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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[12/3/2017]

# 57_Giovanna Ceppi


Strappo n. 1

CAPITOLO 1 - ALLA FINE

Beatrice
Ho smesso di guardare la posta elettronica. 1205 mails in 4 mesi. L'ultima oggi. Alle 6:02. “Ti avrei amato anche se non ti avessi rivisto piû. Ma sul registro che mi pare di perceoire non sono capace.” Esattamente così, con questi errori di battitura. Per mesi ho ricevuto messaggi pieni di errori di battitura. Capivo a metà. Il resto lo immaginavo. A volte mi è parsa una mancanza di rispetto. Sono anzi certa che lo sia. Non mi sono formalizzata. Evidentemente non era il rispetto che mi interessava.

Comincio dalla fine. Dunque questa storia finisce così. Nel caldo di questo settembre infinito e troppo luminoso, senza aver scambiato una parola che non sia virtuale da almeno due mesi. È durata quattro mesi quasi esclusivamente virtuali , 1205 mails ricevute e altrettante, immagino, spedite. Che dire di tutto ciò che non è stato virtuale?

Cerco un epitaffio degno, ma gli ultimi scambi non sono all'altezza. “Non ci sono torti né ragioni se non quelle che creiamo”.

Qualcosa mi raffredda. Non sopporto i codardi sentimentali.

Marcello
Ma cosa si aspettava ? Che scappassi con lei? Eppure mi pareva chiaro che avremmo funzionato senza pretese, cogliendo le occasioni, seguendo il filo sottile delle opportunità. Saremmo rimasti sul filo della bellezza. Ci saremmo visti raramente, ma non ho mai promesso nulla.

Quando aveva 20 anni mi stordiva di eccitazione. Così magra, quegli occhi così scuri, così grandi, che mi guardavano da sotto in su. Qualcosa di indefinibilmente infantile. E quella biancheria intima assurda, troppo larga, da ragazzina. Sembrava che gliela comprasse la mamma. Ma mi eccitava ancora di più. Non so più quante volte abbiamo scopato. Tre. Mi pare tre.

Mi sembra che mi sia infine passata l'ubriacatura. Non so quante mails le ho scritto. Sempre con il rischio che la Marghe o S o Y mi beccassero. Piene di errori di battitura. Certe volte veramente incomprensibili. Non so neanche come facesse a capirmi. Costretto a scrivere in fretta sulla minuscola tastiera del cellulare, a volte chiuso in bagno a volte tra due porte con figli e moglie a farmi notare ironicamente quanto stavo attaccato al telefono. Ho preso fin troppi rischi. L'equilibrio famigliare è già precario. Anche il libro dovrebbe essere già rivisto e corretto. Invece questa storia ha spostato l'attenzione, l'energia. Adesso devo dedicarmi al libro.

Qualcosa si è raffreddato di colpo. “Non mi interessa stabilire i torti e le ragioni. Finisce qui. Ma sarei più contenta se non ci lasciassimo arrabbiati”. Ma certo che mi arrabbio. Come si fa a scrivere simili cretinate sui torti e le ragioni.

La Marghe
Alla fine torna indietro. Come sempre. È un boomerang. Da mesi mantiene contatti con questa Beatrice. Li ha nascosti, ma in modo così maldestro che io non potevo non capire. Ho un certo allenamento e l'abitudine a canalizzarlo. 40 anni che lo conosco. Sono il suo punto fermo, la sua amministrazione, il suo bancomat, il suo tetto sulla testa, la madre dei suoi figli e in fondo anche la sua. Una volta ha dimenticato il computer acceso e la posta elettronica aperta. Decine di mails si sono scambiati. Non ho detto nulla. Lui non si è accorto di niente. È anche andato da lei a Strasburgo. Non ci è rimasto molto, ma è l'intenzione che conta. Non aveva mai fatto niente del genere per nessuna. L'ho preso in giro al ritorno. “Allora è vero amore? Ne è valsa la pena?”. E' stato capace di rispondermi “Sì”. All'inizio non mi sono preoccupata perché ha l'interruttore on/off facile nei due sensi. Però ha smosso il risentimento che provo quando penso a quanto ho dovuto condividerlo in passato. Quando era giovane era il genere di uomo che catalizzava sguardi e voglie femminili. Si innamorava. L'ho voluto contro venti e maree.

Non ho ancora capito chi è e dove l'ha conosciuta. Conosco tutte le sue ex e so quali ha ricontattato di recente in cerca di conferme. Cinque o sei. Lei invece non so chi sia. Ho un vago ricordo della fidanzata di quel suo amico che è morto, Lorenzo. Una ragazzina insignificante. Potrebbe essere lei? Ho guardato la foto sul suo profilo Facebook. Sembra più giovane di quello che è. Ho avuto qualche informazione da Simone che la conosce. Sembrava saperne molto, ma mi ha detto poco. Informazioni biografiche che non danno un ritratto. Tantomeno una chiave per capire la situazione. Non ha importanza. In fondo è meglio non sapere. È fatto così. Sarà forse anche la crisi dei 60 anni.

Mi stupisce che abbia ancora voglia di questi diversivi. Mi sfiniscono. Questa volta però ho finito per preoccuparmene. Ho avuto la sensazione che potesse andare più lontano. Gli ho sentito riprendere una sorta di coraggio spensierato. Mi sono accorta che la distanza tra noi assumeva uno spessore diverso, una consistenza pericolosa. Ha pensato forse che poteva fare a meno di me. Di tutto.

Stasera però non ha toccato il telefono. Ultimamente ho visto che gli era passata la frenesia. Direi che possiamo archiviare.

Simone
Rieccola. Sono mesi che mi parla di questa storia. Non so cosa la appassioni tanto in questo tizio. Da quello che mi racconta sembra un bello stronzo. Tradisce la moglie, ma non completamente. Tiene lei sul filo senza concedere nulla. Solo mails. Neanche una telefonata negli ultimi due mesi. La scusa è che la moglie potrebbe controllare i tabulati telefonici. Come se non fosse possibile procurarsi una scheda telefonica e usarla al bisogno... Mi mette a disagio sentirle raccontare di lui. Ho finito per dirle ciò che penso, ma poi mi è dispiaciuto. Mi è uscita una sorta di rancore, un po' livido e un po' sospetto, che mi ha lasciato l'amaro in bocca. Me ne sono anche scusato.

Ora mi dice che è finita. Non so se crederle. Comunque ne parla ancora….


CAPITOLO 2 - PRIMA DI TUTTO

Beatrice
Il primo messaggio è arrivato su Facebook il 4 maggio. Il mio profilo esiste da qualche mese soltanto.

Un nome che non riconosco. Marzia Horizon Ground. Marzia chi? Riconosco invece Horizon Ground. È lui. Il ricordo, immediato, è un grillo parlante. Inviterebbe alla cautela se l'emozione e la sorpresa non lo zittissero. Invece rispondo. Genericamente entusiasta.

Il ricordo mi rimanda a una me stessa così giovane che non so più se è esistita. Quasi per gioco entro nel dialogo. Il computer mi sembra una garanzia di neutralità, di distanza invalicabile. Lo schermo rende visibili e invisibili. Il gioco delle parole è gradevole, musicale, fuorviante. Nessun rischio, vorrei dire al grillo parlante.

Il presente sembra occupare in modo poco pertinente lo spazio dell'incontro. Generiche informazioni che disegnano realtà stratificate fatte di eventi ormai imprescindibili. Matrimoni, figli, divorzi, scelte di vita, non sempre felici, ma così reiterate da essere diventate logistica.

Il passato spontaneamente appare, dapprima quasi in sordina. “Ho una tua lettera. L'avevo creduta il segno di una storia lunga e poi invece… ti ho persa e non so perché. Perché?”

Perché sono sparita dopo aver scritto quella lettera? Non ricordo nessuna lettera. Cosa avrei potuto scrivere e perché? Tutto sembrava chiaro tra noi nella sua mancanza di progetto. Non so di cosa stiamo parlando. Eppure l'ho scritta, anzi l'ho manoscritta e l'ho anche spedita. Come si faceva un tempo. Con l'indirizzo sulla busta e il francobollo. Poi l'ho cancellata dai ricordi. Ma è stata conservata. Vorrei leggerla, ora. Mi intriga questo non-ricordo.

La lettera mi viene recapitata, senza busta né francobollo, come MMS. E' una specie di lettera d'addio, nella quale parlo piuttosto francamente di sesso, lasciando porte aperte sul futuro. Rileggendo non ricordo niente di più, ma colgo il mio desiderio di allora di mantenere un legame. O il desiderio di far credere che il desiderio esistesse.

Questa storia comincia 27 anni fa. Marcello era un amico del mio fidanzato di allora. L'estate dopo la mia laurea aveva bisogno di una segretaria. Io avevo bisogno di un lavoretto per pagarmi le vacanze. Fu così che atterrai alla Horizon in un luglio milanese sudato e appiccicoso. Dovevo aggiornare uno schedario e rispondere al telefono. Non ricordo che la situazione fosse particolarmente eccitante. Eppure tra computer e telefono si creò una bolla di desiderio alla quale finii misteriosamente per aderire. Probabilmente per riflesso. Del sesso che seguì ho immagini poco nitide.

Con il fidanzato di allora ci lasciammo e persi di vista anche Marcello. Lo rincontrai qualche anno dopo al matrimonio di un'amica. Io vivevo già a Strasburgo ed ero venuta con il mio futuro marito. Marcello era con la moglie e due bambini piccoli e rumorosi. Ci salutammo e fu tutto.

Nell'album delle foto di questo matrimonio c'è però una foto scattata da lui a mia insaputa dove sono sola e imbronciata. Vedendola la prima volta mi ero vagamente interrogata.

Poi più niente fino a questo 4 maggio.

Gli ho proposto di venire a trovarmi. Non so perché l'ho fatto. Non ci conosciamo. Siamo invecchiati. Forse non ci piaceremo più.

