani nel passato. Era successo senza pensarci, come quando vai in un posto e ti dimentichi che ci stai andando e pensi ad altro e poi arrivi e ti ricordi di quello che dovevi fare e allora lo devi proprio fare perché eri partito con quell'idea e chissà perché l'hai dimenticato ma non sei più sicuro che volevi andare lì, che volevi proprio farlo solo che non ne puoi fare a meno…

Le immagini di quei giorni non erano mai state così nitide, vive da sentirsele quasi sulla pelle. Il mare, il mare e le strisce di salsedine sulla pelle. E le grandi nuvole bianche che si spostavano veloci facendo venire brividi di freddo quando ci si vestiva leggeri, che cambiavano l'umore quando c'era qualcosa da fare all'aperto e si desideravano cieli limpidi.

E la luce fortissima che riempiva i giorni e uno non riusciva a pensare a una cosa tanto grande come quella e doveva essere quello che chiamavano l'infinito. E quelle stagioni lente che sembravano non finire mai, e andare in giro senza calze fino al giorno dei morti e l'odore dolce del glicine e quello dei fiori d'arancio.

E il tempo passato a guardare il rincorrersi delle nuvole in quella battaglia per la conquista dei cieli, disteso in strada tanto non c'erano le macchine, lo sguardo fisso verso l'alto a godersi lo spettacolo. Chissà come doveva essere a stare sospesi lassù, girava la testa solo a pensarci. Spaventava, l'infinito… Ma quei cieli immensi, quelle nuvole che correvano, quella luce erano la vita così com'è, inafferrabile, incontrollabile, impossibile da abbracciare anche se uno l'avesse voluto. Era così, e non ci si poteva fare niente perché la natura era più forte di tutto, ecco. Però era bello così.

E poi le chiacchiere delle donne al mercato. E i giochi in strada con le bambine, e gli sberleffi dei ragazzi “mezzafe', mezzafe', mezzafe'”, e il desiderio, e la vergogna. E la vita in casa e l'orgoglio maschile ferito “M'hai fatt' ‘nu figlio ricchione.” E la disperazione materna. E gli occhi bassi. E la violenza delle prime volte, il sesso brutale, l'amore negato. E l'angoscia che prendeva allo stomaco e non faceva stare sereni.

E poi il corpo, quel corpo d'uomo ingombrante, quella faccia che raccontava di secolari sopraffazioni. Ma che cos'era il corpo, dopotutto? Carne, sì era carne che si poteva modellare, che si poteva cambiare, che si poteva trasformare. Sì, il corpo poteva diventare un'idea, poteva diventare un mito che si materializza. E i primi travestimenti, gli abiti comprati a credito, le discoteche, e la musica e il ballo liberatorio che non si poteva resistere e qui non si può restare.

Il ricordo, Milano. La luce che non c'è più ma non fa niente. L'indifferenza gentile e quel senso della vita sospeso tra pietà e disincanto. Il ricordo, gli incontri. Quel mondo di poveri cristi senza una storia futura, senza possibilità di lasciare un segno, carne da macello, roba buona per i centri commerciali. I locali della periferia, il tentativo disperato di cancellare il passato, le parole che cambiano suono, senza toccare il pensiero, la ricerca di una storia quale che fosse, le marchette. E finalmente un ruolo, un personaggio, un copione. E l'illusione del denaro che compra la dignità.

E i giorni che corrono, gli anni senza una traccia d'amore. Le cose e le persone che si sbracano, che marciscono. Quel senso di vita incompiuto. Ma non era questo il progetto, non era questo. Doveva essere un'altra cosa, doveva essere l'essenza, smisuratamente grande, deliziosamente amorevole. Doveva essere ti prego guardami dentro, bellezza realizzata. Doveva essere incontrare le donne, gli uomini, e le loro intelligenze, il loro sapere, la loro bellezza, le loro ragioni. Doveva essere “sono qui per dire questo e quest'altro e vorrei dirlo a te perché tu lo puoi capire, condividere.” Doveva essere il piacere profondo senza perdere neppure un secondo, il piacere per il piacere. Doveva essere l'attesa continua dell'inatteso e svegliarsi al mattino fantasticando su quello che doveva ancora arrivare. Doveva essere l'arte che salva ogni cosa, l'unità perfetta. E la libertà, infine. E lacrime di gioia da poterne addirittura morire. Missione compiuta: avanti il prossimo, partirà da un po' più in alto.

Era questo il progetto. Ma come si poteva realizzarlo adesso? Si poteva sperare che qualcuno lo riconoscesse in uno di quei segnali quasi impercettibili che rivelano gli uomini più di ogni racconto? Ma ci si poteva limitare a sperare ora che il ricordo era tornato alla memoria, ora che il ricordo stava sulla pelle? Ora no, non si poteva più far finta di niente.

La Davidessa pensò che in fondo anche una vita buttata può diventare una meravigliosa speranza se uno è capace di riconoscerla. Riaprì per un attimo gli occhi, vide una scheggia di luce. Poi s'addormentò con un sorriso.

Arnaldo Ragozzino


torna a Testi