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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[13/2/2006]

# 10_Valeria Montaruli


Titolo: Espiazione in nero.
Genere: storia di discriminazione razziale e di emarginazione.


Pablito continuava imperterrito a raccogliere pomodori alla controra. Chili e chili di pomodori, con cui riempiva grossi bidoni che venivano portati via dai camion dei padroncini. La pelle scura si spaccava in squame di lucertola, come la terra della valle crepata in ferite d'arsura. Nonostante la giovane età, la sua faccia era come cuoio indurito e la lana dei capelli crespi tratteneva le gocce di sudore. Non dava confidenza alla sete e solo dopo molte ore di lavoro accostava le labbra ruvide come carta vetrata alla borraccia, mandando giù sorsi d'acqua invecchiata. Non pensava ad altro che a staccare pomodori dalle pianticelle: alcuni erano piccoli come capezzoli, altri sembravano enormi nasi arrossati e bitorzoluti.

Aveva quindici anni ed era una bestia da lavoro. Perciò veniva inserito in squadre di lavoranti adulti. I suoi compagni lo guardavano con un misto di condiscendenza e di ammirazione, ma anche con timore, perché lui crescendo avrebbe avuto più vigore, mentre loro avevano ancora pochi anni di resistenza alla fatica e al calore della controra. Vicino a lui s'era Loris, un cinquantenne dalla faccia incartapecorita dal sole battente. Non ce la faceva a lavorare di fila e ogni tanto si fermava e cercava di attaccare bottone. Ma Pablito gli rispondeva a monosillabi. Non si curava di nessuno e non partecipava ai chiacchiericci sulle donne e sulle partite di calcio. S'isolava nel suo angolo di lavoro e pensava solo a staccare i pomodori dalle pianticelle e a riempire bidoni. La patina della sua pelle color cioccolato scartavetrava la pioggia arroventata di radiazioni solari e sembra isolare il sistema nervoso da ogni sensazione dolorosa.

Arrivò inaspettato il giorno nero dell'esplosione. Il sole era già allo zenit, quando Pablito sentì l'urgenza di pisciare. Si tolse i guanti e il berretto e si allontanò dal gruppo. Raggiunse un ulivo grosso e cavo e si sbottonò la patta dei pantaloni di cotone grezzo. Tirò fuori l'arnese e, direzionandolo con la mano, lo puntò contro il legno innaffiandolo con un getto spesso di piscio. Era voltato di spalle e non si accorse di essere circondato da un manipolo di giovinastri locali. Se ne rese conto quando, mentre sgrullava il pene svuotato, un sasso gli piombò sulla spalla. Si girò come un manichino con gli occhi bianchi.

Loro indossavano jeans strappati, magliette nere, cappelli da cowboys e scarpe di cuoio a punta. Incrociarono tutti le braccia. Pablito socchiuse gli occhi facendoli diventare fessure scure. Si soffermò con lo sguardo su uno di loro, allampanato e coi capelli sale e pepe, che si muoveva come un giunco sospinto dal vento.

I giovinastri incominciarono a vomitare parole. Pablito non parlava ancora bene il dialetto del posto, ma conosceva il linguaggio dell'umiliazione. Si ritrasse come una tartaruga nella sua tana. D'un tratto capì. Il ragazzo alto come un giunco affondò il bisturi dell'invettiva nella pelle nera di lucertola di Pablito: “Tua madre si è scopata un nero” salmodiava graffiando l'aria stagnante con l'indice destro. Lo ripeté fino alla nausea, accompagnando la voce con una gestualità ritmica, quasi stesse mimando un rito voodo. Gli altri lo seguivano, ritmando le parole con voce baritonale: “Tua-ma-dre-si-è-scopata-un-ne-ro”. Accompagnavano la litania mortuaria con una gestualità aggressiva, come se davanti a loro ci fosse un capro espiatorio.

Pablito si raggrinziva e si ritraeva seguendo la malia del canto e le immagini cominciarono a mulinare, sempre più rapide nella sua psiche bambina ossificata dal rituale del disprezzo. Il suo occhio interno ebbe la percezione dell'amplesso che aveva scoccato la triste scintilla della sua esistenza grama, la colpa primordiale di cui lui era il frutto blasfemo. Poi vide sé stesso, un informe schizzo d'embrione, un pupattolo nero che cresceva abbarbicato alla tetta materna. Le immagini vorticavano come una vertigine che disperdeva i contorni e si raggrumava in una macchia di pece, un buco nero nel barbaglio assetato di quella campagna stregata. Rotolò a terra digrignando i denti, la bocca che schiumava veleno, il corpo esanime che martellava convulsioni. Sembrava una statua di legno, la faccia forata da una smorfia di orrore, che la faceva sembrare una maschera africana.