Marcello
Era stata un'emozione e ho continuato a cercarla negli anni. Non spesso, ma ogni tanto mi tornava in mente. Erano foto precise di momenti rari a cui non davo una collocazione temporale. Non so neppure più come l'ho incontrata. Una serata da Lorenzo penso. Finestre sul Parco Ravizza. La notai subito. Mi colpì il suo modo di muoversi. Anche la voce, un po' grave, e quel modo di mettere la lingua tra i denti quando parlava. Intuii che avevano una storia, ma non approfondii. Sentivo solo l'urgenza di lei. Avevo voglia di respirarla, assaggiarla. Frustrazione immediata degli istinti primordiali. Non sapevo se l'avrei rivista.

Qualche mese dopo, per un concorso di circostanze, me la ritrovai a fare lavori di segretariato alla Horizon per un paio di settimane. Era estate. Non ero sempre in ufficio, ma quando ci tornavo trovarla lì, dietro al computer, mi metteva voglia di portarmela via, a casa, altrove. Un pomeriggio le proposi di andare a casa mia. Non credo di aver usato nessuna scusa. Mi pareva che lei ne avesse voglia quanto me. Ci ritrovammo a fare l'amore sul mio divano. Tutto era liquido. Lei, l'aria, i pensieri.

Finite le due settimane mi scrisse una lettera. Ce l'ho ancora. Una lettera d'amore. Ero sicuro che per me ci sarebbe stata sempre. Ogni volta che ne avessi avuto voglia. Invece sparì.

Qualche anno dopo la rincontrai a un matrimonio. Ero già sposato con la Marghe. S e Y erano già nati. Lei mi guardò appena. Mi salutò come se fossi uno qualsiasi. La sua indifferenza mi umiliò e mi rese furioso. Dopo una lettera come quella che mi aveva scritto era insopportabile il suo comportarsi come se niente fosse. Le scattai una foto. Per mesi quella foto fu la base su cui feci e rifeci lo schizzo del suo corpo nudo. Quasi potessi materializzarlo attraverso la matita e il foglio e fargli acquistare tridimensionalità.

Fino a venerdì scorso quando ho cenato con un gruppo di amici. Tutti conoscevano Beatrice. Qualcuno ha parlato di lei. Brevemente, ma ci ho pensato di nuovo. L'ho di nuovo cercata e questa volta ho trovato il suo profilo Facebook. Dev'essere recente. Le ho mandato un messaggio. La sua risposta è stata di nuovo un'emozione.

Ci siamo raccontati gli ultimi 20 anni. Gli episodi salienti. Le ho parlato del viaggio in Afghanistan e del libro. Vorrei che lo leggesse. Non so perché. In fondo non la conosco.

Vorrei rivederla. Adesso vorrei conoscerla.


CAPITOLO 3 - VOCI DI FRONTIERA

Marcello ha fatto cinque anni fa un viaggio in Afghanistan partendo da Milano, solo con un fuoristrada. Ha seguito un itinerario sulla rotta di viaggiatori del secolo scorso. Ha attraversato frontiere via via più difficili, è arrivato a Kabul ed è tornato indietro. Ha scritto un diario di viaggio che vuole pubblicare. `£ ora nella fase di rimaneggiamento e taglio del manoscritto. Ma non è sicuro e dubita di tutto. Cerca pareri, consigli, forse soprattutto incoraggiamenti. Si sente solo di fronte all'enormità del compito. Ben più solo che durante il viaggio. Pensa questo libro come un punto d'arrivo della sua vita. Un oggetto-soggetto che dovrebbe dare senso a tutto ciò che c'è stato prima e a tutto ciò che ci sarà dopo. Lo spedisce a Beatrice come un messaggio in una bottiglia. Forse dalle sue reazioni dipenderà anche il seguito della loro storia.

Beatrice
Marcello ha spedito il manoscritto per dhl. Voci di frontiera è arrivato per errore da mia suocera ed è lì che sono andata a recuperarlo dopo la scuola. Voluminoso. Non ho tempo di leggerlo. Però comincio a scorrerlo. Sono curiosa di questo uomo e del suo viaggio. Un foglio accompagna il libro. Ci sono delle istruzioni di lettura “critica”, richieste per migliorare il manoscritto, promuoverlo, bocciarlo ecc.

Vorrei potergliene parlare con cognizione di causa. Sono desiderosa di dargli il parere sollecitato, ma l'impegno che mi richiederebbe una lettura completa mi pare inconciliabile con la fine dell'anno scolastico. Comincio. Ho voglia di trovarlo prodigioso. Il modo di scrivere però è prolisso e l'uso dei termini talmente poco ortodosso che la comprensione del testo ne risulta a tratti falsata o l'interpretazione impossibile. Riconosco invece parti in cui le frasi scorrono lisce e il testo è fotografico. Le immagini evocate sono allora nitide. Credo che sia proprio la sua capacità di fotografo a creare questo senso del dettaglio. Forse però i dettagli sono troppi. Il numero di pagine è eccessivo. Bisognerebbe snellirlo molto per renderlo godibile. Io me lo godo comunque perché estraggo un Marcello sconosciuto e perché il libro diventa la base del nostro inizio.


CAPITOLO 4 - ORE CONTATE

Beatrice
Non pensavo che sarebbe venuto davvero. Non è un viaggio complicato. Questa è la civilissima Alsazia. 500 km da Milano. L'avviso di tempesta coniugale però lo ha scoraggiato. Avrei giurato che avrebbe rinunciato. Invece ha davvero attraversato la Svizzera con un improbabile Defender. Di certo non ha superato i limiti di velocità. Lo aspettavo prima.

Naturalmente non ha trovato l'indirizzo nonostante le mie spiegazioni dettagliate e ho dovuto andare a prenderlo dall'altra parte della via interrotta. Non era sulla strada, ma in sosta sull'area di parcheggio privata di un condominio. Ho fatto avanti e indietro con la macchina due volte cercando, senza sapere bene chi e cosa. Poi la retina l'ha fotografato, ma in realtà è stato il suo sguardo che mi ha chiamato. Era in piedi di fianco al fuoristrada e mi seguiva con gli occhi. Ho spento il motore e ho attraversato. Ci siamo abbracciati. Ho sentito che i nostri corpi si piacevano ancora. La sua immagine di adesso è come sovrapposta a quella che ricordo e quasi trasparente. Vedo attraverso e lo riconosco. Una rigidità che non gli appartiene mi colpisce. Devo fare uno sforzo per ricordarmi che ha quasi 60 anni.

Torniamo a casa e sul divano riempiamo lo spazio di parole. Un imprevisto mi costringe a uscire una mezz'ora. Quando torno lo trovo che sta uscendo dalla doccia. Senza transizione finiamo sul letto. Ma sembra quasi che seguiamo un copione. Stiamo facendo le prove di uno spettacolo. Una replica? Ci spogliamo. Non sono eccitata. Mi dico che la sua eccitazione mi trascinerà di riflesso. Invece non accade niente. Nulla va come previsto. Nessuna erezione. Continuiamo ad accarezzarci, ma con sempre meno convinzione. Mi spiega che a volte gli succede. Una sorta di separazione tra la parte alta del corpo e i genitali. Comunque il viaggio, la fatica, la sorpresa, la tensione per questa illecita presenza…. Tutto gioca a sfavore della “prestazione”. Sono subito affettuosa, rassicurante, amica. Non recito. Mi sento proprio empatica. Non ho nessuna voglia di sesso. Sento la sua stanchezza e una fragilità insospettata.

Passiamo la serata seduti in cucina a parlare a ruota libera. Sono felice che sia qui. A letto si addormenta prima di me. Lo sento russare per un po'. Quando lo sfioro smette. Poi buio.

Al risveglio resta una manciata di ore. La sfera sessuale sembra preclusa e nessuno insiste. Facciamo colazione in un caffè storico vicino all'Università. Tovaglie bianche e terrazza soleggiata. Mi dice che detesta questo genere di posto, non abbastanza frugale. Io dico che adoro il lusso. Ridiamo della nostra incompatibilità.

Camminiamo sul fiume, ma sento che ora ha fretta di partire. Non mi importa, penso che ci saranno altri momenti insieme, che questo è solo l'inizio della nostra storia. Aspetto il futuro.

Marcello
Sono partito stamattina. La Marghe era “temporalesca” già ieri sera. Le ho detto che ho ritrovato per caso una vecchia amica e che mi interessa discutere con lei del libro. Di sicuro non mi crede. È sempre stata gelosa e sospettosa. Però non ha cercato di dissuadermi. Deve aver capito che ero una pentola a pressione. Ha sempre avuto il senso del momento, l'intuito che le permette di riconoscere le battaglie inopportune, perse a priori. Se si fosse davvero opposta avrei rinunciato. Ma forse non lo ha capito. Però domani per cena a casa. Tacito patto.

Così attraverso la Svizzera a una velocità massima di 80 all'ora. Il Defender sull'autostrada Svizzera… Ci metto 8 ore. Poi arrivando non trovo l'indirizzo. Mi decido a chiamarla. La vedo arrivare. Non mi vede e va avanti e indietro cercandomi. Parcheggia quando mi mette a fuoco. Scende dalla macchina. Ho il tempo di osservarla mentre attraversa. Non è come me la ricordavo, ma ha lo stesso modo di muoversi. Mi sorride. Mi piace. La stringo e la sento aderente, morbida. Me la ricordavo più piccola, più minuta.

Abita in un condominio un po' anonimo. L'appartamento rimanda immagini sovrapposte del passato e del presente. Un ex marito, i figli adolescenti, cambiamenti fatti dopo il divorzio, libri che rimandano all'Italia, al lavoro di insegnante, alla Francia. Ci tiene molto a dirmi che la sua camera se l'è rifatta da sola l'estate scorsa. Le dico che mi piace. Però nulla mi mette a mio agio. Non trovo un luogo centrale, un cuore dove rifugiarmi. Mi sento estraneo. Ho l'impressione che questa casa sia per lei un'àncora e una gabbia. Comunque un figlio le telefona e lei, scusandosi, si assenta. Ne approfitto per esplorare e per fare una doccia. La doccia mi rinfranca. Il getto dall'alto è potente e l'acqua alla temperatura ideale.

