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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
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Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[7/3/2012]

# 51_Gian Lupo Osti


Occorre uno sforzo unitario
Ricordiamoci del Piano Marshall

Di questi tempi torno spesso con la memoria ai primi anni del dopoguerra, quando tutta l'Italia si rimboccò le maniche e riuscimmo a risollevarci dal baratro in cui ci aveva precipitato la nostra sconsiderata partecipazione alla guerra, con uno sforzo unitario raro, ahimé, nella nostra storia. Nel 1947 Oscar Sinigaglia, presidente della Finsider, di cui io ero l'assistente, mi inviò negli USA per finalizzare la concessione di un prestito da parte della Export-Import Bank e per organizzare a New York l'ufficio di rappresentanza per il gruppo Finsider.

Avevo ventisei anni e l'impatto con la democrazia americana fu estremamente positivo per me, reduce dalla guerra combattuta al fronte prima, poi ufficiale di collegamento con la Wehrmacht e finalmente, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, internato in Germania visto che mi ero rifiutato di continuare a collaborare con i tedeschi. Il discorso del generale George Marshall ad Harvard nel giugno 1947, con cui propose l'European Recovery Plan, comunemente noto come Piano Marshall, mi riempì di entusiasmo. Non so se questa fu la prima occasione nella storia dell'umanità in cui la nazione vincitrice abbia proposto un piano di aiuti per il rilancio economico non limitato ai soli paesi alleati ma esteso anche a quelli sconfitti. Sicuramente è stata la prima volta in cui è stato realizzato nelle dimensioni del Piano Marshall.

Marshall era stato il Capo di Stato Maggiore delle forze armate USA durante la guerra e nel 1947 era Segretario di Stato. Gli amici americani mi confermarono che la proposta di Marshall avrebbe avuto un seguito positivo. Io telefonai subito al mio presidente dicendogli che questa era un'opportunità straordinaria per realizzare il piano di rilancio che lui si proponeva per le aziende del gruppo e che mi veniva consigliato di mettere subito il cappello sulla sedia per prenotare la nostra partecipazione.

Sinigaglia mi disse di tornare subito a Roma perché voleva essere informato nel dettaglio, e così io feci. Mi portò con sé a un incontro che ebbe con il Vittorio Valletta, presidente della Fiat, in cui vennero poste le premesse per l'accordo con la Fiat che portò poi alla costruzione del centro siderurgico di Genova-Cornigliano utilizzando i finanziamenti previsti dal Piano Marshall. L'accordo con la Fiat si basava sulla fornitura del lamierino prodotto a Cornigliano a un prezzo non di mercato ma di costo di produzione.

A Parigi, il capo delegazione italiano per il Piano era Giovanni Malagodi, da poco uscito dalla banca e non ancora entrato in politica. Io facevo il ragazzo di bottega, andando avanti e indietro fra l'Italia, Parigi e Washington. C'era un clima cameratesco fra i delegati europei e americani, si usciva spesso insieme a cena. Gli americani continuavano a sostenere che noi europei non dovevamo inaugurare nuove produzioni ma restaurare quelle già avviate prima della guerra. Noi allora, per controbattere ironicamente, pubblicammo un libello dal titolo American Recovery Plan in cui si simulava che una volta raggiunti gli obiettivi, l'Europa avrebbe superato gli States, nel frattempo entrati in crisi. E contestualmente al piano, si suggeriva loro di concentrarsi sulle cose che sapevano fare meglio: vivere da cowboy, coltivare il cotone, suonare il jazz…

Il Piano Marshall fu fondamentale per il rilancio dell'economia europea e italiana e portò a quello che fu allora definito il “miracolo economico”. Sembrò allora che l'Italia fosse riuscita a riallinearsi con le altre grandi nazioni dell'Europa occidentale. Disgraziatamente le cose presero poi una piega del tutto diversa da quelle che erano le nostre speranze. Oggi ci troviamo in una situazione per alcuni versi analoga a quella del 1947. Occorre di nuovo, se vogliamo evitare il disastro, un grande sforzo unitario.

Vi sono per altro alcune evidenti differenze: la situazione oggettiva odierna è decisamente migliore. Allora eravamo precipitati nel fondo del baratro, ora ci troviamo sull'orlo. Ma questo fatto oggettivamente positivo ha anche aspetti psicologicamente negativi, perché allora eravamo tutti in brache di tela, mentre oggi vediamo gente per strada che ostenta la ricchezza, e questo rende difficile accettare ulteriori sacrifici per chi non ha grandi disponibilità. In ogni caso, perché i sacrifici possano avere successo, occorre agire in tempi rapidi e questo impone, non vi è dubbio uno sforzo unitario.

Queste sono le ragioni per le quali ritorno spesso con la memoria a sessantacinque anni fa, e questo è anche il motivo per il quale credo sarebbe opportuno che venisse in qualche modo ricordato George Marshall. E non solo in Italia, ma anche in Francia, Germania e Gran Bretagna, paesi che trassero ampi benefici dal piano. A quanto mi risulta, in nessuna delle principali città italiane vi è una strada, una piazza, un monumento o una targa in memoria di questo grande uomo.

Qualche anno fa, ricorrendo il cinquantenario del Piano Marshall, pensai a come coprire questo vuoto. L'ambasciata USA pareva disposta a procurare un busto del generale o una targa commemorativa, e un amico allora influente nella giunta romana dell'epoca mi assicurava che la cosa veniva considerata con favore. Ma poi qualcuno si mise di traverso e io ne fui molto contrariato, tanto da chiudere ogni mia iniziativa a questo proposito.

La situazione attuale mi induce a riproporre questa iniziativa. Oggi è disponibile un ibrido fra quelle che a mio giudizio sono le due più belle querce al mondo – l'europea Quercus robur e l'americana Quercus alba. Il nuovo ibrido è stato battezzato “quercia dei due mondi” (Quercus x bimundorum).

Mi piacerebbe che un'esemplare di questa quercia trovasse dimora in una rotonda, una piazza o un giardino di qualche grande città italiana. In questo modo soddisferei sia la mia passione botanica che il mio desiderio di ripagare il debito che sento verso il generale Marshall: il suo Piano è stato anche la pietra angolare della mia carriera professionale. E io ho già pronto un bel querciolo di cinque anni alto all'incirca due metri. Non aspetta che di essere chiamato.

Gian Lupo Osti
31 gennaio 2012

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