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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
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Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[21/9/2004]

# 3_Filippo Pretolani_II

Aprire il fuoco / Chiudere la partita
Gli impensabili NO di Luciano Bianciardi e Gigi Riva


“Perché è giusto che ognuno rimanga fedele al suo destino.”
(Roger Caillois, 'La Roccia di Sisifo')

“Non l'ho mai confessato a nessuno, ma una volta parai un tiro in porta di Luigi Riva. Successe a Cagliari durante un incontro con i rosa-nero del Palermo. Ero andato a parlare con Manlio Scopigno e ottenni l'onore di andare in campo coi 29 (giocatori, arbitro e segnalinee), travestito da fotografo. La macchina fotografica l'avevo (di fabbricazione sovietica, con pellicola a colori), e anche scattai qualche istantanea stando a ridosso della porta palermitana, contro la quale imperversavano Bobo Gori, l'elegantissimo Nenè e perfino Niccolai. Mi faceva impressione perché non avevo mai visto una partita da quella angolazione. Quando il tiro di Riva, un tiro assolutamente perso, mi si avventò addosso, alla meglio io parai, per difendermi lo stomaco da quell'impatto micidiale. Non fu una bella parata: una parte del pubblico rise. Ma io mi salvai dalla duodenite, bene o male”.
Questo curioso brano di Luciano Bianciardi testimonia di un'affascinante intersezione, si voglia pure contingente, tra le parabole di due atipici personaggi della seconda metà del novecento. A questo punto verrebbe la tentazione di andare più a fondo e tentare un più solido parallelo.
Eppure cos'avranno in comune il più grande attaccante italiano del calcio moderno e l'ubbioso scrittore grossetano e anarcoide? Poco o nulla, di per sé, se vogliamo attenerci a un livello antropologico normale o superficiale. Amano la solitudine, i superalcolici, le passeggiate notturne (in un caso a piedi, per Milano, nell'altro, in lunghe cavalcate notturne sulla costa sarda, con la Dino blu, ascoltando Luigi Tenco, il suo preferito, e De Andrè). Ma al di là di queste affinità liminari, è a un altro livello, più sotterraneo, che andrebbe tracciato il raffronto: il tentativo è quello d'intuire certe diagonali ben nascoste che collegano i loro universi di riferimento, spingendo Riva e Bianciardi a pronunciare due tra i più incredibili NO del dopoguerra italiano.


Luciano Bianciardi

“Il progetto abbandonato, l'opera deturpata si congiungono,
si confondono in un volume a malapena identificabile,
ma nel quale si inscrive e si riassume l'intero destino
del tentativo artistico: il fallimento, all'inizio quasi inevitabile,
e, in caso di riuscita e di miracolo, il deterioramento finale,
ancor più inevitabile. Nel frattempo, adatta a sedurre un essere
effimero e inconseguente, la possibilità di una gloria durevole,
che gli sopravviverà a lungo, ma non sempre.”
(Roger Caillois, 'Pietre')