Quando torna non sono concentrato. Mi sento terremotato in questa casa estranea vicino a una donna che non conosco e non so prevedere. Ci abbracciamo di nuovo. Ci spogliamo a vicenda. Nessun segno di vita dalla zona genitale. Ci tocchiamo. Sono anni che non riesco a fare l'amore. I momenti favorevoli sono sempre più rari, più corti, più imprevedibili. Mai in presenza di una donna. La Marghe, così poco femminile da sempre, non mi ispira più nulla, ma qualche anno fa mi ero innamorato della vicina. Io volevo amarla, lei voleva scopare. Non ha funzionato. Mi evita da allora. Questo episodio è stato uno spartiacque.

Ritrovare Beatrice mi è parso un segno del destino. L'effetto era epidermico. La marcia indietro di un'ipotetica macchina del tempo possibile. La reversibilità mi è sembrata una certezza. Ho cominciato a scriverle tutte le mattine appena sveglio. Lo sentivo muoversi al solo pensiero di quello sguardo nero, della sua pelle liscia.

Ora però non si muove nulla. È solo un incidente. Prevedibile. Pensa lei. Parlo di virilità e autostima. La sento vicina, ma non coglie il senso profondo del mio sentire. Distoglie l'attenzione dall'impasse. Ha l'aria di considerare la mia disfatta estemporanea e passeggera. Non sembra accusare il colpo. Non so come una donna possa sentirsi in questo frangente. Però propone di passare ad altro. Andiamo in cucina. Beviamo vino bianco e parliamo.

Appena tocco il letto mi addormento di botto, sfiorandola.

Il risveglio vicino a lei non provoca la reazione sperata. Stiamo abbracciati sotto le coperte. Questa tenerezza mi mancava. Sono anni che desidero le braccia affettuose di una donna. Mi accorgo che anche solo per questo è valsa la pena venire da lei.

Andiamo a fare colazione sulla terrazza di uno dei quei locali finti che non sopporto, però l'atmosfera tra noi è piacevole. Lei parla con la lingua tra i denti e un raggio di sole la illumina quando mi dice che ama il lusso. La rivedo ragazza. Non sapevo che amasse il lusso…

Non smetto di pensare che devo essere a casa per cena. Ho fretta di partire. Se c'è traffico arriverò troppo tardi. Difficilmente tornerò in questa città. Non sono libero. Venire è stato complicato. La rivedrò a Milano. Il futuro è una lama sottile che vorrebbe tagliare il presente per farsi spazio, per darle spazio.

La Marghe
È andato ieri da questa Beatrice. Trattenerlo non si poteva. Spera forse di ritrovarsi ventenne accanto a lei?

Sei anni che non ci tocchiamo più. A volte lo osservo al risveglio. Credo che abbia qualche problema di erezione. Non so cosa spera.

E lei che lo invita sapendo che è sposato? Che relazione pensa di poter instaurare? Solo sesso? Allora cadrà dall'alto.

Mi sento umiliata dalle solite mezze menzogne travestite da oneste verità. Anche Y e S sembrano avere un'idea precisa. S mi ha chiesto da dove salta fuori questa qui. Sono stata vaga, ma non voglio che pensi che Marcello ha un'altra donna. Il passivo con questa figura paterna è già pesante. Non voglio caricare la barca proprio adesso che i rapporti tra loro sembrano migliorare.

Il ritorno è previsto per cena. Lo aspetto. Spero che la doccia sia stata abbastanza fredda da avergli tolto ogni velleità inopportuna.

CAPITOLO 5 - INTERMEZZO

L'incontro a Strasburgo ha dato a Beatrice e Marcello una sorta di progetto comune. Lui pensa che la sua impotenza non sia fisiologica, però, sebbene duri da anni, non si è mai sottoposto a nessun controllo medico. Quando lei ha ingenuamente evocato soluzioni razionali lui si è seccato. Beatrice è convinta di poter sbloccare la situazione quasi magicamente. Non sa nulla di impotenza e non le è mai successo di incontrarla prima. Crede che nel caso di Marcello sia un evento passeggero che si è prodotto in circostanze di stress e non gli presta grande attenzione.

Si scrivono tutti i giorni, più volte al giorno. Mai nessun accenno al quotidiano. Sono dichiarazioni d'amore, ma anche invenzioni erotiche. Immaginano situazioni dove il sesso è immediato, un'evidenza che il dispositivo non possa che funzionare.

Inventano personaggi, coppie, luoghi. Finisce sempre nello stesso modo con varianti più o meno bollenti. Piccoli racconti erotici ambientati a Budapest, in un auditorium, sotto un ponte di notte… Entrambi si scatenano dando fondo a un immaginario erotico nutrito. Queste invenzioni creano quasi un passato immaginario. Per Beatrice sono quasi più reali dei ricordi veri.


Qualche volta lui le chiede di rileggere insieme al telefono parti di Voci di frontiera e ascolta i suoi suggerimenti perché nel fitto scambio di messaggi che dura dal 4 maggio si è reso conto che Beatrice ha una scrittura bella e incisiva. Asciutta al contrario di lui. Gliela invidia un po'. Le ha anche consigliato di scrivere un romanzo. Lei gli ha risposto che non ne sente il bisogno. La scrittura per Beatrice è da sempre una forma di terapia con cui si auto ripara e non ha mai pensato seriamente di poter pubblicare un libro. Non fa parte delle sue ambizioni.

Però si presta volentieri alle riletture del suo diario di viaggio. Crede di essergli utile e ne è fiera e commossa. Immagina che questa vicinanza intellettuale sia importante anche per Marcello. Anzi quasi non lo confessa neppure a se stessa, ma si aspetta che lui lasci la moglie. Non certo per raggiungerla a Strasburgo, ma per andare a vivere da solo a Milano. Beatrice immagina di poter vivere un rapporto libero, fatto di incontri in luoghi sempre diversi, di complicità, di desideri reciproci. Cerca ancora l'Uomo dei suoi sogni. Un uomo con cui sognare. Le pare di aver colto qualche elemento chiave in Marcello. Non ha esitato ad attribuirgli tutti gli altri.

Marcello invece è in preda alla frenesia. Certi giorni le manda messaggi a ripetizione. Quando lei non reagisce subito alla posta elettronica le manda messaggi anche sul telefono. Le dice che la ama, che la desidera. In realtà non immagina di vivere nulla di diverso da ciò che hanno vissuto 27 anni fa. Per fortuna nonostante il tempo sia passato lei è ancora graziosa e molto femminile. Marcello crede che forse Beatrice possegga la bacchetta magica che gli renderà la virilità. E' ansioso di testarla. Se dovesse funzionare ci sarebbe il rischio di non poter fare a meno di lei, per un po' almeno. Di sviluppare una tossicodipendenza da Beatrice. Da qui a divorziare però il passo non è breve e certo evitabile.

Il problema che non ha soluzione risiede nella diversa situazione in cui Beatrice e Marcello si rincontrano. Lei è più o meno libera dopo il divorzio. I figli adolescenti stanno due settimane al mese dal padre. Il suo stipendio, non favoloso, le consente comunque tutta l'autonomia necessaria. Vive sola in un appartamento che non ha finito di pagare, ma che le appartiene. Lui sembra invece aver dimenticato di coltivare la libertà e ha finito per perderla. L'appartamento dove vive e che non ama appartiene ai genitori della moglie. La Horizon Ground è pure affare della moglie che la fa funzionare organizzando congressi medici con grande competenza e molto guadagno. Qualche anno fa lei voleva divorziare. A fatica lui è riuscito a farla recedere e, sebbene ne sia seguito un periodo di coppia memorabile, Marcello non può negare che anche economicamente vederla tornare sia stato un sollievo.

Dopo tante parole Marcello e Beatrice devono ritrovarsi a Milano a metà luglio. Entrambi si aspettano un miracolo, ma nessuno se ne sente il potenziale artefice.


CAPITOLO 6 - RICERCA DI PAESAGGIO

Beatrice
Così siamo partiti da Milano. Il 13 luglio è una data sufficientemente cabalistica e superstiziosa per credere in un colpo di fortuna.

Mi è venuta l'idea di andare a rivedere i luoghi della mia tesi. 27 anni fa ci sono stata per l'ultima volta. La stazione ornitologica si trovava in un paesino piccolissimo appena sopra il lago di Como. Cinquanta abitanti. La strada secondaria che si dirama dalla statale finisce proprio lì. Poi si prosegue a piedi fino a uno stagno e alla “valletta” dove un tempo, alle 5 della mattina, montavo le reti per catturare gli uccelli da misurare e inanellare. Ci ho passato tre estati a studiare il comportamento riproduttivo dell'Averla piccola. La tesi che ho redatto non ha certo cambiato le sorti del mondo, ma forse il mio modo di guardarlo.

Sento questo luogo adatto a Marcello. Non mi sbaglio. Salendo guarda le case isolate e racconta di quando avrebbe voluto lasciare Milano e far crescere i bambini nella natura, ma di come la Marghe si sia sempre opposta. Non commento. Capisco che non ha idea di cosa significhi alzarsi tutte le mattine per andare in ufficio o a scuola. Per la prima volta mi chiedo da dove arrivano i soldi che non sembrano mancargli. Chi ha pagato il viaggio in Afghanistan? Chi il Defender? Chi l'editor? Chi…? Ma non mi soffermo troppo su queste questioni. Certamente ha continuato a lavorare come guida alpina. Avrà forse venduto delle foto. Non ne abbiamo parlato, ma sarà certamente così.

Arriviamo al paesino. Mi pare molto più ridente che nel ricordo. Ma ha perso quell'aria da area depressa che ne faceva un po' il fascino. Insospettate case di villeggiatura ne cambiano la sostanza di paese in via di abbandono della mia memoria. L'unico bar dove, in un tempo senza cellulari, si poteva telefonare “a scatti” o essere contattati, è stato rinnovato. Ora c'è una terrazza esterna soleggiata che invita a consumare. Peccato che le proposte restino limitate a delle michette stantie farcite spartanamente con un salume a scelta o formaggio. Ne compriamo due che mettiamo nello zaino e cominciamo a salire a piedi. Parlando con la proprietaria scopro che la stazione ornitologica è stata chiusa un paio d'anni dopo la fine della mia tesi. Ma la valletta è rimasta al suo posto.

