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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[26/3/2004]

# 1_Filippo Pretolani_I

James Bond portatif
[Come fu che 007 venne disinnescato in una stanza d'albergo]

"Giovani di New York, scegliete sontuosi
alberghi se davvero volete farla finita.
Esistono alberghi che sono francamente molto
letterari. Del resto, il mondo delle lettere
riposa negli alberghi della fantasia.
In Europa lo sanno da tempo e vengono
considerati eleganti unicamente i suicidi al Ritz".
(da una lettera di Jacques Rigaut al New York Times, dicembre 1924)

A Luigi Tenco (e al suo odradek)

Entr'act di Bond
Chiave alla reception, ascensore, corridoio. Lieve scatto della serratura. James Bond e un baffuto inserviente aprono la porta ed entrano nella camera. Bond lo congeda infilandogli una banconota nel taschino. Ora è solo. Dal soffitto decorato a stucco pende un grande lampadario scintillante. Contro la parete di destra c'è un enorme letto (vi appoggia cappello-soprabito-e-borsa diplomatica). Sopra la testata, un grandissimo specchio. Copre quasi interamente il muro. Rapido sguardo alla stanza, poi al bagno. Minimi spostamenti sul grande tappeto Bukhara, Bond è circospetto ma sicuro di sé. Si avvicina alla parete di fondo. Scosta leggermente un quadro e dà un'occhiata dietro: niente. Seconda parete, secondo quadro, sbirciatina: niente. Terzo quadro, stessa solfa, ci siamo: una microspia ancorata al muro. Due passi all'indietro, l'occhio di Bond vira impercettibilmente: lo sguardo si fa assorto (che sia il famoso sesto senso?) e sembra dire: "qualcuno è in ascolto". Il telefono? Sotto controllo anche quello.

L'ingresso di Bond nella ennesima camera d'albergo - in questo caso a Istanbul, la pellicola è From Russia with love è un esempio paradigmatico del suo inconfondibile prender possesso dello spazio. Anche in un'asettica stanza di Istanbul 007 è padrone del campo. Nessuna identità temporanea, nessuna transitorietà apparente, nessuna alienazione nello spazio altro: Bond è sempre e instancabilmente presente a se stesso, esercita un perfetto dominio della situazione, con la sua patina glamour, perennemente in contatto con MI6. Qualsiasi cosa dica o faccia, tra le righe di un Martini o accarezzando la schiena della sedotta di turno, Bond non perde mai di vista l'obiettivo. La missione.

Il lusso, la tecnologia eccessiva, non sono mai ostensivi. Simboleggiano piuttosto l'aura professionale del grande solutore di missioni. Anche gli imprevisti si susseguono scoccianti, respinti dalle sue continue dimostrazioni di sagacia. Poi ad un certo punto sembra improvvisamente scivolare su una distrazione fatale che senza meno fatale non è. L'agente nemico lo disarma? La bellona di turno rompe l'abbraccio e gli punta una pistola contro? E' l'illusione di un momento: un guizzo, il balenare di una nuova arma segreta preparata da Q all'insegna del trick (la penna-pistola, ad esempio) ed ecco che Bond è di nuovo al centro della scena.

Ma in questa centralità si insinua l'oscura fascinazione di una congiura, ordita seguendo traiettorie casualmente centrifughe ma esiziali. Limitandoci per ora a un abbozzo di fenomenologia di Bond, congediamo da subito la visione di chi si limita a considerare Bond un dandy di successo al servizio di sua Maestà britannica. E' una interpretazione plausibile ma tragicamente imprecisa. Essendo - com'è noto - disposti a credere a tutte le falsità del mondo ma non sopportando punto le imprecisioni, chiariamo sin d'ora i termini della questione: James Bond è sì un dandy, ma di un tipo affatto peculiare: è l'incarnazione perfetta di un paradosso: la quintessenza del dandy utilitario. Nel mondo di 007 tutto è perfettamente e inesorabilmente fungibile, interpretabile, utilizzabile, strumentalizzabile, ai fini della missione. Del resto l'epoca tardo capitalistica in cui ci è dato di vivere non ha forse come propria essenza il dato di fatto che il mondo, la natura, gli uomini sono qualcosa che è possibile utilizzare?
Tentiamo un'analisi del paradosso per divaricarlo al massimo.