Nato in quel fatidico 1922 in cui escono l'Ulisse, la Terra Desolata e le Elegie Duinesi, cresciuto in una maremma grossetana in cui la povertà si suddivide equamente tra contadini e minatori, Luciano Bianciardi era figlio di una maestra. E come spesso capita ai figli d'insegnanti, si educò a un armonico e razionale dar conto del cosmo che l'avrebbe poi relegato a forza nel grottesco,“spirito impaziente e avido che l'ironia condanna all'inadesione e, spesso, all'ingiustizia”. I racconti del padre, invece, lo appassionano al Risorgimento, e alla figura mitica di Garibaldi, che, non a caso, e non di rado, affiorano nei suoi libri. Dopo la laurea in filosofia alla Normale di Pisa, ovvia e ultima conseguenza di un'adolescenza vissuta tutta da primo ex multis, l'esperienza della guerra lo segnerà in modo indelebile. L'iniziazione alle armi impartitagli a Stia, nelle foreste del Casentino - dove “con i panni grigioverdi dell'esercito si pareva tutti improvvisamente invecchiati” - e le prime operazioni vere, sotto il fuoco del bombardamento su Foggia nel luglio del '43, lo introducono ruvidamente in quel mondo grottesco, ironico e amaro da cui non si staccherà più, e che tanta eco troverà nel suo carattere, prima ancora che nei suoi libri.
Tornato alla vita cittadina, partono gli anni dell'impegno civile, tra fervori e disincanto, in cui fa breccia in lui quell'indole anarcoide che lo accomiata subito dai comunisti (“mi sembrano dei preti”, ottusi e iperideologici come sono quei provincialissimi anni ‘50) e gli inculca uno spirito libertario naïf che non troverà mai un'autentica consacrazione. Soffocato da un matrimonio affrettato, ingoffito in panni di bibliotecario e di maestro che gli vanno davvero stretti, decide di prendere il primo treno utile per la fuga: il suo attivismo politico e culturale, l'attività dei cineforum e le inchieste giornalistiche (splendido il documento Bianciardi-Cassola sulla tragedia della miniera di Ribolla del maggio 1954) gli valgono una segnalazione all'intellighentsia milanese. Giangiacomo Feltrinelli lo fa contattare per la nuova casa editrice che va plasmando in quegli anni. Accetta. Ed eccolo a Milano, primo fondamentale suo esilio. Il suo carattere indocile lo rende inadatto alla vita d'ufficio, ben presto la redazione gli presenta il conto. Viene licenziato, pur in modo edulcorato e pur con la possibilità di entrare nell'orbita del mondo delle traduzioni, da cui non uscirà più. “Ribalto libri nel mio battonaggio quotidiano…”. Poi, improvviso, dopo una serie di libri che avevano ricevuto un'accoglienza interlocutoria, pubblica “La vita agra”. È il 1962, è un successo clamoroso. Dopo anni di gavetta, di cinghie tirate per mantenere due famiglie (nel frattempo convive con una donna a Milano, da cui avrà un terzo figlio).
Profondamente autobiografico, il libro racconta i travagli di un giovane intellettuale che sale a Milano e sogna e trasogna di vendicare con un improbabile attentato i morti di Ribolla: far esplodere col grisou il “Torracchione” della Montecatini, missione implicita che pure sente di avere chiara su di sé.
Il successo non lo salva, anzi lo perde. Cessate le difficoltà economiche, non cessano le ossessioni. Negli ultimi anni teme di diventare (e quindi diventa) una sorta di mangiafuoco da salotto. Qualcosa, dentro di lui, cede. Un po' di serenità solo in un viaggio a New York. Molte collaborazioni giornalistiche. Depressione. Tristezza infinita. Il secondo esilio, a Rapallo, dove insegue, anestetizzato, la morte civile e infine, disillusione estrema, l'autodistruzione.
Il suo è il profilo dell'ossidiana: “lei, l'anarchica, l'ardente raffreddata troppo in fretta per aver avuto il tempo di accedere alla complessità dei cristalli, resta al di qua di ogni struttura intima. In essa, gli atomi e gli ioni non si organizzano in edifici rigorosi, che informino la materia e le consentano riaccogliere o rimandare la luce. Non offrono allo sguardo superfici piane, limiti rettilinei,angoli precisi, immutabili. Una maledizione pesa sulla roccia scabra, che la condanna a non riflettere, degli oggetti, che i profili oscuri: fantasmi cupi ed incerti”.


Gigi Riva

“Dopo il mio ritiro giuravano che sarei tornato a giocare.
Sono ancora lì che aspettano.”
(Gigi Riva)