Quasi subito il sentiero si divide ripetutamente. Non ricordavo queste biforcazioni. Scelgo a caso. Le indicazioni che ho chiesto al bar non mi aiutano e qualcosa mi ha disorientato. Il tempo sta cambiando. Il temporale non sembra lontano. Dopo meno di mezz'ora costeggiamo un canneto e il sentiero finisce contro un blocco di cemento su cui troneggia e svetta un immenso pilone della linea elettrica. Sento l'elettricità nell'aria. Non siamo dove pensavo di arrivare, ma questo stagno l'ho già visto. Il cielo è scuro. C'è una malga appena più su. Ci mettiamo sotto la tettoia seduti per terra e guardiamo il cielo. Quasi non parliamo, aspettiamo i tuoni, i lampi, la pioggia. Ma il tempo è sospeso e la promessa di tempesta resta nell'aria. Come molte altre cose.

Decidiamo di tornare in paese. Ripercorriamo il sentiero in discesa. Le nuvole sono sempre lì, ma il sole è riuscito a farsi spazio attraverso uno squarcio e il temporale per ora sembra rimandato. Avrei quasi voglia di continuare a cercare la mia valletta, ma la terrazza del bar mi attira come un luogo adatto alle confidenze, all'intimità sussurrata. È lì che approdiamo per mangiare le michette di cartone. Il pannello metallico dei gelati fa molto anni 70 e reminiscenze di estati infantili mi si affacciano alla memoria. Ma non parliamo di questo. Ciò di cui parliamo non ha del resto molta importanza. Una sorta di flusso di coscienza dove mescoliamo passato, desideri, segreti… Sentiamo entrambi che un episodio irrisolto galleggia tra noi. Potremmo afferrarlo come un salvagente, ma non lo facciamo. Ci unisce e ci divide.

Marcello
Giornata con Bea. Questa volta è stato più arduo. Comunque non ho mentito. Non è nel mio stile e non so gestirlo. Ho solo taciuto alcuni dettagli alla Marghe. Ho detto che tornerò tardi, ma vorrei essere a casa prima di mezzanotte. Sento che la corda è già tesa e non voglio che si spezzi. Non per ora almeno.

Vado a prendere Beatrice verso le 9 vicino a casa dei suoi. Ogni volta che mi è capitato di passare da questa via ho ripensato a lei. Quando la vedo arrivare mi sembra che il pensiero si materializzi.

Mi ha chiesto di accompagnarla alla ricerca della stazione ornitologica dove ha fatto la tesi. Ricordo che ne parlava anche allora. Mi è sembrata un'attività ideale da condividere.

Al Trivio di Fuentes dobbiamo chiedere indicazioni perché il paese non è indicato e in macchina non ho la cartina giusta. Lei non ricorda e non riconosce neppure il paesaggio. Trent'anni fa doveva essere diverso. Alcuni lavori sono recenti e hanno modificato i percorsi oltre che il paesaggio stradale.

Troviamo la strada quasi per caso. L'indicazione del paese, seminascosta, ci indirizza su una strada secondaria che sale a tornanti. Il luogo mi fa rimpiangere i tempi in cui abbandonare la città con i bambini sarebbe stato possibile. Vivere in una vera casa, con un'anima centrale. Un luogo dell'anima dove lo scorrere del tempo avrebbe avuto il ritmo della natura, dell'aria, del colore delle foglie. La Marghe non l'ha mai considerata un'opzione possibile.

All'entrata del paese c'è un minuscolo parcheggio. Mi fermo lì. La strada finisce poco più su, appena oltre l'unico frugalissimo bar dove ci riforniamo di acqua e panini. Saliamo rapidamente, ma confusamente. Diversi bivi dopo ci ritroviamo alla fine del sentiero, ma non dove Beatrice aveva previsto. Potremmo continuare a cercare a ritroso imboccando l'alternativa ad ogni bivio, ma sta per scatenarsi un temporale. Ci ripariamo sotto la tettoia dell'unico rustico e aspettiamo di capire se la passeggiata finisce qui. Le passo un braccio intorno alle spalle. Niente di più. Il silenzio è riposante. Il fronte di nuvole nere che guadagna terreno ci ipnotizza. Aspettiamo che ci precipiti addosso con la violenza estiva dei temporali. Ma non accade nulla. Il temporale è sospeso. Il tempo anche.

Arriviamo al bar con il sole. Nessun nubifragio. Le parole scorrono facili e le ore che restano sembrano un tempo infinito. Indefinito. Non c'è fretta.


CAPITOLO 7 - TEMPORALE SUL LAGO

Beatrice
Lasciamo il paesino della tesi. Non sono riuscita a ricordare quasi nulla. Forse avrei dovuto tornarci da sola. Ma non era un posto sacro e non sono delusa. Forse un po' stupita di non ritrovare un fulcro. A malapena ho riconosciuto la casa dove dormivamo, la sede della stazione. Tutto perso nella nebbia onirica di un passato remoto. Un oblio sorprendente considerando il tempo che ci ho passato. L'immagine di oggi non si sovrappone a nulla. Non faccio quasi nessun collegamento. Solo la barista è invecchiata, ma riconoscibile. Lei invece non mi riconosce.

Il lago è vicino e ci arriviamo in meno di mezz'ora. I tavolini di un caffè che affaccia su un piccolo porto sono ideali per continuare il nostro flusso di coscienza. Camminiamo sul molo quando arrivano le prime gocce enormi. Cominciamo a correre verso la macchina dove ci ripariamo. Il breve rovescio iniziale si trasforma rapidamente in una pioggia fitta e pesante. Corde d'acqua sciacquano il lago. Marcello mette in moto. Come in un videogioco vedo che il tempo rimasto si è ridotto. La proposta di cercare un albergo mi sembra pertinente.

Viaggiamo sulla sponda occidentale del lago sotto un'acqua torrenziale e in un'atmosfera livida. Nessun albergo piace a tutti e due. Forse rimandiamo, insicuri di noi e del nostro desiderio. Il tempo però scorre lo stesso e finiamo per prendere una stanza in un hotel con piscina che sarebbe forse grazioso con il sole.

Invece la stanza, al piano terra, è molto rumorosa. Alla reception ci consigliano la cena nel loro ristorante. Ma tra due ore certamente saremo partiti. Non diciamo nulla.

Il breve tragitto dalla macchina all'ingresso dell'hotel è stato sufficiente a inzupparci. Ho un po' freddo. Penso con piacere al corpo tiepido di Marcello a cui ho voglia di stringermi. E' un bisogno di calore umano. Non c'è eccitazione. Ci infiliamo nudi sotto le lenzuola, ma è subito chiaro che assisteremo alla replica annunciata di quello che è successo a casa mia. Riusciamo ad eccitarci solo scrivendoci? Questa volta però sento che si aspetterebbe da me più convinzione, una partecipazione più attiva. Si aspetta che la soluzione venga da un mio lampo di genio? Marcello si tocca, ma non ottiene nessun risultato. Anch'io lo tocco, ma impercettibilmente il mio corpo comincia a soffrire. Non ho accesso alla sofferenza di Marcello. In questo modo forse me ne faccio carico.

I tentativi finiscono per isolarci. Ognuno chiuso in una ricerca di desiderio troppo personale per essere condivisa. Intuisco i prodromi di un'età che mi spaventa, l'età in cui il desiderio sarà un ricordo. Non so capire oggi se il ricordo sarà piacevole o così struggente da diventare malattia, tristezza quotidiana. Questo pensiero mi allontana definitivamente.

Riprendiamo la via delle parole. Solo questo riusciamo a fare. Non è poco, ma cercavamo altro. La frustrazione esiste. Frustrazione del desiderio di desiderare.

Ci fermiamo ancora in una pizzeria a Como. Mangiamo in fretta. C'è troppo rumore e invece avremmo bisogno di silenzio. Per parlare siamo costretti a gridare.

Domani mattina parto per la Sardegna con mia figlia. In macchina sulla via del ritorno cerco di capire come proseguiremo. Continueremo a scriverci così intensamente da esserci quasi d'intralcio? Ci rivedremo al mio ritorno tra una settimana? E poi? Marcello ha una reazione imprevista e veemente. Parla seccamente di mie pretese, mentre guida nervosamente il fuoristrada sulla strada bagnata. Il suo dire assomiglia alle raffiche di vento che sento percuotere gli alberi fino a strapparne rami. Lo lascio parlare, spiegare, argomentare a voce troppo alta. Sta evacuando la perdita della virilità o l'ansia del rientro tardivo a Milano? Le due mi sembrano talmente legate che faccio fatica a non dirlo. La certezza dell'inutilità di farlo mi convince a tacere.

Il nervosismo permane nell'abitacolo, ma la veemenza verbale cessa. Quando arriviamo sotto casa dei miei ci salutiamo come se dovessimo rivederci domani o mai più. Ci comportiamo come se in fondo le due soluzioni fossero altrettanto accettabili, opzioni possibili entrambe. Entrambe sullo stesso piano.

La mattina niente è cambiato e alzandomi trovo il solito messaggio. Solo che è insolito nei contenuti. È un riassunto della giornata di ieri nel caso sua moglie dovesse contattarmi. Dovrei confermare ciò che abbiamo fatto tirando però i tempi tra il porticciolo sul lago e la pizza a Como per “inghiottire” il tempo dell'albergo. Un tempo inesistente. "Ieri sera la Marghe era strana. Ed è cosa inedita.” La disonestà di Marcello mi salta agli occhi. Non vedo bene invece che è un pusillanime. Eppure non indietreggio. Sto cercando qualcosa che ho intravisto dietro le quinte e non posso smettere.

Arrivo all'aeroporto appena in tempo per non perdere l'aereo. Questa relazione comincia a essermi d'intralcio?

Marcello
Scendiamo al lago nel posto dove ero stato tanti anni fa con Y. Avevamo noleggiato un Laser. La scuola di vela e il noleggio ci sono sempre. Prendiamo un caffè e passeggiamo sul molo. Il temporale annunciato si scatena. Tempo da albergo. Avrei preferito altre soluzioni, ma perfino la natura suggerisce questa.

