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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[11/2/2006]

# 8_Marco Vaglieri_II


L'incontro

C'è stato un tempo - non lontano per la verità in cui lavoravo vicino al cimitero maggiore di Milano. Scendevo dal tram all'ultima fermata dell'interminabile viale che dal centro della città porta fino a quei paraggi. Giravo poi a sinistra, attraversavo la zona delle botteghe che vendono monumenti funerari e mi imbucavo, infine, in un palazzotto di vetrocemento arenato sulle rive della tangenziale. In quel breve tragitto, spesso immerso nella nebbia, pensavo a mio padre sepolto anche lui come centinaia di migliaia di altri laggiù da qualche parte nello sterminato camposanto. Una sera, rincasando, mi decisi a costeggiare il muraglione del cimitero. Procedendo sul sentiero, circondato da stoppie e rifiuti, ebbi la sensazione di essere osservato. Alzai gli occhi appena in tempo per vedere una testa che si ritraeva veloce scomparendo di là dal muro. Mi fermai col batticuore e percepii un lieve rumore di passi che si allontanavano.

La cosa ebbe a ripetersi nei giorni seguenti fino a che una sera, invece che affrettarmi verso la fermata del tram, mi acquattai tra i cespugli. Passarono alcuni minuti: la testa fece nuovamente capolino e dopo qualche esitazione si mostrò pienamente. Era mio padre. Sembrava tranquillo, teneva le braccia appoggiate al muro come se stesse affacciato ad un balcone. Quando guardò dalla mia parte io non riuscii a resistere e sollevando il busto oltre gli sterpi lo chiamai a gran voce Papà, papà! Sono io! Sono qui! lui non rispose, mi fissava come se avesse paura. Sembrava un animale selvatico: teneva sotto controllo la distanza che mi separava da lui. Io, fermo al mio posto, agitavo di tanto in tanto le mani salutandolo quasi fossi su un piroscafo in partenza. L'attenzione di mio padre fu poi attratta dalla luce dei semafori: ne approfittai per avvicinarmi ma lui si dileguò precipitosamente. Ricomparve un paio di minuti più tardi, tra le fronde di un vecchio pioppo che si affacciava alla muraglia, cinquanta metri più in là.

Quella notte abbracciai mia moglie in un modo che lei mi chiese se era successo qualcosa. Le raccontai del mio incontro e lei mi disse che per parlare con i morti ci vuole molta pazienza e non bisogna avere grandi pretese poi, solo perché i tuoi affari ti hanno spinto verso di loro. Tornai al lavoro il giorno dopo e quello dopo ancora. Discesi sempre alla stessa fermata, camminai ancora nella nebbia e un giorno rividi mio padre. Era seduto su un muricciolo appena fuori dal cimitero e mi dava la schiena. Mi avvicinai in silenzio e gli appoggiai una mano sulla spalla: ebbe un sussulto, lasciò cadere il coltellino e il legnetto con cui si stava trastullando e fuggì alzando una nuvola di polvere. Non riuscii neppure a fare un passo, che già era di ritorno, correndo al galoppo: mi stava caricando! Ero terrorizzato: mio padre, morto ma furioso si dirigeva di gran carriera verso di me con gli occhi di un bufalo della savana. Cercai di fuggire urlando "Papà, papà!" ma lui guadagnava terreno e ad un certo punto mi travolse. Rotolammo per terra, sentivo il suo respiro affannoso, ebbi paura e trovato un bastone tra l'erba cercai di difendermi rintuzzando i suoi attacchi. Al primo colpo però il bastone rimase attaccato alla sua schiena e le mie mani al bastone. Eravamo una cosa unica. Mio padre riprese a correre e si inoltrò nella boscaglia trascinando il bastone e me. Fu una corsa cieca. I rami ci ferivano la faccia e ogni tanto io perdevo l'equilibrio finendo a terra, trascinato avanti dalla sua furia. Presto gli alberi si diradarono e ci ritrovammo allo scoperto sul bordo di una strada e improvvisamente quella specie di sortilegio che mi aveva incollato al bastone cessò. Mi ritrovai libero e lui pure. Come fuori da un incantesimo mio padre si fermò: aveva gli occhi buoni di sempre. Si spazzolò i calzoni e si avviò a grandi passi verso il camposanto lasciandomi lì a guardarlo allontanarsi ancora una volta.

Ora ho trovato un altro lavoro e non passo più dalle parti del cimitero. Mia moglie dice che dovrei tornare a cercare mio padre ma io non ne ho mai il tempo. Magari un giorno passerò di là e lascerò un biglietto, su quel muro, con scritto sopra il mio numero di telefono.

Marco Vaglieri

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