Sublimò nel suo inarrivabile sinistro tutta la rabbia di uno cui abbiano negato l'adolescenza. Sotto il sole a picco nel campetto della parrocchia di Leggiuno, suo paese natale, nel varesotto, dove già giovanissimo calciava come un ossesso, mai avrebbe sospettato in cuor suo che la sua esistenza si sarebbe svolta tutta, eroica, in Sardegna. Ci finì per caso, e controvoglia. Era un giovane esordiente nella selezione juniores di serie C, quando in una trasvolata per raggiungere Siviglia scorse sotto le nubi il profilo dell'Ichnusa. Pensò al collegio, dov'era cresciuto dopo l'improvvisa scomparsa dei genitori, e a quella terra brulla, e un poco si consolò: “Sarò messo male, ma quelli stanno anche peggio di me. Io laggiù non metterò mai piede”. Poche settimane e il suo cartellino venne acquistato dal Cagliari. È la primavera del 1963: Gigi ha 19 anni. I dirigenti sardi, dovendo la squadra affrontare due trasferte consecutive in Lombardia, avevano ottenuto in prestito il campo del Legnano, rimanendo abbacinati dal sinistro di quel Riva Luigi, ala sinistra, poi“naturalizzato” centravanti, ma sempre col numero undici cucito sulla schiena (indossò la nove in un'unica circostanza, con la maglia azzurra, e si spaccò una gamba…).
“Non ci vado”, pensò, ma intanto accetta di andare una settimana in prova, con la sorella, “come semplice atto di cortesia nei confronti delle due società”. Non sapeva ancora che in Sardegna sarebbe restato per oltre quarant'anni, ed è tuttora là. Ad accoglierlo sulla pista di Elmas trovò Silvestri e Longo, il capitano argentino dei rossoblu, che lo rincuorava dicendo che in fondo Cagliari non era poi male come poteva sembrare a prima vista.
Taciturno, scontroso e involuto, trovò nell'indole sarda una naturale estensione del proprio spirito. Riva e i sardi “si sono detti molte cose con i silenzi”, ecco tutto. Carriera rapida e inesorabile: nel 1963-64 porta i rossoblu dalla B alla A, poi ottimi campionati fino a essere l'inimitabile artefice dell'incredibile scudetto 1969-1970, culmine dell'epopea sarda di “giggirrivva”, anche se in ossequio alla fonetica sarda sarebbe forse più corretto “giggirrrivva”, con la “r” leggermente più insistita della “v”. Tre volte capocannoniere della massima serie italiana, ai mondiali del Messico 1970 destò le stesse attese di Pelè, O Rey, tanto che la pressione (atmosferica – si giocava in altura – e giornalistica) lo condizionarono non poco nel rendimento. Segnò comunque tre gol, e con Rivera entrò nel mito di quell'Italia-Germania 4-3, insuperata epopea italica ai massimi campionati. Non era uno che si tirava indietro: regalò due gambe alla nazionale. Caparbio, ritornò lui. Ma rientrato dal secondo, gravissimo infortunio, il primo febbraio 1976, Cagliari-Milan, correndo fianco a fianco col difensore rossonero Aldo Bet, d'improvviso si accasciò a terra. Lo stadio ammutolì: si era sfilato il capolungo dell'adduttore della coscia destra. L'operazione, gl'interminabili tempi di recupero, ma i medici si dichiaravano ottimisti: “Riva potrà ritornare a giocare”. Ma lui decise di smettere: il 9 aprile 1977, a soli 31 anni, ne darà l'annuncio.
Guardando all'indietro, contro ogni logica e ogni pronostico, non abbandonò mai, dunque, la casacca del Cagliari. Ma su questo, torneremo dopo.


Virtù ossidianiche

Per ora ritorniamo alla questione che abbiamo accennato all'inizio: cosa accomuna Gigi Riva e Luciano Bianciardi?
Sono due esseri taciturni, serissimi entrambi, diagonalmente contrapposti: slabbrato l'uno quanto tenuto l'altro, ma comunque avvinti in un rigore ostinato, dissimmetrico e vitale.
D'acchito potrebbe sembrar difficile riferirsi a una forma di rigore nella vita di Bianciardi, noto per il modo in cui dissipava in una tardiva bohème i suoi talenti letterari, tirando a campare con un flusso ininterrotto di traduzioni e collaborazioni editoriali. Traendo ispirazione da quelle che Roger Caillois definiva “scienze diagonali”, il segreto è sempre quello di abbandonare le dissimiglianze superficiali, cercando e dando invece spazio alle continuità sotterranee più profonde.
Il rigore di Bianciardi è nello stile. Non tanto in quello letterario, che riluce forse in poche dozzine di pagine in tutto (opinabilmente, indicherei il primo capitolo di “Aprire il fuoco”, tratti de “La vita agra” e de “Il lavoroculturale”, oltre a “Viaggio in Barberia” e poche altre), e quasi mai negli articoli, quanto piuttosto quel peculiarissimo stile con cui per tutta la vita ha cercato di convivere e di arrabattarsi col proprio carattere, con l'accidia, con le durezze inflittegli dalla sorte e un po' autoimpostesi con l'esilio, milanese prima e a Rapallo nell'ultimo periodo. Uno stile nutrito in modo assai paradossale di rigore e dignità. In questo sta forse lo stile di Luciano: in quel suo modo tutto umano di perseguire un'eccellenza, al di là delle sconfitte e delle meschinità, delle frustrazioni e delle mediocrità che costellano la sua come la nostra vita.
A dispetto e in barba a tutto ciò, quello che resta è una traccia, per quanto scostante e incoerente, di dignità, di moralità. Certo egli riderebbe di una simile qualificazione, di quella sua bella e grassa risata che tanto lo faceva piacere alle donne, alle sue donne. Riderebbe di quel riso amaro che gli insegnarono la guerra e il disincanto del suo sguardo caustico di esule che mitizza la propria città d'origine. Del resto ogni classificazione è violenta, e l'unica difesa che si possa invocare contro la violenza è l'ironia.
Eppure virtù fu la sua, nel rifiutare temerariamente il Corriere, seguendo un codice implicito e precario che pure dettò la sua decisione in quell'istante. Per capire il suo rifiuto occorre tornare al clima di quegli anni. Bianciardi aveva svoltato col successo de “La vita agra”, ma era depresso. Capiva che a Milano gli stavano dando una sorta di patente di anarchico: “avevo scritto un libro incazzato e speravo che si incazzassero anche gli altri. Invece è stato un coro di consensi, pubblici e privati, specialmente a Milano (…). Il mondo va così, cioè male ma io non ci posso fare nulla. Quel che potevo l'ho fatto, e non è servito a niente. Anziché mandarmi via da Milano a calci nel culo come meritavo, mi invitano a casa loro”.
Fu Indro Montanelli a convocarlo in via Solferino, con la proposta di un sontuoso contratto di collaborazione. Bianciardi ascoltava, Montanelli nel congedarlo (lo scrittore ci voleva pensare su) gli intima un eloquente “non fare il bischero”. Ma Luciano rifiutò. Si disse che non accettava l'idea di lavorare nel giornale simbolo di tutti i torracchioni milanesi. Collaborò invece con “il Giorno”, il giornale che Enrico Mattei aveva voluto nell'ambito del suo progetto. Oltre a una serie di collaborazioni con Playman, Kent, Le Ore, ABC e altre testate di genere. Di grande successo la sua rubrica sul Guerin Sportivo (“così è se vi pare”, una rubrica di lettere) e il suo TeleBianciardi, del giornalismo televisivo. Bianciardi era così: a certe cose “non si concedeva…”.