Percorriamo la stretta statale che attraversa i paesi. Il Defender non è il mezzo ideale e un deficiente in senso inverso mi viene quasi addosso. Ho uno scatto di rabbia. Beatrice scarta tutti gli alberghi. Alcuni li vediamo solo all'ultimo momento, troppo tardi per fermarci.

Quando ci fermiamo non vedo differenza tra questo albergo e i precedenti. Beatrice sembra imbarazzata.

Dopo tutta questa pioggia la camera è un rifugio asciutto. Ma l'albergo rende il programma troppo esplicito e di nuovo mi sento diviso in due. In basso non succede niente. Beatrice non ha la bacchetta magica e anzi a questo punto mi pare che sia lei a peggiorare le cose con una muta pretesa che intuisco e che mi smobilita completamente. Sento il desiderio nella testa, ma in nessun modo riesco a comunicarlo più giù. Anche lei ora mi sembra distratta. Mi dico che non si tratta così una donna e mi sento umiliato. Ancora una volta lei minimizza, ma vorrei sapere se davvero pensa ciò che dice o se nasconde educatamente la delusione.

Si accende la lucina rossa della riserva di tempo. Penso alla Marghe e alla corda troppo tesa che ci unisce, così tesa che mi sembra di sentirla vibrare ostile nell'aria. Beatrice fa una rapida doccia. Forse si lava di dosso le ultime due ore, il nostro “disfunzionare”. Il mio, dovrei dire.

Riprendiamo la macchina. Ormai è buio nonostante sia solo l'ora di cena. Piove ininterrottamente. Arriviamo a Como e mangiamo nel chiasso di una pizzeria vicino alla stazione.

Sulla via del ritorno, Beatrice cerca di farmi prendere impegni, di fissare date, di pianificare un seguito. Non ha capito niente. Non posso e non voglio. Scriversi è stato appassionante, lo sarà ancora se vorremo, ma non c'è nessuna promessa, nessun impegno, nessuna possibilità. Non ho nessun margine di manovra e anche se lo avessi non sono sicuro che me ne servirei. Sono stanco di questa corsa a ostacoli.

Quando ci salutiamo il pensiero che domani se ne vada in Sardegna è un sollievo. Al suo ritorno a Milano forse sarò partito. O forse la rivedrò.

La Marghe
Ieri sera è rientrato dopo mezzanotte. Stamattina quando l'ho incrociato non l'ho salutato. Ho visto che non si aspettava la mia reazione. Di solito lascio correre. Ma è troppo facile immaginarsi onesti rispondendo alle sole domande esplicite. Quali domande dovrei fargli ora? “L'hai baciata? L'hai toccata?” o allora “L'hai desiderata? Hai voglia di lei?”. E poi mi risponderebbe la verità? Un tempo forse lo avrebbe fatto. Adesso il rischio è troppo grande anche per lui. Un po' più tardi mi ha fatto un riassunto precisissimo della giornata con lei. Così preciso che di certo ha omesso l'essenziale, nascosto tra il caffè e la cena probabilmente.

È stato la mia ribellione. Una macchia di gelato al cioccolato sulla tovaglia immacolata di un'esistenza borghese, proprio “come si deve”. E allora me lo sono sposato. Per anni sono stata fiera di averlo imposto, così diverso dal mio ambiente, così disarmonico che la sua presenza a un pranzo di famiglia era cacofonia, tensione appena mitigata dalle nostre buone maniere. Non dalle sue che facevano crudelmente difetto. Anzi credo si studiasse appositi comportamenti distruttivi per mettermi alla prova. Prove di solidità personale? Poi sono nati i bambini e l'accettazione reciproca tra lui e i miei è diventata una necessità, non è più stata negoziabile.

Anni fa ho voluto divorziare. Era diventato insopportabile, verbalmente violento, cattivo, insoddisfatto di tutto e pronto a caricarmi di tutte le responsabilità, le colpe, gli errori. Me ne sono andata con i bambini. Allora per mesi sono diventata il suo unico centro di interesse. Sono tornata. Lo amavo ancora. Ho sentito il suo amore. Oggi non saprei dire se mi amava.

Adesso però questa Beatrice è la goccia di troppo. Non voglio arrivare a soluzioni estreme. I ragazzi nonostante non siano più dei bambini sono ancora fragili. Hanno bisogno di lui e di preservare la figura del padre. Io non distruggerò nulla, ma Marcello questa volta deve rinunciare.


CAPITOLO 8 - LUGLIO, SARDEGNA NORD-ORIENTALE

Beatrice parte per la Sardegna la mattina dopo. Atterra a Olbia con sua figlia Matilde. Il brutto tempo l'ha seguita fin qui e atterra sotto la pioggia. La valigia messa nella stiva arriva distrutta e la prima ora la passa all'ufficio reclami. La macchina noleggiata via internet costa più del previsto e c'è un'ora di coda per ritirarla. Quando esce dall'aeroporto non è dell'umore migliore.

Il residence che ha prenotato all'ultimo momento si trova vicinissimo al villaggio dove Marcello ha gestito una scuola di windsurf un'estate di tanti anni fa, ben prima che si conoscessero. Marcello continua a scriverle e lei risponde. Come se niente fosse. La corrispondenza è un po' meno fitta. Prevedono di rivedersi al suo ritorno, ma modi e tempi sono incerti e nebulosi. Beatrice vorrebbe certezze, ma non sa come chiederle. Anzi pensa proprio di non poterle chiedere.

Si rende rapidamente conto che non avrebbe dovuto venire proprio in questo posto. Lo ha scelto perché a pochi chilometri dall'aeroporto di Olbia e perché ne ricordava le spiagge molto belle, numerose e accessibili. È da sola con Matilde ed è stanca dell'anno scolastico che è stato impegnativo con la direzione della scuola e una classe da gestire allo stesso tempo. Matilde e suo fratello Alessandro, hanno aggiunto le loro angosce adolescenziali travestite da ribellioni al quadro già carico. Ora Beatrice vorrebbe riposarsi. Purtroppo una malinconia imprevista, ma forse prevedibile, le salta addosso appena scesa dall'aereo. Si sente svuotata e passabilmente depressa. Non fa che pensare a Marcello e a come sarebbe stato se lo avesse incontrato qui ai tempi della scuola di windsurf. Non tiene assolutamente conto della realtà. All'epoca della scuola lei doveva avere 13 anni , era quasi una bambina e partiva in vacanza con i suoi genitori. Ha in mente una foto di lui poco più che ventenne, come lei non lo ha mai conosciuto. Forse dei tempi di questa scuola. Ha una lunga coda di capelli biondi e quello sguardo azzurro scuro che gli ha rivisto anche recentemente, anche se meno intenso. È bello, di una bellezza fragile nonostante i muscoli che sembrano però incollati alle ossa. La foto non ce l'ha, non sa neppure più dove l'ha vista. Forse ce l'aveva Lorenzo. Comunque Beatrice si strugge pensando al tempo passato, a quando era giovane, alla vita che avrebbe potuto avere, ma che non avrà più. Marcello è solo un pretesto a un'onda di nostalgia che sommerge tutto. Per fortuna c'è Matilde che la spinge a stabilire riti e creare abitudini di vacanza che la distraggono opportunamente. La colazione al bar della pineta, la spiaggia di Porto Asino, il ristorante tutte le sere, le chiacchiere in riva al mare, i fenicotteri dello stagno dietro le dune. E per fortuna che il residence, semivuoto, ha una piscina che lei è l'unica a utilizzare. Tutti i giorni fa avanti e indietro 50 o 60 volte. Beatrice non è grassa, ma l'esercizio fisico la tonifica e contrasta la tendenza alla mestizia. La ripetizione del movimento ha qualcosa di un mantra e quasi una dimensione mistica. Fa amicizia con la proprietaria del residence, una sarda che avrà vent'anni più di lei e che si chiama Domenica. È sposata con un udinese di cui dice tutto il male possibile e che se ne resta giustamente a Udine lontano da lei. La conclusione dei suoi discorsi sul marito è sempre la stessa e Domenica le da carattere di verità generale. Gli uomini vogliono solo “quella cosa lì”. A Beatrice viene da ridere. Insomma la settimana trascorre e sebbene sia cominciata un po' di traverso si raddrizza. Quando riparte è abbronzata e di buon umore.

Marcello invece respira di nuovo. Partita Beatrice non c'è più nulla da nascondere. Non le scrive più venti volte al giorno. Non è più nell'urgenza dei primi tempi. Le risponde. Ogni tanto scrive lui per primo. Sente che lei è triste, ma non c'è davvero nulla che lui possa fare. Oltretutto se all'inizio della storia la tensione alle stelle gli avrebbe quasi fatto commettere spropositi e imprudenze adesso sa che ci sono rischi che non correrà più.

Però cercherà di rivederla. Forse è così che deve andare. Può anche darsi che in una situazione in cui l'ansia da prestazione fosse azzerata miracolosamente sarebbe anche in grado di funzionare di nuovo.

Alla fine della settimana Beatrice ritrova all'aeroporto di Olbia Alessandro e il suo ex marito. Matilde resta in Sardegna con loro e lei torna a Milano da sola. Il prossimo mese i ragazzi staranno con il padre. Beatrice è libera come l'aria, ma è un po' perplessa sull'uso che farà di questa libertà.

Quando arriva a Milano Simone viene a prenderla all'aeroporto. Simone non Marcello. È con Simone che hanno previsto di partire una settimana.

Però il giorno dopo rivede Marcello.



CAPITOLO 9 - FINE LUGLIO, MILANO, SABATO

Simone
Beatrice è tornata. Sono andato a prenderla a Malpensa. Ha l'aria in forma. La settimana prossima andremo a Berlino. O almeno così avevamo previsto. Da quando è comparso ‘sto Marcello non mi fido più troppo. Mi sembra che sia la sua unica priorità. Se lui le proponesse un viaggio sono sicuro che non esiterebbe a annullare Berlino anche all'ultimo minuto. Solo che mi sembra improbabile che lui lo faccia. Però se restasse a Milano magari lei preferirebbe restare qui. Lo sapevo che Beatrice è una complicata e inaffidabile. Prendere o lasciare. Per ora prendo un po' come viene. Mi accorgo di tenere a lei più di quanto dovrei. Sicuramente il viaggio, se ci sarà, mi chiarirà le idee.

