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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[3/5/2011]

# 45_Alvaro Occhipinti_II


In morte del pittore

La notte del 2 ottobre scorso, dopo breve virulento attacco del suo male, è spirato a Niguarda il pittore Martino Mazzoleni, nato a Milano nel 1935, città in cui ha svolto tutta la sua attività di artista e la sua vita. Lo ricordiamo qui a tutti gli amici, collezionisti, critici, galleristi e direttori di musei che con lui hanno avuto consuetudine di rapporti.

Ci incontrammo nei primi anni '80, naufraghi di un tenativo di fondazione di un gruppo artistico. Fu proprio per non sprecare le fatiche di un anno di lavoro che decidemmo di operare a quattro mani, iniziando una serie di esposizioni in coppia in gallerie private e spazi pubblici.

Martino veniva da una elaborazione pittorica sostanzialmente espressionista-astratta con larghe concessioni verso un colelzioznismo medio, appagante, tale da da renderlo ai nostri occhi autonomo e privilegiato.

Martino era un uomo a una dimensione. L'origine proletaria e la perifericità culturale della sua esistenza lo hanno spinto a sviluppare il “braccio del tennista”, cioè a concentrarsi su un abnorme, esclusiva disposizione per la pittura, che lo ha allontanato lentamente da tutto il giornaliero e pratico ordinario.

Da solo, senza veri maestri che non fossero i suoi occhi, ha reinventato l'astrattismo in ogni sua connotazione e raffinatezza. Dall'impressionismo astratto-naturalistico al geometrismo dell'avanguardia storica, al personale costruttivismo, fino al grado zero della sintassi (bianco su bianco).

Il suo universo iniziava e finiva nel suo studio. L'esplorazione culturale del mondo, conoscere, tutto è accaduto in questa stanza (che tanto ricorda la cella morandiana) che dà sui tetti di una Milano operaia, su un nord dell'essitenza, glaciale. In quest'ordine, in questa luce da eterno meriggio, con sul tavolo gli strumenti del mestiere e le “nazionali” (col caffè unico “vizio”), galleggiava – giudicante – un silenzio d'acquario.

Ora, nel nostro tempo futuro, scandaglieremo quanto del suo essere continuerà ad “agire” in noi. Certo, sarebbe consolante incontrarlo, al nostro giro di boa, nella quarta dimensione o altrove, dirgli il non detto.

Alvaro


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