Dandy-Shandy
Imbattendosi nell'opera di Marcel Duchamp giacché è im-battersene l'unico modo serio di analizzarla è capitato a molti di registrare che il 29 aprile 1920 egli firmasse insieme a Katherine Dreier e Man Ray l'atto di fondazione della Società Anonima Inc, di cui rimase a lungo inopinatamente segretario e amministratore. A parte l'inutile Inc, apposto dalla segreteria dello Stato di New York, è una società intesa a promuovere l'opera di alcuni artisti, presagendo la nascita di un fondo per un futuribile museo.

Meno nota è invece l'esistenza di un'altra società, non solo anonima ma direttamente segreta: la società dei portatili. Nome in codice: "SHANDY".
Dobbiamo a Enrique Vila-Matas l'invenzione o il rinvenimento della congiura shandy. Lo scrittore catalano esercita l'indiscusso e arbitrarissimo ruolo della vestale degli shandy.
"Verso la fine del 1924, sulla vetta dove Nietzsche aveva avuto l'intuizione dell'eterno ritorno, lo scrittore russo Andrei Belyj fu colto da una crisi nervosa nel constatare l'inarrestabile avanzata della lava del supercosciente. Quello stesso giorno e alla stessa ora, a non molta distanza da lì, il musicista Edgar Varèse cadeva improvvisamente da cavallo mentre, per scimmiottare Apollinaire, fingeva di accingersi ad andare in guerra. A me sembra che quelle due scene siano stati i pilastri su cui fu edificata la storia della letteratura portatile. Una storia europea, alle origini, e leggera quanto la valigia scrittoio con la quale Paul Morand percorreva su treni di lusso la luminosa Europa notturna: scrittoio mobile che ispirò a Marcel Duchamp la sua bote-en-valise, senza dubbio il tentativo più geniale di esaltare il portatile in arte".
La caduta di Varèse e la crisi nervosa di Belyj: in seguito a questi impercettibili movimenti della storia del mondo, scocca l'ora degli shandy e della letteratura portatile. E inizia anche la liturgia di Vila-Matas: detournando Tristan Tzara e la sua "Storia portatile della letteratura abbreviata", Vila-Matas si limita a una sorta di ready-made aiutato, coniando la sua "Storia abbreviata della letteratura portatile", eccelsa ricostruzione della società degli shandy.

Oltre a Duchamp, della congiura shandy fanno parte a uguale titolo Walter Benjamin, Jacques Rigaut, Blaise Cendrars, Valery Larbaud, Scott Fitzgerald, Vicente Huidobro, César Vallejo, Salvador Dal, Tristan Tzara, Ezra Pound, Cyril Connoly, Francis Picabia, Georgia O'Keefe e il principe Mdivani. Con la partecipazione straordinaria di Aleister Crowley e Louis Ferdinand Celine nel ruolo di traditori, presunti o reali che fossero.

Ma che cos'è uno shandy? In un primo significato, "Shandy, nel dialetto di alcune zone del contado dello Yorkshire (dove Laurence Sterne, l'autore del Tristam Shandy, visse gran parte della sua vita), significa indistintamente allegro, volubile e un po' picchiatello". Lo shandy è un tipo caratterizzato da una "volontà costante di trasgressione". E, su un altro piano, una persona "impossibile, gratuita e delirante".

Ma shandy, più che essere correlato al personaggio di Sterne, deriva più che altro da una bevanda inglese: una sorta di birra amarognola che, tracannata a grandi sorsi in estate, riesce a placare la sete.
Shandy soprattutto significa votare la propria vita al nomadismo, e come corollario al celibato, alla vita senza troppi pesi. Forse è tutta qui l'essenza del portatif : il paradigma di un uomo celibe, impossibile, libero e delirante, ovvero "un artista portatile, oppure, il che è lo stesso, qualcuno che si potesse portare tranquillamente da qualsiasi parte".