Marcello
Beatrice è di nuovo a Milano. Sabato propongo un programma piscina. Alla Guido Romano. È uno dei luoghi misteriosi e suggestivi della città. Metafisica sportiva. L'area degli spogliatoi è notevole. Fa pensare a folle oceaniche di nuotatori degli anni 30. Gare di nuoto della gioventù fascista. Quella vasca rettangolare enorme, circondata dalla città. All'esterno del complesso natatorio piuttosto omogeneo la cacofonia degli edifici che lo circondano aggiunge elementi all'impressione onirica. Un edificio degli anni 60 affaccia su uno dei lati lunghi dell'impianto. Dev'essere un edificio universitario. È traslucido e verdastro. Fa pensare a un mostro degli abissi.

Quando arriviamo è tardo pomeriggio, l'impianto è quasi deserto. Il weekend e il tempo coperto devono essere stati il deterrente.

Io e Beatrice siamo praticamente soli. Nuotiamo e poi ci attacchiamo al bordo. Guardiamo il viscido mostro degli abissi. Le parole tra noi riprendono. Ci abbracciamo nell'acqua.

Beatrice parla di Voci di frontiera. Sottolinea spunti da valorizzare. Con le sue analisi illumina passaggi, rende visibili chiaroscuri che non avevo visto neppure io. Parla di stile fotografico. Per la quarta di copertina userò i suoi suggerimenti. Anzi le chiederò di scriverla. Ho l'impressione di non essere mai arrivato così lontano con nessuno. Non parlo solo del libro.

Beatrice
La piscina dove passiamo il pomeriggio è spettacolare e unica. Per di più è inaspettatamente deserta. Un quadro di De Chirico. Strano non essere mai venuta qui prima di oggi.

Tra noi c'è complicità, intimità. La nostalgia sarda è sullo sfondo. Ne sono intrisa, ma con Marcello presente è tra parentesi. Certamente dovrò ben presto occuparmene. Questo sabato però abito nel presente della piscina Ponzio e mi sento serena. Un progetto mi pare ancora nell'aria.


CAPITOLO 10 - FINE LUGLIO, MILANO, MARTEDÌ

Inaspettatamente la Marghe parte per la Sardegna lasciando Marcello solo a Milano. Beatrice deve partire per Berlino con Simone, ma rimanda la partenza di due giorni. Martedì Marcello le propone di cenare a casa sua. E anche di dormirci. Malgrado la disturbi l'idea di entrare come una ladra nell'intimità di un'altra donna, Beatrice pensa che potrebbero esserci dei risvolti “terapeutici”. Decide che dopotutto accettare l'invito non fa di lei qualcuno di moralmente reprensibile. Eventualmente sarebbe Marcello a doversi interrogare. Quando gliene parla lui ammette la scorrettezza teorica, ma pensa che a casa sua in pratica si sentirebbe a suo agio e forse… Insomma Beatrice sebbene con qualche scrupolo si organizza per passare la serata e la notte a casa della Marghe in sua assenza. Non a casa di Marcello. Beatrice pensa proprio “a casa della Marghe”. E non si sente affatto a suo agio né particolarmente fiera…

Arriva verso le 7. È passata prima dalla rosticceria del supermercato. Ha comprato troppa roba, ma da quando vive all'estero di fronte a piatti italiani che le ricordano l'infanzia ha comportamenti bulimici. Quando entra, dopo aver fatto cinque piani a piedi perché l'ascensore è di quelli tipo scatola di sardine che lei non può prendere senza avere sudori freddi, scopre che in casa ci sono cinque gatti che saltano ovunque e entrano anche nel forno se non si prendono adeguate precauzioni. La cena viene nascosta e i gatti si danno da fare per impadronirsene. Marcello parla ai gatti come se fossero bambini un po' discoli. Beatrice sente montare l'aggressività verso i gatti maleducati, la casa da ricchi senza merito, la Marghe borghese spocchiosa e trasandata e anche Marcello che con discorsi tanto fumosi quanto inattaccabili (anzi inattaccabili proprio perché fumosi) non prende nessuna responsabilità e “disfunziona”.

Beatrice
Insopportabili questi gatti. Però non c'è in giro neanche un pelo. Mi sa che c'è qualcuno che pulisce tutti i giorni. Per fortuna che per ora non starnutisco. Fa davvero caldo. Neanche un condizionatore in questa casa da ricchi. Neanche un ventilatore. Neanche una zanzariera… Infatti ci sono un miliardo di zanzare. Sarà complicato dormire. La terrazza è bella però. Anche le piante. Sarà lei che ha il pollice verde o sarà la stessa persona che si occupa dei peli?

Ci sono foto di lei appese ovunque. Giovane, meno giovane, matrimonio, bambini piccoli, cane, bambini grandi. Anche Marcello. Marcello il giorno del matrimonio. Marcello giovane. Tutte queste foto mi fanno girare la testa e mi danno una leggera nausea.

Mangio svogliatamente. Ho caldo e sono in ansia. I gatti salgono anche sul tavolo. Faccio scendere i più intraprendenti. C'è del vino, ma il primo sa di tappo e il secondo non è abbastanza freddo. Aggiungiamo del ghiaccio. Ci sediamo sul divano. Mi sento discretamente a disagio in questa casa che non mi accoglie. Irragionevole aspettarsi che mi apra le braccia.

La tensione è tangibile. O forse sono io che la immagino. Rifiuto di usare il letto e organizziamo un campeggio con dei materassini sul tappeto e delle lenzuola. Fa così caldo che siamo sempre meno vestiti e non c'è niente di sessuale. Quando ci sdraiamo infatti non succede nulla. Mi sento un cerotto che non si incolla, uno sciroppo per la tosse che non funziona, un paracetamolo per un malato terminale. Ci addormentiamo scomodi, intorpiditi dal vino e dall'afa. Mi sveglio un po' più tardi. Penso alla simmetria tra passato e presente. Tre volte sì, tre volte no. Penso anche che farei meglio a rientrare, ma è molto tardi e le mie nipotine dormono stanotte nella camera che occupo quest'estate dai miei. Potrei organizzarmi diversamente e dormire nella mia vecchia camera o in soggiorno, ma la pigrizia e il dubbio la vincono. Penso che starei comunque meglio da sola sul divano. Vado a sedermi su una poltrona. Sono infelice qui e adesso.

Marcello mi viene vicino. È infelice anche lui. C'è qualcosa di perverso in questo accanimento terapeutico. Anche da parte mia. Soprattutto da parte mia. Gli propongo di dormire separati. Lui nel suo letto e io sul divano. Accetta e percepisco il suo sollievo.

Mi sistemo con un lenzuolo e un cuscino. Marcello sparisce. Non so dove e non mi interessa. Al buio non mi oriento più troppo. Uno dei gatti mi ama di un amore non ricambiato e non smette di accoccolarsi sul divano vicino a me. Temo l'allergia e il caldo. Infine mi addormento con le finestre aperte consolata da luci notturne e rumori di una città che amo nonostante ne sia fuggita tanto tempo fa. Anzi forse proprio per quello.

Domattina deve venire quella che pulisce i peli. Me ne andrò presto. Mi sembra di essere rimasta impigliata.

Marcello
Meglio qui che in albergo… Beatrice ha fatto la spesa. Non ho dovuto occuparmi di nulla. Da quando è arrivata la sento tesa e accaldata. Dice di essere allergica ai gatti. Strano vederla in questa casa. Non mi sembra al suo posto. Si guarda in giro curiosa e critica. I rumori la fanno sussultare. Non fa molti commenti, ma qualche domanda. Sul terrazzo, sulle foto. Chiede se “in questa casa da ricchi” non abbiamo l'aria condizionata. I gatti, muti testimoni, sembrano infastidirla particolarmente. Di certo non ne parleranno alla Marghe.

Dopo cena, nonostante il vino, sembriamo due adolescenti alle prime armi e per la terza volta consecutiva, in questo luglio milanese sudato e appiccicoso, non riesco ad avere Beatrice. Addirittura ci addormentiamo. Quando mi sveglio lei non c'è. La ritrovo seduta sulla poltrona vicino alla finestra. Sembra molto triste. Non so che dire. Sto malissimo e vorrei che se ne andasse, ma non oso chiederglielo. La sua proposta di dormire sul divano mi toglie almeno temporaneamente dall'imbarazzo . Ho bisogno di stare da solo e di dormire. Raggiungo il mio letto con sollievo e per un attimo le sono grato di non avermi chiesto di restare con lei. Domattina alle 7 dobbiamo uscire di qui. La donna delle pulizie dovrebbe passare verso le 8. La Marghe non mi ha precisato niente o forse ho dimenticato, ma credo sia come sempre. Chiudo gli occhi e mi addormento come un sasso. Senza anima e senza ricordi.


CAPITOLO 11 - FINE LUGLIO, MILANO MERCOLEDÌ

Prima delle 7 Beatrice apre gli occhi. Marcello si sta muovendo, forse già da un po', nel soggiorno. Lei si stira e indossa la maschera del “tutto bene”. Gli chiede di accompagnarla a fare colazione in un bar. Beatrice adora fare colazione al bar quando è in Italia. Prende sempre un cappuccino e un cornetto con la marmellata. Stamattina spera che la colazione le rimonti il morale. O forse si aspetta che sia Marcello a farlo. Ma lui non sembra in grado e ha davvero voglia di vederla sparire. Lei lo percepisce, ma vorrebbe un miracolo e fatica a rinunciare alla bacchetta magica che non ha mai avuto, ma che credeva di avere. Escono in una Milano resa deserta dalle ferie estive e dall'ora mattutina. Lui le offre la colazione, ma non prende nulla. Non condividono neppure la colazione. Si siedono a un tavolino sul marciapiede . Sono lontanissimi l'uno dall'altra e anche dal luogo dove si trovano. Lei pensa alla prossima partenza con Simone . Lui pensa che oggi deve andare a prendere la Marghe a Malpensa. Sua suocera ha avuto un incidente e sua moglie è già di ritorno. Questo però a Beatrice non lo dice. Batte nervosamente un piede a terra cosa che dispiace e irrita Beatrice che crede di leggere una malcelata insofferenza nei suoi confronti. La colazione dura un tempo che sembra brevissimo a lei e lunghissimo a Marcello. Entrambi sospettano, anche se con gradi di consapevolezza diversi, che non si vedranno più. Entrambi partono domani. Beatrice va in Croazia, non a Berlino, con Simone e Marcello in Sardegna con la famiglia. Entrambi sono scossi e provati dall'ultima serata passata insieme.