Dello stile di Riva è persino ozioso parlare. Se il mito è l'organizzazione di una singolarità irriducibile, Gigi Riva è un mito.
A dispetto delle origini lombarde, Riva è un mito tutto sardo. Un mito fatto in casa, che il popolo sardo ha visto sorgere, crescere e imporsi a tutto tondo, non come Paolo Fresu o i Tenores di Bitti, acclamati in Sardegna solo dopo essere stati scoperti all'estero o dall'estero con una passione etnica estetizzante che non è degna del loro talento. Per Riva e in Riva viene creato il Sant'Elia come stadio di tutti i sardi, in luogo dello storico Amsicora, non più in grado di ospitare le decine di migliaia di persone che a ogni domenica casalinga invadevano la capitale. Pare che addirittura i pastori dell'anonima sequestri, e persino il mitico Graziano Mesina, iper latitante, siano andati allo stadio a vedere i match decisivi dello scudetto della squadra allenata da Manlio Scopigno.

Sul mito Riva cerca di mettere le mani la Juventus. Da Barthes in avanti, si sa che “il mito può sempre, in ultima istanza, significare la resistenza che gli viene mossa”. E l'arma migliore contro il mito è forse quella di mistificarlo a sua volta, è produrre un mito artificiale. Ed ecco che la Juventus cerca di sedurre Riva cercando di creare su di lui e in lui un nuovo mito: lo mitizza come mito al quadrato, come valore stratosferico, rilanciando anno dopo anno, campagna acquisti dopo campagna acquisti, dal 1965 per otto anni consecutivamente, secondo una scala impazzita. Nel 1973 il presidente della Juventus Giampiero Boniperti arriva all'offerta perfetta, almeno dal punto di vista della società cagliaritana: un miliardo più sette giocatori: Bettega (allora un giovane, sboccerà quattro anni dopo), Musiello, Cuccureddu, Gentile, Roveta, Butti e Ferrara. La dirigenza cagliaritana prima vacilla e poi accetta. Precisando comunque che sarà necessario che il club torinese convinca il numero undici cagliaritano.
Riva s'infuria, sente che l'affare è stato fatto sopra la sua testa. “Non ci vado, piuttosto smetto di giocare”. Non è la prima volta che una grande squadra lo corteggia. Il Milan sta da sempre tenta ndo di inserirsi nella trattativa. L'Inter stava per sfiorare il colpaccio, ma Helenio Herrera, improvvido, gli avevapre ferito Pascutti del Bologna, un bomber quasi a fine carriera. Ma l'offerta della Juventus ha del clamoroso. Niente e nessuno sembra poter bloccare un trasferimento che sarebbe nella logica delle cose. Un grande fuoriclasse, maturato in un club di provincia, dopo aver già vinto uno scudetto, deve accettare una proposta che lo proietterebbe in una grande squadra, che col suo apporto avrebbe potuto vincere tutto, in Italia come nelle competizioni internazionali.
Ma Gigi Riva s'impunta. “Non voleva abbandonare la Sardegna. Non gli interessava [il fatto] di rinunciare a uno stipendio pari al triplo di quanto non guadagnava nel Cagliari; non lo seduceva la grandezza della Juventus, men che meno il famoso stile Fiat. Non lo abbagliava la partecipazione alla Coppa dei Campioni dopo la sporadica esperienza di tre anni prima. Il braccio di ferrò durò un mese: vinse Riva” (Stefano Boldrini, Professione Gol, la straordinaria vita di Gigi Riva, Limina 1999). Partita chiusa.