Altri requisiti fondamentali per appartenere alla società segreta shandy? Oltre a esigere un alto grado di pazzia, furono decisi altri due requisiti: "stabilito innanzitutto che l'opera di ciascuno dovesse essere leggera ed entrare facilmente in una valigetta, l'altra condizione indispensabile era quella di funzionare come una macchina celibe". Oltre a ciò, non indispensabili ma raccomandate, altre cifre dello shandy erano preferibilmente "spirito innovatore, massima sensualità, mancanza di grandi propositi, nomadismo instancabile, forte convivenza con la figura del proprio doppio, simpatia per la negritudine, esercizio dell'arte dell'insolenza".

Shandy significa votarsi alla non causa di una congiura senza movente e senza scopo. Nessun membro della società segreta sa a cosa serva, a quali superiori destini sia consacrata la congiura. Cospirare tanto per cospirare. Quel che è certo è un metodo di elezione: miniaturizzare la letteratura. Necessità nomade, la letteratura portatile serve a far sì che quando la congiura potenziale si esplicherà, accada quel che accada, tutto l'inessenziale sarà a portata di mano. In una valigetta.

Dandy per Dandy (sottrarsi al progetto)

In un appunto degli anni 40 Georges Bataille annota velocemente:

"(da non utilizzare così) il gioco cambia un'equivalenza in differenza."

Nella sua semplicità, è una formula limpidissima per descrivere il dissidio tra arte e vita, tra gioco e progetto. Per costruire qualcosa di inavalable occorre allora individuare strumenti (meglio se ludici) in grado di ottundere seriamente l'economia del progetto.
Quattro esempi potranno chiarire come il progetto economicistico e utilitarista sublimato in James Bond naufraghi sulla inarginabile decostruzione dell'elemento ludico. La congiura shandy, ben lungi dall'essere inscritta in una qualunque economia o dall'essere utilizzabile per qualunque fine, ottiene comunque per definizione l'effetto di svellere le punte finalistiche della tecnica e dei suoi strumenti tecnologici.

1) Laddove Bond esercita un controllo maniacale degli oggetti nello spazio del territorio di sua competenza, lo shandy argentino Macedonio Fernandez si accomiatava dalla sola eventualità di detenere qualche cosa. In "dalla Russia con amore", ad esempio, 007 è costantemente rapportato alla macchina trasmettitrice/traduttrice appena (rocambolescamente) sottratta agli agenti russi. Per oltre metà pellicola, qualsiasi suo spostamento, qualsiasi colluttazione lo veda coinvolto vengono sistematicamente gerarchizzati rispetto all'esigenza di controllo e tutela del prezioso strumento. Traslocando invece di continuo di pensione in pensione, all'insegna di un totale nomadismo miniaturizzato alla sola Buenos Aires, Macedonio mai si peritava di rintracciare e recare con sé i manoscritti che scriveva. Quasi sempre infatti finivano felicemente dimenticati nel trasloco da una stanza di hotel alla successiva, e a chi gliene chiedesse conto rispondeva che "la sola idea di poter perdere qualcosa è vanità". Siamo di fronte a un caso di sublimazione di letteratura portatile: i libri risultano così minuti e inservibili da non essere nemmeno considerati se non in chiave di un'attingibilità panica.

2) Laddove Bond usa ingegnosi stratagemmi e complesse stratificazioni di talco per controllare, ad esempio, se gli scatti della propria valigetta sono stati azionati dagli estranei, Duchamp e Man Ray dimenticano una lastra di vetro per anni in uno sgabuzzino, scoprendo alla fine di aver creato gli "allevamenti di polvere". La fotografia degli "Elevage de poussière" testimonia ancora dell'involontario senso colorante della polvere, utilizzando poi la tecnica casuale per colorare i setacci del Grande Vetro.