Beatrice sente montare la nostalgia sarda e una sorda disperazione. Le sembra di disperarsi per la perdita di Marcello, ma in realtà si dispera per la perdita della giovinezza. La sua, quella di Marcello. La luce che proietta questa storia sembra sottolineare le rughe del corpo e dell'anima di entrambi. Comunque le perdite si assomigliano un po' tutte e si rischia di confonderle. Ora deve affrontarne diverse e tutte confluiscono e sembrano avere origine in Marcello. Si salutano e di nuovo sembra che debbano rivedersi domani o mai più e che la differenza tra le due opzioni non abbia nessuna importanza, che in fondo sia proprio la stessa cosa.

Beatrice
Sono stanca. Mi pare di non aver chiuso occhio. Ho pensato a lontane notti adolescenziali in cui soffrivo per amori finiti o non corrisposti. Non posso restare sola adesso. Devo parlare con qualcuno. Devo spiegare cosa è successo. A un uomo, qualcuno di sesso maschile. Telefono a Francesco. Ci diamo appuntamento per pranzo. Sulla terrazza del ristorante appena apro la bocca le lacrime cominciano a scorrere. Mi sembra che non mi fermerò mai più. Mentre piango gli racconto tutto. L'invidia, la rabbia, la frustrazione, l'attesa, l'incapacità di fare marcia indietro, il senso di inadeguatezza che ha cominciato ad abitarmi. Ascoltare la sua analisi solida e precisa mi consola e mi assolve di tutto. Nessuna banalità in ciò che dice. Finalmente l'empatia che speravo di trovare altrove la trovo qui. Mi sento avvolta dal suo affetto e, sebbene la fontana al centro del mio corpo non si fermi, faticosamente comincio a rimettere insieme i pezzi di me stessa.

Domani sera sarò a Zagabria con Simone. Non sono sicura che questo viaggio sia una buona idea. Non conosco Simone così bene. Lo sospetto di moralismo. Mi dico che non dovrei parlargli di Marcello, ma so che non potrò farne a meno, tutto il mio spazio mentale è pieno di questa storia e del bisogno di trovarle un altro finale.

Nel pomeriggio trovo una mail di Marcello che mi conferma che preferisce che non ci vediamo stasera. Avevo già previsto altro, ma la sua precisazione mi ferisce comunque e dalla mia risposta traspare più infelicità e delusione di quello che vorrei. Non voglio che l'amarezza investa ciò che resta.

Gli parlo comunque di un film afghano bellissimo, Come pietra paziente. Gli consiglio di guardarlo. Cerco di preservare il nostro spazio intellettuale. Allontano l'attenzione dalla serata. Il film è davvero bellissimo e intenso e mi viene voglia di guardarlo di nuovo.

Marcello
La rivedrò. Ma non oggi. Non quest'estate. Non è colpa sua, ma non sopporto più la sua presenza fisica. Non in queste condizioni. La virilità sembra irrecuperabile. L'idea di lei funzionava, ma lei no. Beatrice è l'ombra dell'idea di Beatrice. E io non so che farne. Non ho né il tempo né la libertà per farne altro che parole, scrittura, filosofia.

Sono stato la sua pietra paziente e lei la mia. La pietra paziente è una pietra magica alla quale si raccontano segreti, sofferenze, difficoltà. La pietra se ne carica e quando va in frantumi se li porta via liberandone il portatore. Non conoscevo il film ed è bello che sia lei ad avermene parlato. Siamo stati pietre pazienti reciproche e consenzienti. Con tutti i rischi che ciò comporta. In particolare quello di andare in frantumi.


CAPITOLO 12 - FINE LUGLIO, ZAGABRIA

Beatrice non fa che partire quest'estate, ma si ritrova sempre all'interno di se stessa nello stesso posto che potrebbe situare più o meno a livello del suo plesso solare. La nostalgia ha spesso l'effetto di toglierle il fiato come se avesse preso un pugno nello stomaco. Comunque capisce che la salvezza sta nel muoversi e non si ferma. Il giorno dopo parte per Zagabria con Simone. Doveva essere Berlino, ma all'ultimo hanno avuto entrambi la stessa idea e la Croazia è sembrata una meta più in linea con il momento. Per Beatrice è quasi un modo di seguire Marcello all'inizio o alla fine del viaggio di Voci di frontiera, alle porte dei Balcani, verso est. Simone invece aveva voglia di mare e, anche se ama Berlino, c'è già stato tante volte anche recentemente. La Croazia è il viaggio che scelgono senza consultarsi.

Il viaggio fino a Zagabria è lungo per Beatrice e allontanarsi da Milano le costa. Prova a fare un gioco. Pensa se Marcello fosse al posto di Simone. Si rende conto che non funzionerebbe. In questa prospettiva capisce che Marcello non viaggerebbe mai come piace a lei. Che in realtà non farebbe nulla come piace a lei. Si limita ad essere qualcuno che le piace e a cui desidera piacere.

Simone è contento di partire anche perché non ha mai creduto fino in fondo che sarebbe successo. Lei ha accampato scuse per rimandare la partenza e lui sa perché. Si è seccato, ma ha fatto finta di crederle e non ha agitato le acque che ha sentito un po' torbide.

Si sono conosciuti negli ultimi tempi che lei abitava a Milano. Simone era già sposato e sua figlia era piccolissima. Beatrice, conosciuta in ospedale per lavoro, gli era piaciuta. Si sono ritrovati per caso qualche mese fa. Tutti e due divorziati adesso. Hanno passato insieme qualche weekend e poi è comparso Marcello. Le cose tra loro sono state allora definitivamente chiare.

Arrivano a Zagabria nel tardo pomeriggio e si sistemano nel bed and breakfast prenotato dall'Italia. Escono quasi subito e si dirigono a piedi nella città vecchia. Visitano un museo di cui hanno appena scoperto l'esistenza: il Museo delle Broken relationships. È Beatrice che tiene particolarmente a questa visita. Le sembra una raffinata ironia della sorte la presenza di questo luogo all'inizio della vacanza. Compra anche un quadernetto per scrivere durante la settimana. Ha lasciato a casa il tablet per essere sicura di non usarlo e spera che questo la allontani da Marcello. Ma non riesce assolutamente a sganciarsi. E comunque c'è il cellulare e si sono già scambiati qualche laconico sms.

Dopo il museo vanno a cena.


Simone
A cena ho infine capito chi è questo Marcello di cui parla. È incredibile. È il marito della Margherita Sioli. L'intuizione l'ho avuta quando Beatrice mi ha parlato della Horizons. Non ne ha detto il nome, ma ha parlato di congressi medici. Quando ho detto “Non sarà mica il marito di…?” ho visto la faccia di Beatrice decomporsi. Avrebbe voluto dire “No”, ma ha esitato quella frazione di secondo che ha tolto ogni dubbio. Ha solo detto “La conosci?”. Non solo la conosco, è un'amica. Non un'amica di infanzia certo, ma la conosco per lavoro piuttosto bene. Anche lui l'ho incrociato quando stava per partire per l'Afghanistan, ma non lo ricordo. Se avessi saputo lo avrei guardato meglio. Ma era diversi anni fa.

Beatrice
Accidenti… Impossibile da prevedere. Neanche tanto veramente con il lavoro che fa. Per me sono mondi così distanti che non mi è neanche passato per l'anticamera del cervello che potessero avere un punto in comune. Invece il contatto è di una banalità sconcertante. Lei organizza convegni, lui partecipa. Mi secca moltissimo avergliene parlato. Spero solo che i rapporti tra Simone e questa moglie non siano troppo intimi e che comunque non si senta in dovere di parlarle di ciò che sa. Per quello che posso capire non lo farà. Diciamo che era destino.

Ho mandato un messaggio a Marcello per dire che Simone saluta sua moglie. Ero curiosa di vedere la reazione. Che non ha tardato. La Margherita Sioli si è messa rapidamente in contatto con Simone tramite what's app. È chiaramente in cerca di informazioni su di me. Pensa di aver trovato una fonte. Da ciò che scrive a Simone sembra veramente arrabbiata e gelosa. Soprattutto la conforterebbe sapere che sono la fidanzata di Simone, vorrebbe che lo fossi. Ma non lo sono e questo credo che non sistemi le cose per Marcello.

Vorrei tirare delle conclusioni che però non mi vengono così spontanee. Per ora non voglio occuparmene. Nei prossimi giorni forse capirò meglio.

Per ora capisco che Marcello è solo in Sardegna perché sua moglie è con la madre che è stata operata da poco. Non è strano che non me ne abbia parlato perché ci siamo comportati dall'inizio come se il nostro quotidiano fosse inesistente e incidentale. Dunque non ne parliamo se non incidentalmente. Scopro anche alcune altre omissioni di Marcello delle quali non chiederò mai spiegazioni, ma che aprono interrogativi sulla sua sincerità nei miei confronti.

Non importa. Decido di credergli. Di credere che le omissioni non sono bugie. E poi perché io non sarei sottoposta allo stesso regime di omissioni che sua moglie? Sono confusa.


CAPITOLO 13 - AGOSTO, DIVERSI LUOGHI

Marcello in Sardegna sta meglio. Si rifugia in ciò che c'è ed è stabile. Il pensiero di averlo messo anche solo vagamente a rischio gli dà i brividi. Come potrebbe rinunciare alla sua storia? Perché di questo si tratterebbe. I suoi, moglie e figli, ma anche suoceri e cognati, lo integrano, ma ne diffidano. Un eventuale passo falso sarebbe di troppo. E poi cosa succederebbe?