Così Riva alla fine non rinuncia al suo rapporto privilegiato con la Sardegna, e anzi si guadagna la fama di “quinto moro” del vessillo sardo. Una Sardegna che addirittura avrebbe minacciato benevola di rapirlo, pur di sottrarlo all'eventualità di un esilio torinese. Un legame inossidabile in grado di resistere anche alle strumentalizzazioni. Ad esempio alle strumentalizzazioni di chi aveva associato il Cagliari di Riva al sogno del rilancio industriale dell'isola, il cosiddetto piano di rinascita iniziato nel 1962 e che avrebbe dovuto concludersi nel 1974. in quegli anni arrivano i petrolieri: l'idea è che in Sardegna si debba raffinare il petrolio. Con la crisi del 1973 il sogno diventa un incubo, l'incubo trasognato della Sardegna degli idrocarburi. È profondamente sbagliata l'identificazione di Riva con questo mostro triste e senza futuro. Riva è invece in colloquio con la Sardegna vera, quella dei silenzi e dei pastori. Non con quella estetizzante e sciapa delle manie etniche. Tant'è vero che anche i pastori di Orgosolo lo rispettano, quelli del fogu a intru, ossia del sigaro toscano fumato con la brace introiettata verso la gola, per non essere distinguibili nell'oscurità. Piuttosto la figura di Riva andrebbe ricondotta a una Sardegna più unita, con lo sdoganamento della città di Cagliari, fino ad allora una sorta di corpo estraneo nella Ichnusa, che guarda caso nel racconto mitico delle origini dell'isola significherebbe “orma di piede”.


Le sragioni di un NO

“Possano altri dire il sì che noi non abbiamo pronunciato mai,
possa la loro volontà desiderare soltanto di raggiungere il fine
che persegue, e cresca con gli ostacoli che incontra,
cresca con le sconfitte che subisce, cresca con le vittorie che riporta.”
(Roger Caillois)

La grandezza di un NO è nella potenza dell'istante. Il magma si battezza a caldo, quando, nell'impazzamento del calore, ogni direzione sembra possibile. Questo è il momento decisivo. Lì si separa il SÌ dal NO. Poi il raffreddamento del magma in lava porterà alla statica algebra della pietra. Puro accidente. Ininfluente. Un sasso buono da lancicchiare nel lago di Massaciuccoli. O da gettare intatto tra le onde di Chia.
Dicono che nell'esistenza di ognuno vi sia un atto, un gesto o un evento che, letto a ritroso e proiettato in avanti, dia senso ed illumini la vita intera. L'epopea di Riva e quelladi Bianciardi sarebbero inconcepibili senza quei NO. E sono proprio quei NO a tessere tutta la trama che lega a filo doppio le loro due esistenze.
Il mito di Cagliari sarebbe svanito sotto i raggi di un banalissimo trasferimento alla Juve. E
l'agro Bianciardi murato nel Torracchione di via Solferino sarebbe stato un non-senso patente.
Il fantastico sta tutto nell'inconcepibilità di quei NO irragionevoli e irricevibili, che violano l'interdetto, il luogo comune su cui tutti convengono (“Non si può dire NO al Corriere, o alla Juve”).