3) La valigetta di 007 vs la Bote-en-valise di Duchamp.
Tutti conosciamo a memoria la valigetta di James Bond, periodicamente riedita per assecondarlo in missione con sempre nuovi trucchi micidiali, rigorosamente a sorpresa, e a lasciar stupefatto il malcapitato che fungerà da cavia. La valigia di Duchamp è un po' meno nota al grande pubblico. E' il 7 gennaio 1941, è martedì, siamo a Parigi: "La mia nuova scatola è finita - annuncia Marcel a Rochè e ne ho tenuta da parte una per te". Ci ha lavorato senza sosta per sei anni. Dapprima doveva essere un album. Ora la scatola, che contiene riproduzioni lillipuziane di 69 opere, di fato l'intera produzione di Duchamp a quell'epoca, è divenuta una valigia: il contenitore in pelle, una volta aperto, offre un sistema ingegnoso di pannelli che, scostati e spiegati, rivelano le sue opere principali. All'interno del coperchio insomma c'è un vero e proprio museo portatile.

4) Il lusso in cui si ambientano le missioni di Bond è sempre il frutto collaterale della qualità operativa delle missioni. Come abbiamo accennato, neanche una goccia di champagne va sprecato, neanche un bacio alla conquista di turno può distogliere 007 dall'economia della missione. La parodia di questo "non si butta via niente" è descritta nell'abbozzo di romanzo dello shandy viennese Littbarsky. Per anni e anni scrisse un romanzo intitolato "gli spari del celibe", la cui trama consiste nella "storia di Hermann, un uomo che spende male la sua vita dedicandosi ad odiare senza alcun motivo una persona il cui unico delitto semmai fu delitto era stato quello di aver rovesciato per terra, da bambino, una bottiglia di champagne. Hermann si butta anima e corpo a rendere amara la vita del suo nemico, arrivando persino a restare celibe per non perdere neppure un minuto del suo tempo in qualsiasi cosa che non fosse la persecuzione implacabile dello spreco di champagne francese".

Sono tre minimi esempi, inessenziali e portatili in perfetto spirito shandy, che dimostrano tutto il potere erosivo di una situazione ludica.
Che cos'è una situazione costruita? Sul primo numero dell'Internationale Situationniste leggiamo questa definizione: "un momento della vita, concretamente e deliberatamente costruito attraverso l'organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco di eventi". Giorgio Agamben ci avverte però che nulla sarebbe più fuorviante che intendere tale situazione come un momento privilegiato o eccezionale nel senso dell'estetismo. Si può comprendere la situazione solo collocandola nel luogo che storicamente le compete, ossia "dopo la fine e l'autodistruzione dell'arte e dopo il transito della vita nella prova del nichilismo". Come chiosa la Sontag, "L'atteggiamento veramente serio è interpretare l'arte come un mezzo per raggiungere qualcosa che forse si può ottenere solo abbandonando l'arte". Non per niente Duchamp si considerava "dal 1923 un artista spretato".
Nella geografia della situazione vi sarebbe cioè un punto di indifferenza tra la vita e l'arte in cui subiscono entrambe una metamorfosi decisiva. Gesto è questo punto d'incrocio tra la vita e l'arte: è un crocevia su cui convergono "un pezzo di vita sottratto al contesto della biografia individuale e un pezzo d'arte sottratta alla neutralità dell'estetica: prassi pura.

Ancora sul dandy
Nel suo "Il dandy e il feticcio", Giorgio Agamben sottolinea che il dandy (e con lui il poeta moderno, erede dell'esperienza baudelairiana) si fa interprete del tentativo di instaurare con le cose un nuovo rapporto basato sull' "appropriazione dell'irrealtà". Per sottrarsi alle spire dell'utile, per non essere comunque "segnati" dal processo di mercificazione, bisogna scientemente divenire "altro da sé", farsi altro, dismettere la condizione di viventi, riassumere resistenza in una serie di gesti devitalizzati, diventare, come scrive Balzac nel suo Traité de la vie elégante, "un manichino estremamente ingegnoso".
E' qui che James Bond tradisce le attese di chi lo vorrebbe fedele sino in fondo allo spirito dandy: troppo intriso di quell'economicismo tipicamente anglosassone che tuttora imperversa infestando l'epoca, e pressoché da un trentennio, 007 non è in grado di elaborare il gesto sovrano, l'unico che gli consentirebbe di uscire lucidamente dallo scacco. Giunto all'apogeo della sua parabola, per una volta, davvero, non è padrone del campo. Ma questa volta gli sarà fatale.

007 assurge così a simbolo del dandy-shandy mancato.

