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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[2/5/2011]

# 44_Michela Trainini


Čajkovskij e falafel

A Fida'
Duecentocinquanta grammi di ceci, tre spicchi d'aglio, una manciata di prezzemolo e una di coriandolo freschi, un peperoncino verde, due cucchiai di farina, un cucchiaino scarso di bicarbonato, un cucchiaino di cumino in polvere e uno di semi di coriandolo interi, da pestare nel mortaio.
Sale e pepe a piacere.

Il violino solista dell'opera 35 di Čajkovskij entra in scena, gemendo, ed è allora che con la lama del piccolo coltello – «l'unico che taglia davvero in questa cucina piena di cianfrusaglie inutili» – lei inizia ad asportare la buccia dell'aglio.
La prima cosa è l'odore, ovviamente. Qualcuno non lo tollera, lei ritiene che sia invece un potentissimo richiamo ad agire. Anche quando di cucinare non ne ha voglia, per esempio. Se le passa per la testa che sarebbe bello buttarsi sul divano con la prima cosa che trova in frigorifero ma riesce a costringersi a quel primo gesto, l'odore che sprigiona innesca tutto un affaccendarsi sino a un istante prima inconcepibile, che la porta a un buon piatto e a un libro invece che a residui alimentari e scarti televisivi. Tutta un'altra vita, grazie a quell'aromatico taglio primigenio.
Prima è l'odore, dunque, poi il fruscio cartavelinico della buccia che si stacca.
Lo scambio fra il violino e l'orchestra, intanto, prosegue, fra umori altalenanti.
Lei solleva gli occhi e guarda fuori dalla grande finestra che le sta di fronte. Inizialmente lo sguardo sembra vagare senza meta, da un punto all'altro del giardino, senza recepire altro che lo svogliato agitarsi dei rami al vento. Ma nel momento preciso in cui si ritrova a sorridere compiaciuta di un imprevisto impeto d'orgoglio del violino – che alza la voce come a dire che la superiorità numerica di tutti gli altri strumenti messi insieme non lo intimorisce affatto – si accorge di uno scoiattolo che salterella tutt'altro che indolente alla ricerca di provviste. Le viene da pensare che se il violino avesse continuato a piagnucolare lei non avrebbe fatto caso alla vivace bestiola. Anche i rami le sembrano meno fiacchi, nel loro agitarsi, quasi fossero partecipi della foga dell'animaletto affamato. O dell'inorgoglirsi del violino.
«È come se la musica cambiasse il ritmo di ciò che guardi mentre l'ascolti. Così come quello che stai mangiando, o bevendo, cambia il sapore delle circostanze di un pasto… Ha voce di donna, il violino. E l'eleganza garbata della moderatrice di un salotto intellettuale. Una di quelle cose a cui andrebbe cambiato genere grammaticale», pensa.
Poi torna a guardarsi le mani, occupate ora a disporre con ordine gli ingredienti, uno vicino all'altro. L'avorio dell'aglio, la polvere del cumino, scabra da farne presagire l'aroma pungente e dal colore della terra battuta seccata al sole, il bianco niveo del bicarbonato, impalpabile già alla vista, quello velato di grigio della farina. E ancora i tre verdi: quello prepotente del peperoncino, che aggredisce, rivelatore; la tinta intensa del mazzo di rosmarino; quella più spenta delle foglioline di coriandolo che, con la fresca asprezza del suo aroma, disseta solo ad annusarlo.
«Strano come il prezzemolo, più timido al palato, abbia un colorito più spavaldo».
E ancora, l'ocra dei ceci messi in ammollo il giorno prima e fatti cuocere nel pomeriggio, le seducenti sfumature dal bruno al biondo dei semi di coriandolo, in attesa del pestello per farsi sentire al naso, scoppiettando, fragranti come agrumi maturati all'improvviso, e come gli agrumi maturi insieme dolci e aspri.
«Il mortaio, che straordinario strumento di palingenesi…».
E infine, pronti per farsi contorno della cena “diversa” che oggi ha pensato per sé, il rosso, surreale nella sua perfezione sferica, dei pomodori maturi; e un altro verde: quello pallido delle olive in salamoia. Falafel, hummus, pane azzimo, pomodori e olive. Come quella sera…

