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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[8/5/2011]

# 50_Pierpaolo Venier


O Italia mia

O Italia mia,
o paese felice, non
fosse per le scorribande dei tuoi
principini e dei
loro rigoletti e nani.

Terra
dove giunse l'o
disseico Nemo,
e sulla cui rotta
Pitagora navigò da Samo al Sannio,
Dove Senofane eresse
per i suoi Feaci Elea,
ed in essa v'in
segnò Parmenide, il
primo dei sapienti.
Città Stato per le
quali Platone primo
scrisse una Costituzione
che per troppa giustizia
già per due volte ed a
due millenni e tre
secoli ha
anticipato i tempi della storia.
Dove gli Etruschi
scavarono nel tufo le
loro crepuscolari tombe
dei convivi, dove Enea fuggiasco,
prima che al Palatino
fondò a Segesta il tempio,
a segnare la dorica e
perenne traccia del passaggio
di chi parte da
lontane civiltà e
da noi le importa.
Dove i Romani conobbero nel sangue
gl'invasori migranti da
Cartagena, all'Atlante, dai
Pirenei all'Alpi e lungo
gli Appennini fino alla punta estrema,
cui la barca rivolge la
rotta per mare alla città di sale.
O terra dove si inventò la nova
lingua per parlar d'amore,
terra del Sommo Volgare, cui
nome sta stretto se non Vate, di
Beatrice e di Laura, terra di Guido
e Lapo e di Francesco e dell'altro
Francesco de la terra d'Assisi. Terra di
Giotto, di calanchi e gravine ed
acque verticali, e di Cristi sottratti
all'oro che circonda le
teoretiche figure procedenti
e gli avvolgenti Creator dei
fondi ravennati mosaici, e de
le volte e le absidi di
Cefalù e Monreale. Terra da dove
vennero i miei per andare i
primi in laguna a farne i dogi
e i marangoni e caligheri e
gli arsenalotti, e
da qui all'esilio. Terra di battaglie
con le bandiere sui ponti, bianche e
rosse su le barricate. Terra di
partigiani, terra di quell'Enrico
che tu popolo d'Italia amavi come
fosse fratello di Francesco.
Tu terra che fosti dell'Angelo Michele
e della sua Sistina, e del loggiato
sublime del Sanzio che non per altro a
quell'apostolico Palazzo è stato
resistere concesso- e la sua Scuola,
e delle tre fanciulle di Sandro e della sua
Venere sorgiva Terra di colei che Prima viene,
col vento e il Gonfalon selvaggio, terra
di Lorenzo e Firenze, ed il
ponte sull'Arno, che solo Rialto
può confrontare. Terra del grande Canale
e del fiume, dell'Adige slanciato, del
Tevere curvo e l'estivo Po lungamente sdraiato,
se non sconvolto dal suo letto a inverno
in furia, all'abbraccio scorrendo al
suo lungo mare, adriatico che
lo attende ribollente a Comacchio.
O terra dove i Massoni e i Savoia,
ed i Mazzini e i Garibaldi, e Donizetti
e Verdi, suonarono le trombe. Terra
del grande Machiavelli e dei suoi Borgia.
Ora di Principi ci
è rimasto solo il grande Totò, ed i comici di
una fin troppo praticata arte.
Terra che ormai ridotta all'italiana,
in commedia ha smarrito i
volonterosi Alfieri, e ridotta l'
Opera e il melodramma ai
salti di sesta del Giacomo Puccini,
s'arrende al Gianni Schicchi di turno
ed alle sue facezie. Terra di barzellette,
e di televisione. terra di rubyconde
veline e milanisti calciatori. Terra non più
serva ma madre di servitori.
E a te che sempre come un fratello mi
fosti e tanto maggiore,
Giacomo infinito mio,
che a quello di Francesco il tuo
alto grido aggiungesti, il mio
si unisca.

Terra non di dolore ma di nausea e
vomito ostello. O Italia mia,
o paese infelice che crede in
chi dagli schermi gli
blatera e mente e non dice
(ben che il nostro
parlare sia indarno
e restino piaghe mortali).

Pierpaolo Venier
19 aprile 2011

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