Lasciare in pace Rigaut

"Sono un gigolò mancato.
Sono un debosciato mancato.
Un amico parlava del mio genio; è morto".
(Jacques Rigaut, Pensieri)

1926. Man Ray gira il film Emak Bakia. Nell'unica scena non astratta del cortometraggio, Jacques Rigaut, il più bello ed elegante degli shandy, scende da un taxi con in mano una valigia, un completo chiaro doppiopetto, una cravatta "discreta" ed un homburg sul capo; sale in casa, si leva il cappello ed apre la valigia: è piena di colletti rigidi bianchi; li prende uno ad uno e li strappa, gettandoli a terra; una volta gettati, i colletti tornano da soli nella valigia, come risucchiato dall'alto, roteando e trasformandosi in forme distorte, mentre Rigaut si stacca il proprio ed esegue la medesima operazione di prima, apparentemente infastidito.

James Bond e il suo odradek

"E adesso specchi riflettete"
(Jacques Rigaut)

Nomadi assoluti, gli Shandy erano soliti prodursi i bizzarre peregrinazioni, il più delle volte senza uno scopo preciso. All'atto di fondazione, nel 1924, Picabia convinse i suoi sodali a raggiungere Port Actif, in Africa, per la meravigliosa assonanza con l'etimo dei portatili [portatif].
Nel corso dei mesi gli Shandy si ritroveranno a Vienna, a Trieste, a Parigi ovviamente, e soprattutto a Praga, tra le cui nebbie ciascuno fece l'esperienza traumatica e decisiva dell'incontro col proprio odradek. Doppio, Golem, animato o non, ogni shandy aveva a seconda del proprio carattere e della propria indole il proprio peculiare odradek.
Dobbiamo il conio del termine, e la cosa stessa aggiungerebbe qualcuno, a Franz Kafka, che lo introduce nel racconto Il cruccio del padre di famiglia, del 1920, in cui l'odradek "originario" viene descritto come un essere che:

"sembra.. una specie di rocchetto da refe piatto, a forma di stella, e infatti par rivestito di filo: del resto potrebbero essere soltanto frammenti di filo, sfilacciati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati fra di loro e di qualità e colore più diversi.... dal centro della stella sporge di traverso una bacchettina, a questa bacchettina se ne aggiunge poi ad angolo retto un'altra. Per mezzo di quest'ultima bacchetta da una parte, e di uno dei raggi della stella dall'altra, il tutto riesce a stare in piedi, come su due gambe".

Nella ricostruzione di Vila-Matas, gli odradek praghesi degli shandy sono nella maggior parte dei casi degli inservienti negri, bizzarri e sostanzialmente emanati "nei labirinti interiori di tutti i portatili a causa della forte convivenza con la figura del proprio doppio". Inizialmente erano stai degli accompagnatori discreti, ma a Praga iniziarono a farsi esigenti, assumendo varie forme, non esclusa quella umana".