Ora, non esiste niente, non appare, se non trasgredisce e non rompe improvvisamente una regolarità stabilita e che sembra imperturbabile. “Non si possono violare tutti gl'interdetti. Ma ciò che conta è soltanto l'infrazione. È la sovranità. Il pensiero è un interdetto inutile” (Bataille, La pura felicità).
Ma nulla, nelle coppie oblique, può essere dato per scontato, nemmeno la traiettoria diagonale che li collega. Tutto ruota come in una piattaforma girevole, e può anche ribaltarsi nel suo contrario, dal ribaltamento dei libri da una lingua all'altra in Bianciardi, alla rovesciata in acrobazia di Riva, figure di un loro personalissimo tango. E neppure la loro capacità di negarsi deve per forza reggere alle lusinghe del tempo: all'indomani Bianciardi avrebbe potuto benissimo accettare una proposta di lavoro pagato dalla Torracchionissima Fiat, come poi del resto ha fatto con il reportage “Viaggio in Barberia”. Ma l'abbiamo detto: il valore di un NO è nell'istante, e quel NO suggella tutta la loro vita. Eventuali rimorsi postumi o gesti in apparenza contraddittori non scalfiscono la grandezza del gesto sovrano: qualora affiorassero, andrebbero relegati in quell'umana debolezza che abitiamo dopo aver abdicato a noi stessi, e alla grandezza di cui una volta, nell'istante, siamo stati capaci, e che ora è irreplicabile. Un NO è per sempre.
In questo senso poco conta che Riva, in anni più recenti, parrebbe aver confidato allo stesso Boniperti che il NO alla Juve sia stato forse l'unico errore della sua carriera. Anche fosse vero, sarebbe solo l'ennesimo caso in cui gli artisti non si rivelano all'altezza della propria opera. Peraltro, di recente gli hanno anche proposto di candidarsi nelle fila di Forza Italia. Non ha accettato – un altro NO: i miti non si schierano facilmente da una parte sola – ma ci ha pensato a lungo…


In exitu: la vertigine dell'abbandono

“Ho raggiunto la realtà ultima, che non è il nulla,
ma il grigiore che sono diventato. (…).
Ammettere la disfatta, assaporare il fallimento, (…)
la gloria dello smarrimento, l'avventura del grigiore”
(Emil Cioran)

Il NO al Corriere è l'ultimo guizzo sovrano, poi Bianciardi non ce la fa, cede.
Corroso dalla vitaccia da ribaltatore di libri, svaniti i sogni di tornare alla sua mitica Grosseto, constatata amaramente l'estraneità della famiglia di Maremma (rivede i figli, ormai cresciuti, ma capisce che la loro vita è altrove), si abbandona alla vertigine. L'orrenda Rapallo e l'acedia fanno il resto.
“La vertigine – scrive Caillois - si ha quando un essere, anziché lavorare sulle cose e cercare di comporle a suo modo, cede al loro peso e le segue là dove esse sono trascinate. Le abbandona a se stesse e si abbandona allo stesso tempo in loro balia. Più ancora, le aiuta, le spinge sulla loro china e si inebria accelerando il meccanismo che le trascina”.
Nella sua deriva, la grandezza ultima di Bianciardi (in maniera assai più netta rispetto all'ennesima tentazione di Riva) è quella di aver detto NO anche all'ethos, di essere riuscito a sgretolare, a bersi anche l'ultima stilla di ethos che gli era rimasta in corpo e che aveva connotato in quel NO l'intera sua parabola terrena. Anche se, come già detto, il senso profondo di quel gesto non ne viene inficiato, e nella sua essenzialità l'ethos, la traccia dell'ethos, rimane tutta compresa e suggellata in quel NO. Il suo sberleffo suicida ci regala piuttosto il rifiuto di un Bianciardi icona perdente del moralismo radicale, simboleggiando invece la cronica assenza di respiro,la mancanza di una misura durevole per chi abbia vissuto “nell'arione” asfittico del ‘900.
Quanto a noi, in un'epoca bianciardianamente senza respiro, cui (ne prendiamo atto) è preclusa ogni epica, ci è solo concessa la libera testimonianza da entomologi. Sta a noi, “esseri del crepuscolo”, noi che “in questo mondo che si raffredda, siamo già di ghiaccio”, conservare ai posteri la testimonianza di chi ha saputo fare di sé una piccola scintilla orgogliosa.

A questo punto, capitasse qui, Luciano, e sentisse tutto questo, ghignando dal suo cappottone, direbbe ancora NO.
Fatiche di Sisifo? Lavoro Culturale? Forse. Ma preferiamo pensare che “Non esiste lavoro inutile. Sisifo si faceva i muscoli…”

Filippo Pretolani

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