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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[13/3/2012]

# 54_Franz Iacono


Il salto generazionale

Ci sono due tipi di cretino, quello povero, che sentirete spesso chiamare idiota, deficiente, ritardato e imbecille, e quello ricco, che ha sinonimi più sfumati, come originale, eccentrico, ribelle, incompreso, ma che non è, per questo, meno cretino. La prima tipologia rimane spesso nell'oscurità e nell'anonimato, poiché le sue condizioni modeste lo limitano a piccole idiozie di quartiere. Il secondo, che ha l'opportunità di esercitare la propria cretineria su più vasta scala, spesso ne approfitta per giocarsi lo yacht in una mano di poker o per parcheggiare la cabriolet dentro la piscina di casa. In questo secondo tipo di cretineria sguazzava, con alti e bassi, mio padre, Ettore Salimberti, figlio di Ernesto Salimberti, presidente della Sepim Spa, e padre di Emilio Salimberti, il sottoscritto.

Mio nonno era però dell'idea che i tempi dello sguazzamento per mio padre dovessero finire, e per questo, un bel mattino di giugno, appena una settimana dopo la consegna del mio diploma di liceo, mi fece convocare presso la presidenza della Sepim, per parlare del mio diciottesimo compleanno e del futuro dell'azienda.

Venni fatto accomodare, con mio grande sollievo, non nella lugubre e cavernosa sala riunioni presidenziale, ma nell'appartamentino. Veniva così chiamato una minuscola e bizzarra casa-museo in cui il nonno aveva fatto ricostruire nei minimi dettagli l'arredo del bilocale in cui aveva vissuto da ragazzo, carta da parati scollata e puzza di cavolo compresi.

Lo trovai assopito sulla poltrona e mi fermai in silenzio sulla soglia a osservarlo. Eravamo due gocce d'acqua: calvizie e rughe a parte il nonno aveva il mio stesso profilo, lo stesso respiro, persino lo stesso modo di riposare, anche se la sua malattia aveva introdotto qualche tremito che non gli conoscevo. Quando si accorse della mia presenza mi abbracciò a lungo, poi mi fece sedere accanto sé e mandò il segretario a prendermi una coca.

“Ti ho mai parlato della mia teoria del salto generazionale, Emilio?” mi disse. “Si tratta di un fenomeno ereditario per cui i tratti distintivi di un carattere non si trasferiscono alla generazione diretta, ma a quella successiva. Ti faccio un esempio.” Indicò la brutta credenza in stile, la pianola Steinberger e, sopra, il cucù della val Gardena. “Sai perché ho fatto ricostruire l'appartamentino? Per ricordarmi chi era mio padre: un mediocre e un fannullone, bravo solo a mangiarsi i soldi di mio nonno e a ridursi in miseria. Avere sotto gli occhi questi arredi deprimenti mi aiuta a ricordare che la mia fortuna potrebbe svanire da un momento all'altro, se passasse alla generazione sbagliata.”

Cominciavo a intuire dove volesse arrivare.

“Tuo padre, Emilio, è un bell'uomo, gli piacciono le macchine, i divertimenti, le donne. Ma non ha testa Emilio, gli manca il cervello per dirigere la nostra società. Fin qui ho dovuto portare avanti la baracca da solo e a lui ho assegnato incarichi minori, dove non potesse fare grandi danni. Ma Emilio, mi restano pochi mesi di vita, e prima di morire vorrei consegnare la mia azienda alla persona che stimo di più nella mia famiglia. Per questo ho deciso che durante la festa per i tuoi 18 anni comunicherò ufficialmente la tua nomina a presidente.”

Non dissi niente, ero frastornato, confuso, pensavo a mio padre.

I giorni che seguirono furono occupati, a turno, dalle aspettative per il mio nuovo futuro, dall'ansia e dai sensi di colpa. Osservavo in continuazione mio padre, cercando di trovare in ogni suo comportamento una conferma o una smentita alla teoria del salto generazionale. Lui, dal canto suo, pareva deciso a offrirmi solo conferme. Girava con il trattore per ore intorno al giardino della villa, intossicandoci con la polvere e il rumore. Passava ore nudo davanti allo specchio a imitare le pose dei suoi culturisti preferiti, mentre mia madre, le mie sorelle ed io, cenavamo da soli.

Certe mattine, se non lo vedevo ciondolare per casa e mi mancavano le sue cretinerie, montavo in bici e andavo a cercarlo per le accademie del biliardo o nei bar del centro. Se non lo trovavo in giro, mi appostavo davanti alla porta della Cristina, che un tempo era stata la mia babysitter, una studentessa tutta brufoli e bic masticate che l'amore di mio papà aveva trasformato in una donna di classe e nella felice titolare di un paio di tabaccherie in centro. Dopo qualche istante li vedevo uscire insieme e passeggiare mano nella mano in pieno centro e in pieno giorno.