In un'altra stanza d'Hotel, molti anni dopo, James Bond scopre l'esistenza del suo odradek. E' proprio Jacques Rigaut, il più bello ed elegante degli shandy.
Situazione costruita, Bond e Rigaut dai due lati dello specchio. Rigaut trova il gesto che spezza il paradosso del dandismo di Bond. Prassi pura, come suggerito da Agamben.
Per la precisione è un non-gesto, coerente con la logica di sottrazione tipica degli shandy e con la sinteticità portatile: Rigaut indossa dei guanti bianchi sul petto: questo il non-gesto che disinnesca Bond.
Lo ipnotizza coi guanti bianchi messi sotto le falde anteriori della giacca: i guanti neri che Bond sempre aveva calzato e visto calzare per portare a termine le missioni senza lasciar traccia (soffocare un agente nemico, maneggiare corpi di reato, disinnescare un ordigno), ora sono lì, sul petto del suo doppio, disinnescati e candidi. Inservibili. Il suo doppio Rigaut lo ha reso partecipe del segreto shandy come in un'epifania: "non c'è niente da fare, niente da fare".
Bond è in stallo, perfettamente sospeso come quei guanti sul petto allo specchio.
L'epifania dello specchio, in cui Bond incontra il suo odradek, lo segnerà per il resto dei suoi giorni. Non ne morrà, certo: perché morire farebbe parte del gioco, del programmabile, della logica di cui 007 è signore, e per questo sarebbe ancora annoverabile nell'economia dei significati e delle evenienze approvabili. Bond tenta un'ultima difesa: ma è un accenno. Tutto è perduto, proprio perché non c'è alcun finalismo altrui da controbattere, non c'è offesa, nulla da cui salvarsi. Semplicemente (terribilmente), tutto gira a vuoto, sottraendosi al senso. Come la risata di odradek, simile "al sussurro delle foglie cadute". Come l'odradek di Marcel Duchamp, ovvero l'opera intitolata "con rumore segreto", suo personalissimo rocchetto di spago tra due piastre di rame, fissato con quattro bulloni. All'interno Walter Arensberg ha aggiunto di nascosto un piccolissimo oggetto (altro segreto portatile) che crea un rumore quando lo si scuote: rumore come di passi di odradek. Risate e passi, ma non per Bond: il suo odradek è Rigaut, che lo guarda immobile da dentro lo specchio.
Ci è finito nel famoso "passaggio nello specchio" a Oyster Bay, in cui Rigaut (sotto lo pseudonimo di Lord Patchogue, nell'omonimo libro) descrive la sua straordinaria esperienza in ogni minimo dettaglio:

"Il 20 luglio 1924, a Oyster Bay, in casa di Cecil Stewart, ho compiuto quest'incredibile prodezza. ci sono testimoni -ho preso una breve rincorsa e a fronte bassa ho attraversato lo specchio. È stato facile e magico -un leggero taglio sulla fronte, ferita impercettibile e fatale. Da allora, mentre prima ogni specchio portava il mio nome, ora sono io che dall'altra parte vi rispondo, sono io che vi informo, sono io che vi plasmo (...)
Lord Patchogue e la sua immagine si fanno lentamente incontro l'uno all'altra. Si studiano in silenzio, si fermano, s'inchinano. Da quale vertigine è stato colto Lord Patchogue. Fu breve, facile e magico: Lord Patchogue si è lanciato a testa bassa (...). Lo specchio all'urto, al trapasso, vola in pezzi, ma in quanto a lui eccolo dall'altra parte (...) Sola a sanguinare impercettibilmente era la fronte di Lord Patchogue (...). All'indomani due operai vennero a sostituire lo specchio. Una volta terminato il loro lavoro, Lord Patchogue era scomparso"

Ora Rigaut è al di là del vetro dello specchio e lo guarda.
All'inizio Bond "elude la violazione fingendo di non essere stato visitato da nessuno", come era successo pressoché a tutti gli shandy di Praga quando s'imbatterono per la prima volta nel loro odradek. "Ma subito comprende che quella violazione che sulla sua persona commette la semioscurità inferiore è la più acuta e creatrice delle violazioni: si arrende quindi al suo odradek, perché sa che si perderà con lui nel caos dal quale nascerà, alla fine, la letteratura portatile".

Da quel giorno Bond è come impazzito. Chiuso in un mutismo inaccessibile ripercorre la geografia di tutte le sue missioni. Senza soluzione di continuità, centinaia di operazioni spionistiche esemplari, recita se stesso senza passioni, il perfetto shandy raccolte in due decine di pellicole esatte (o se preferite nelle edizioni di Ian Fleming e dei suoi sceneggiatori postumi).

Il suo mutismo è interrotto solo dalla risata-fruscio del suo odradek, o al massimo da alcune sentenze memorabili che ama intonargli a voce alta, e alternate:

"L'agente accoppato di fresco si masturba lo stesso."

"Sparate sempre prima di strisciare."

"Quando la strada è fatta, bisogna rifarla."

"Viaggio solo per collegare la mia geografia."

Bond se ne sta immobile anche per giorni interi, lo sguardo assente di chi ha perso il centro. Ama di tanto in tanto immergersi nel dilagare dell'acqua nella vasca da bagno, metri cubi su metri cubi di liquido, mentre il suo Odradek mormora le parole estreme di Celan: "Partire, comunque partire. La lunga lama dell'acqua cancellerà la parola".

Filippo Pretolani

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