Quella volta era stata troppo stanca per godersi l'eccezionalità del momento. Troppo stanca, confusa dalla distanza da tutto ciò che le era familiare. Intimorita, forse, un poco, da quel mangiare da un piatto comune, la tovaglia “buona” direttamente sul pavimento, tutti quei bambini che allungavano le mani non senza averla prima guardata sottecchi, fin troppo consapevoli della sua malcelata goffaggine nel prender parte a quel banchetto insieme umile e sontuoso, fatto di tutto ciò che c'era da offrire.
Sopraffatta dalla diversità, era stata incapace di vedere l'invito della padrona di casa a dividere con lei il proprio talamo, giunto dopo cena, se non come un gesto di rozza, inopportuna sconsideratezza. O si trattava invece del frutto di un irritante puritanesimo d'altri tempi?
– Sara, mia cognata ti sta offrendo di dormire nel suo letto insieme a lei, al posto di mio fratello… – le aveva detto Ahmed. Dal suo sguardo e dal tono di voce traspariva appena tutta l'impotente afflizione di chi deve comunicare un verdetto inappellabile, premurandosi a ogni buon conto di farlo suonare come fosse una proposta. Nell'impossibilità di tentare una mediazione fra due universi tanto distanti, e ugualmente inaccessibili – perché entrambi donna – il suo cavaliere l'aveva amabilmente abbandonata al suo destino.
– In che senso, scusa? È uno scherzo? – aveva risposto lei, sperando di riuscir a nascondere il proprio stupore (o era già sdegno?) dietro a un sorriso tirato e a una lingua che solo loro due comprendevano in quella stanza.
Dal silenzio di lui, aveva capito che davvero non c'era via di scampo: avrebbe condiviso un letto con quella perfetta sconosciuta, che adesso la guardava, forse non severa, nonostante il velo e l'abito nero, ma certo risoluta.
Aveva anche tentato di schermirsi, dichiarando che non poteva mica privare il marito del suo legittimo posto, costringendolo a dormire per terra in salotto insieme a Ahmed, dove avrebbe in realtà voluto ritrovarsi lei in conclusione di quello sfiancante giro di visite. Sola con lui e finalmente a suo agio.
Un'ora dopo, mentre aspettava, più che mai atterrita, che la sua indecifrabile ospite (si sbagliava o era questa, la cognata che insegnava religione in una scuola?) uscisse dal bagno e la raggiungesse nella camera da letto, aveva sperimentato una gamma di emozioni che andavano dall'indignazione per la propria libertà messa in gabbia – «a questi non va giù che io e Ahmed dormiamo insieme da non sposati sotto al loro tetto» –, alla rabbia nei confronti del proprio compagno – «possibile che non abbia saputo trovare un modo di risparmiarmi questo supplizio» – e di sé stessa, per non essere riuscita a farsi valere – «al diavolo l'educazione» – alla pura e semplice disperazione – «e adesso cosa le dico, a questa… e guarda lì, non ha neppure cambiato le lenzuola!».
La donna che era entrata qualche minuto dopo non le era sembrata la stessa persona che le aveva servito la cena standosene in disparte e essenzialmente muta, se non quando impartiva ordini perentori alla figlioletta di appena undici anni, o quando si era schermita a sguardo basso dalle parole di gratitudine che Ahmed le aveva rivolto al termine del banchetto.
Senza velo (si aspettava forse che lo portassero anche di notte) e con indosso una tuta sportiva aderente di quelle che anche a lei, nell'intimità di casa, facevano da pigiama, i bei capelli castani pettinati con cura, un sorriso affabile, buono, che era certa di non averle mai visto sul volto prima, si era seduta sul letto a gambe raccolte, con l'aria di voler iniziare una conversazione con le sue dieci parole d'inglese. In questo sì, tutta la risolutezza della donna in nero che non le aveva lasciato scampo e l'aveva costretta in quella situazione.
Con grande sforzo di gesti e quasi parole, aveva scoperto che quella che le era sembrata una donna ormai prossima alla mezza età aveva in realtà soltanto ventinove anni. Un anno – e quattro figli – più di lei. L'ultimo, di nove mesi, giaceva addormentato in mezzo al letto.
– Lo allatto ancora – aveva detto a Sara indicandolo, nel suo inglese stentato. – Almeno una volta per notte.
«Pure…».
– Tu niente bambini?
– No, ancora no. Prima vorrei riuscire ad avere una certa indipendenza economica, trovare un lavoro che mi soddisfi e che mi faccia guadagnare abbastanza per poterne avere. E senza dover rinunciare alle mie passioni, a viaggiare…
La donna, di cui non ricordava il nome, non stava capendo nulla. In fondo, probabilmente, non c'era granché da capire, in quello sproloquio di frasi fatte confezionato per giustificare i propri ritardi di carriera e i temporeggiamenti nella vita privata.