Insomma nei dieci giorni che seguirono il dialogo con il nonno tenni costantemente sotto controllo mio padre, pronto a giudicarlo senza pietà, ma anche a riabilitarlo se avessi intravisto almeno un pizzico di buona volontà. Lui non mi fornì mai l'occasione. La teoria del salto generazionale trovava in Ettore Salimberti un campione assoluto. La cosa non mi faceva sentire meglio, ma almeno andavo verso il discorso dell'investitura con la convinzione di fare una cosa giusta e inevitabile. Mancavano due giorni al mio compleanno e alla fine dei sogni di gloria di mio papà.

La festa del mio compleanno fu benedetta da un gran temporale che costrinse tutti gli ospiti ad entrare nella villa tra risate e gridolini di giubilo. C'erano tutti, i miei amici d'infanzia, i compagni di classe, molti parenti che conoscevo appena e addirittura un paio di professori. L'unico che brillava per la sua assenza era mio padre, e non vedendolo arrivare, speravo di poter evitare un confronto che mi terrorizzava. Il nonno, prima che arrivassero gli ospiti, mi aveva preso da parte e spiegato che intendeva fare il suo grande annuncio al momento di tagliare la torta. Restammo d'accordo che il giorno dopo saremmo andati assieme in azienda per presentarmi ai dipendenti, quindi dal notaio per firmare una modifica al testamento che avrebbe trasferito a mio nome gran parte dell'eredità, in quanto nuovo presidente della Sepim.

“Signori e signore”, disse mio nonno, dopo aver chiesto l'attenzione degli ospiti con un tintinnio sul bicchiere, “è con sincero piacere che”, ma non potè finire la frase. Un forte stridìo di freni lacerò l'aria, seguito da un tonfo che fece tremare la casa e cadere parte dell'intonaco sulla testa degli ospiti. Qualcuno gridò, altri rimasero pietrificati. Ripresomi dallo stupore, corsi alla finestra, e vidi il Cayenne di papà accartocciato attorno al portico della villa. Dopo un attimo, mio padre fece la sua entrata, degna di un film catastrofico di Bruce Willis. Era bagnato, impolverato e insanguinato, e zoppicava aggrappandosi a un domestico e al mio professore di ginnastica. “Scusate per l'interruzione, ma essendo io il padre vorrei fare per primo gli auguri a Emilio. Credo di essermi rotto qualcosa e, se permetti, papà, vorrei fare il mio discorso in fretta e andarmene prima di sentire il tuo intervento, dato che sarà sicuramente noiosissimo. Quindi…” mi cercò con gli occhi, e quando mi vide tra gli ospiti, mi rivolse un gran sorriso, “vorrei ringraziare Emilio per essere lo splendido ragazzo che è. Nonostante le difficoltà che ha incontrato in questa casa di matti è venuto su bene, non siete d'accordo? Avrebbe potuto venire su una schifo, considerato il padre che ha, un mezzo scemo, secondo l'opinione di tutti. Invece si è diplomato al Liceo con il massimo dei voti. Bravo, Emilio, ho sempre avuto fiducia in te. Ma il fatto che sia un idiota non significa che non abbia anch'io le mie preoccupazioni. Ebbene, sono preoccupato per le dimensioni del pene del ragazzo. Il ragazzo è ipodotato. No, non fate quella faccia, ve lo giuro, ha il pistolino grande come uno spillo. È un problema serio, c'è passato anche mio papà. Anche lui al posto del pisello ha una matitina. Si tratta di un problema ormonale che si trasmette nella nostra famiglia dalla prima generazione alla terza, saltando quella di mezzo. Non è grave. Si può curare con un trattamento a base di ormoni, ma bisogna volerlo fare, e se non lo fai, corri il rischio che i tuoi figli nascano idioti. Come me, per esempio. Ma sono sicuro che Emilio non vorrà ipotecare il futuro mentale dei propri figli, da bravo ragazzo qual è. Aguri, Emilio.” Detto questo, mio padre fece cenno al domestico di accompagnarlo all'uscita. “Questa volta hai proprio passato il segno, vai a farti fottere”, disse qualcuno, e si girò verso mio nonno in cerca di approvazione. Ma mio nonno era stramazzato a terra.

Dopo i funerali del nonno, mio padre assunse spensieratamente la direzione dell'azienda. Commise un mucchio di madornali errori di gestione che io non seppi correggere, perché avevo deciso di non andare all'università a studiare da manager, preferendo optare per la carica di direttore marketing, che consisteva nell'ascoltare annuendo con un sorriso idiota le proposte inverosimili dei pubblicitari che ci ideavano le campagne di comunicazione. L'azienda cominciò a perdere quote di mercato e iniziò il suo lento declino verso l'irrilevanza, ma quelle poche nozioni di matematica che avevo appreso al liceo erano sufficienti per calcolare che i soldi sarebbero bastati a sfamare mio padre, me e i miei futuri figli.

A questo proposito, lavoravo alacremente all'irrobustimento del mio membro, e la cura ormonale stava producendo curiosi effetti collaterali come la crescita anormale di peli sulla pancia. Ogni tanto papà me li tirava e ridevamo forte. Noi due, insieme, ci divertivamo un sacco.

Franz Iacono


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