Il mare sardo è un foglio d'argento e tutto sembra risolto. Se pensa all'impotenza si dice che è solo una fase e che trovare il nodo del problema è solo affare suo. Comunque ora è ottimista. È solo questione di tempo. Beatrice si allontana di giorno in giorno. Da quando è in Croazia è sparita anche dalla posta. Ha anche pensato che abbia una storia con questo Simone. Non che ne sia geloso. Sarebbe solo normale. Del resto lui non è mai stato fedele, ma non ha mai preteso fedeltà. Da nessuna. Beatrice scherzando ha detto di essere una monogama seriale e lui sente che è proprio così. Niente le impedisce però di giocare al gioco delle omissioni.

La Marghe da parte sua non gli rende la vita facile e quando c'è lo controlla come non ha mai fatto prima. È sarcastica e tagliente quando parla di Beatrice. Marcello sente che è bene mantenere un profilo basso e distoglierla dall'idea di quest'amante per evitare scontri dall'esito incerto. Per questo motivo e anche perché l'attrazione ha finito per sgonfiarsi scrive meno spesso e sempre meno parole. Non ha immaginato nulla di diverso e non si è fatto domande. Si aspetta che Beatrice lo faccia sentire amato e desiderato. Non prevede di dare niente di più di quanto ha fatto finora. Anzi anche un po' meno vista la situazione in famiglia.

Beatrice continua il suo viaggio e si sposta sull'isola di Pag con Simone. All'inizio la sorpresa del paesaggio lunare e del colore del mare croato così diverso da quello sardo la fanno sentire estranea e esiliata, poi trova dei punti di riferimento che le fanno apprezzare la novità. Pensa moltissimo a Marcello e ne parla spesso cercando di chiarire le aspettative realisticamente. Simone educatamente ascolta e commenta. A lui pare proprio che non ci sia nulla di realistico in nessun genere di aspettativa. Conoscendo la moglie ha informazioni che Beatrice non ha e le condivide volentieri. È chiaro che non c'è proprio niente da aspettarsi. Marcello le chiamerebbe pretese. Ma Beatrice che era disposta a vivere una storia passionale e discontinua, non capisce bene come funzionare fuori da qualsiasi disponibilità di Marcello. Immagina ancora che le cose possano cambiare, ma deve ammettere che non vede come. Le sembra che Marcello non faccia che sottrarsi e interpreta anche l'impotenza come una sottrazione di se stesso nel rapporto con una donna. Nello specifico con lei.

Beatrice torna a Milano e ci resta tutto il mese, a casa dei suoi. La casa dove viveva da ragazza. La città svuotata le piace moltissimo e si lascia avvolgere e cullare dalla malinconia. Va in piscina tutti i giorni e nuota come non ha mai fatto in vita sua. Come se nuotando dovesse salvarsi la vita. Esce tutte le sere con diversi amici o, spesso, con Simone passeggia per la città di notte.

La piscina dove va più spesso la porta su una strada che percorreva per andare a trovare un amore durato un'estate e che ora è inglobato nella nostalgia globale. Vorrebbe chiamarlo, ma non sa neanche dove sia. Lascia perdere, ma ogni tanto ha ancora questa stretta al plesso solare quando pensa a lui. Adesso anche a lui.

Sprofonda in un libro di viaggio che Marcello le ha regalato in francese L'usage du monde. È uno dei libri che Marcello ha usato per costruire il suo itinerario fino a Kabul. Attraverso il libro tiene ancora stretto il filo del loro legame. Ogni tanto traduce qualche pezzo che le sembra saliente e glielo manda.

Quando il libro finisce è finito anche il tempo italiano di Beatrice e Alessandro arriva a Milano per stare qualche giorno con sua madre. Lei è contenta di ritrovarlo dopo un mese e mezzo, ma sa che il tempo concessole è scaduto e che non c'è nessuna costruzione che la trattenga qui o la richiami.


CAPITOLO 14 - SETTEMBRE, STRASBURGO

Quando torna a Strasburgo le sembra di soffocare, ma non c'era nessuna possibilità ragionevole né alcun motivo per rimanere di più. Simone è triste di vederla partire, di una tristezza forse speculare e simmetrica a quella di Beatrice.

Beatrice fantastica di un ritorno definitivo a Milano. Esplora piste professionali teoriche. Non avrebbe mai immaginato che tornare indietro potesse essere così difficile.


Le resta una settimana prima di riprendere il lavoro. Un sentimento di estraneità assoluta l'ha sommersa appena ha rimesso i piedi a casa sua. Le sembra di impazzire. Uno struggimento incongruente le toglie la voglia di tutto. Si chiede se è questa la depressione. Sembra aver perso la resilienza che negli ultimi anni le ha fato superare con un salto prove ben più dolorose.

Poi la scuola riprende e anche Alessandro e Matilde cominciano. Nuovi percorsi per tutti. Non si consola, ma si distrae. Una nuova classe, di nuovo la sua banlieue strasburghese che a volte sembra un manicomio, bambini-poeti inconsapevoli. Lei a lottare con la sua impazienza.

Ha cercato di comunicare a Marcello il suo disagio, ma lui risponde filosoficamente e di fatto è impermeabile. Le spiega che la Marghe è gelosa, ma questo lei lo sapeva già.

Poi Beatrice decide che tornerà a Milano tra ottobre e novembre durante le vacanze scolastiche francesi e glielo comunica. Vorrebbe rivederlo. Lui sembra contento e disponibile. Pochi giorni dopo però le fa sapere che partirà per una settimana con amici proprio nel periodo che lei sarà a Milano. Insomma è disponibile, ma solo due giorni e all'inizio.

Beatrice e Marcello per mail
B.: “Non so quando sarò a Milano di preciso. Ma il rischio che sia lì quando tu non ci sei è abbastanza alto. Dove vai?"

M.: “Al momento dal 23 al 30 ottobre Sicilia a scalare con amici. Tornare prima improbabile.”

B.: “Non importa. Si vede che le cose devono andare così. Che c'è poco spazio, poco ossigeno e non siamo capaci di crearne. Per motivi diversi.”

M.: “Se vieni il 20 la staffetta è scongiurata.”

B.: “Sì lo avevo capito, ma non penso di farcela. Potrò partire al più presto domenica o lunedì. La staffetta pare così assicurata...”

M.: “Come sentivo il tuo desiderio ora sento il tuo abbandono.”

B.: “Dovrei risalire ai nostri primi scambi. Sono quasi certa di averti scritto che avevo preso la decisione dopo il divorzio di non desiderare più nulla che non potessi avere. Il desiderio frustrato, inappagato, da te classificato come pretesa, mi ha fatto soffrire. Io credo che tu lo abbia capito. Non ho sentito empatia. Forse non te ne sei accorto. Non lo so. L'abbandono, se di abbandono si tratta, è di modalità che non mi portano a nulla. In qualche modo il nostro spazio avrebbe dovuto esistere. Ti ho sentito sempre soprattutto preoccupato di salvaguardare, prima di tutto, tutto il resto. Non capisco completamente. Non riesco a far combaciare il tuo sentimento dichiarato e il tuo tirarti indietro. Il tuo avermi coinvolto per non farne nulla. Qualcosa mi raffredda. Forse un sospetto di codardia.”

M.: "Ci sono prospettive dalle quali appaio coraggioso. Ho visto la tua sofferenza e il mio impegno è stato per ridurla secondo le sole modalità di cui disponevo, lavorare sulla consapevolezza della occulta ed implicita pretesa. La frequenza fisica del nostro futuro sarebbe stata determinata dalle circostanze e dal sentimento. Qualunque altra forma era pretesa. E queste sono destinate ad essere contraddette e dolorose tanto più inconsapevoli. Quanto chiami saggezza era una consapevolezza poi travestita da pretesa. È stata contraddetta dalle circostanze e dal sentimento e ti ha portato dolore.”

A questo punto Beatrice non capisce più la sintassi delle frasi né il pensiero contenuto. Ma cerca di raddrizzare il timone dello scambio. Questa volta vorrebbe risposte chiare e non questo svicolare con parole usate impropriamente.

B.: “Non è una pretesa avere una relazione fisica, completa, progettuale con qualcuno che ami e che dice di amarti. È al contrario completamente umano, assolutamente naturale. Pretesa è semmai il sottrarsi per mesi (l'impotenza fa parte di questa sottrazione) e parlare di mio abbandono.“

M.: “La pretesa non è un concetto. Essa sorge in noi quando ci riteniamo nel giusto assoluto fosse anche per un istante. Dunque la prospettiva necessaria per dire che è cosa umana non ha a che vedere con la questione. Dalla pretesa che ci soggioga possiamo scoprire come emanciparci. Non significa non averne più ma solo esserne consapevoli.
Non significa non operare per, ma farlo con meno rischi di essere travolti dalle emozioni. Queste che pure continueranno a permanere possono trascinarci lontano da noi stessi.
A parte queste note ti ho amato come potevo e sentivo. Mi pare di leggere che sentivi e volevi diversamente da come ho potuto. Ero felice di rivederti a ottobre."

B.: “Ma non ho nessuna pretesa. Non mi ritengo nel giusto assoluto. Non desidero allontanarmi dalle mie emozioni quando ne ho. Al contrario mi piacerebbe godermele invece di dovermene giustificare ed eventualmente sentirmene colpevole o sentirle fuori luogo. Godersi le emozioni non vuol dire farsene travolgere. Penso che ci voglia il coraggio di farlo. Non ho nessuna vocazione all'ascetismo. Penso di essere in generale consapevole di me stessa. Anch'io pensavo di rivederti, ma le date non coincidono. Mi ha stupito che tu ti sia organizzato per andartene proprio nel momento in cui io sarei stata a Milano.“

M.: “Se sono stronzo e tale rimango nonostante l'esperienza non confermi significa essere presa di quanto si crede, renderlo assoluto, rimanerne soggiogati.”

B.: “Non penso che tu sia stronzo. L'esperienza conferma solo che non sei libero e che non tendi ad esserlo. La traduzione che ne faccio non è comunque "allora sei stronzo". Mi spiace che tu pensi di uscirne con una caricatura.”

M.: "Ti avrei amato anche se non ti avessi rivisto piû. Ma sul registro che mi pare di perceoire non sono capace.”

Giovanna Ceppi


































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