Avevano “parlato”, non si ricorda bene di cosa, per un'altra mezz'ora. L'unica memoria vivida di quello strano incontro, oggi, è la luminosità del sorriso della donna. Pareva, d'un tratto, felice. Sara si era addormentata e risvegliata poche ore più tardi: l'aria fresca delle notti del deserto che entrava dalla finestra l'aveva convinta senza troppo insistere a servirsi di quel lenzuolo sgualcito che aveva giurato a se stessa di toccare il meno possibile. Si era girata e aveva visto la sua compagna di letto distesa su un fianco, con gli occhi aperti. Guardava lei e, assonnata, sorrideva. Ancora, come non avesse mai smesso. Il bambino era anche lui disteso su un fianco, rivolto verso la madre, come aderendo al corpo di lei.
«Lo sta allattando», aveva pensato, senza nemmeno sorprendersi della propria impassibilità. Si era nuovamente rigirata e aveva ripreso a dormire, infastidita appena da un odore aspro e forestiero.
Era quasi l'alba e un cane selvatico guaiva poco lontano.
«Ma certo! Lei desiderava quella intimità fra donne. Solo in quella solitudine a due poteva essere sé stessa. Per questo è diventata d'un tratto così felice. Felice di offrirmi il massimo onore a cui potevo aspirare da ospite in casa sua: il posto del capofamiglia. Ma soprattutto felice di stare con me, di mostrarsi per quello che era. Semplicemente. Davvero non l'avevo capito?».
Ora che ci ripensa, da quella sera in avanti, si era sentita meno smarrita, nel mondo a lei ignoto che per il suo compagno era casa. Quella sconosciuta l'aveva presa per mano e lei, da giorni persa nel marasma di una realtà tanto diversa dalla sua, era entrata a far parte di un girotondo che prima le era stato precluso. Da quel momento era stata più felice, anche lei, di essere dov'era.
Con la pelle, forse, le ragioni della cognata di Ahmed le aveva già capite allora, ma soltanto adesso le intende con la testa, e prende coscienza di quanto ne sia valsa la pena: l'odore dell'uomo di un'altra fra le lenzuola, quella macchia di chissà che proprio al centro del letto, il terrore di fare accidentalmente male al bambino che dormiva e poi prendeva il latte della madre, quel dialogo mozzato, faticoso e surreale di cui non aveva avuto allora alcuna voglia. Come una fulminea rivelazione.
Eppure, ora che quella notte è tornata all'improvviso, a lei sembra che non abbia in realtà mai smesso di parlarle, al pari di certi libri che se ne stanno nascosti fra le grinze della memoria a lungo prima di uscire allo scoperto come da chissà dove, ma intanto non smettono mai di agire, di condizionare il modo in cui intendiamo le cose dopo averli letti.
«Qualcuno, o magari qualcosa, ti prende per mano e tu, all'improvviso, sei dentro alla vita, ne fai parte proprio per quella mano che ti è stata data. E anche essere felici diventa possibile. Happiness only real when shared (1), come ha scritto, laconico, un istante prima di morire, quel ragazzo in Alaska».
Mentre ripensava a quella notte aveva meccanicamente macinato i ceci e sminuzzato le foglie di prezzemolo e coriandolo. Non resta che mescolare gli ingredienti.
Qualcosa la trattiene. Le porzioni di colore hanno costruito rassicuranti forme in equilibrio che vorrebbe non scomporre mai. Da qualche parte ha letto che Giotto costruiva le forme con i colori, che la sua pittura era un racconto fatto di forme, masse, corpi scolpiti dal colore. Teme che il suo racconto vada perso nell'amalgama dal quale plasmerà le saporite polpette di ceci, i falafel. La spaventa, la congerie che verrà dal disfacimento di quel quadro fatto di colori che si definiscono per contrasto. Cosa succederà?
Esita ancora per un istante, ma poi versa i legumi in poltiglia nella ciotola, aggiunge uno a uno tutti gli ingredienti e inizia ad impastare.
«Forse la dissoluzione delle forme non è poi così male: il racconto diventa vita, che è sempre più pasticciata, più difficile da leggere. I colori si sovrappongono, le consistenze si combinano, i profumi si legano ».
La mano, sporca di quel miscuglio e gialla per il cumino, lascia l'impasto e va a poggiarsi sul ventre, rigonfio. Ed è come se il tempo e le cose intorno si fermassero. In una piacevole paralisi rassicurante, Sara sorride al suo bambino e lo trova lì ad aspettarla da un po', sorridente. Non è un sorriso delle labbra ma, più vagamente, un'atmosfera di comprensione reciproca e assoluta. Pare anzi che sia lui, imperturbabile, a comprendere la madre, turbata. Perché gli sta dicendo che non sa cosa potrà offrirgli, concretamente, quando verrà al mondo. Perché tutto d'un tratto si è ricordata che quel lavoro, quell'indipendenza, quella stabilità che aveva raccontato in un vuoto elenco incompreso dalla sua interlocutrice in quella sera lontana ancora non ci sono. Perché la vita è un posto spietato o perché lei ha sbagliato strada troppe volte poco conta: quelle cose, alla soglia della maternità, non sono ancora arrivate.
Però gli vorrà molto bene.
«Come se bastasse…»
Le viene da piangere. Piange. E lui se ne accorge. Ecco, di nuovo, quella sensazione che è forse di tutte le madri, di avere in grembo un essere estremamente evoluto, già grande. Il suo bambino le sorride e le dice che basta, che è quello che conta. E lei gliene è grata. Per un istante è vero: è quello che conta. Prende il suo bambino per mano e non c'è più nulla da capire.
«Il pane!»
Ha dimenticato di comperarlo. Si lava le mani ed esce di corsa a prenderlo, prima che il negozio del quartiere chiuda. Sulle ultime note del concerto per violino e orchestra di Čajkovskij rientra in casa.
Ora c'è tutto.

Michela Trainini


Note
(1) La felicità - reale solo se condivisa.


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