I bulli tacquero e rimasero immobili, convitati di pietra di un'esecuzione. Quello alto come un giunco continuò a cantilenare l'invettiva, ma poi perse coraggio di fronte al muro del silenzio. Rimase a guardare affascinato il corpo nervoso di Pablito che si contorceva come una serpe nodosa. Sembrava fiero di avere scatenato una forza così potente dalle viscere del ragazzo. Ricominciò a infierire su Pablito, che continuava a schiumare in preda al martirio. Prese a calci la pelle di lucertola della schiena, che sobbalzava ad ogni colpo come un tamburo. Lo colpì anche sulla lana della testa e si aprirono piccole labbra che sputarono sangue. Pablito fu scosso da convulsioni sempre più forti, come fosse in preda ad un elettroshock, digrignò la bocca e si strinse la lingua tra i denti, fino a farla sanguinare. Vomitò sangue dalla bocca e dalla testa. La pelle nera di lucertola era tumefatta, come se si spalancasse in tanti occhi violacei che guardavano atterriti. La sua mente vorticava vuota.

Loris, insospettito dall'assenza prolungata di Pablito, s'incamminò come un'ombra verso l'albero e interruppe il rituale bullesco. “Che cazzo fate, stronzi” urlò. “Che cazzo vuoi tu, pezzo di merda” sibilò il ragazzo alto come un giunco. “Vattene e fatti i cazzi tuoi, se non vuoi fare la fine di quello” gli disse puntando l'indice come un artiglio sul corpo ormai esanime di Pablito. Si fronteggiarono come due belve nell'agone, toccandosi solo con lo sguardo. Gli altri allargarono il cerchio, in silenzio. Respiravano l'odore acre del combattimento. L'attesa si fece febbrile, mentre i due si studiavano saltellando come in un incontro di boxe.

Dopo un po' si aggiunse al gruppo il manipolo dei lavoranti attirati dalle urla. Si disposero in fila, fronteggiando i bulli che formarono un'altra fila. Al centro c'era Pablito disteso come un'ombra nera e i due lottatori in procinto di avventarsi l'uno contro l'altro. Sembrava una scena epica, resa ancor più surreale dal biancore incandescente della controra.

Il ragazzo alto come una spiga guardò con apprensione i contadini tracagnotti e minacciosi. Loris intercettò l'attimo di smarrimento e sferrò un pugno facendo roteare il capoccino dello spilungone a trecentosessanta gradi. Il corpo lungo e sottile come una spiga si piegò, come sotto una folata di vento un po' più forte, e cadde per la vertigine. Gli altri furono incoraggiati ad avvicinarsi alla schiera dei bulli. Questi incominciarono a farsela sotto e indietreggiarono. L'odore acre della paura si mescolava al profumo del sangue e di sudore. Era l'odore primordiale di maschi che si sfidavano e si affrontavano.

I bulli si fecero sempre più piccoli, mentre gli altri si avvicinarono sempre più minacciosi. Poi, come per un'intesa comune, si voltarono e se la diedero a gambe. Gli altri diedero uno scatto di reni, come per inseguirli, ma rimasero lì e incominciarono a schernirli: “mocciosi cacasotto femminucce”. Anche lo spilungone, che nel frattempo si era rialzato, si fece piccolo e batté in ritirata arrancando dietro agli altri.

Pablito giaceva immobile come un tronco. Ma la sua mente mulinava immagini feroci di belve che si sbranavano, di lotte tribali pervase dall'odore adrenalinico del sangue, che avevano come epilogo la sua cattura. Si dibatteva in una gabbia immateriale di ferite, saliva e convulsioni, come un pesce fuori dall'acqua. L'aria rovente gli tagliava il respiro. La tribù continuava a salmodiare il verdetto di morte: “Tua madre si è scopata un negro, negro, negro – nerooooooo…”. Si sentì pronto ad espiare la sua colpa. Avrebbe saldato il suo debito. Finalmente si sentì in pace.

I lavoranti si avvicinarono al corpo di Pablito formando un capannello e lo osservarono dapprima incuriositi, poi spaventati. “E ora che facciamo?” disse Loris agli altri, che sembravano istupiditi. “Portiamolo in ospedale” fece uno con la faccia schiacciata come una focaccia. “Ma avrà qualcuno, no?” bofonchiò un altro in fondo. “Siete completamente rincoglioniti” intervenne nuovamente Loris. “Ma lo vedete come è ridotto? Lo portiamo così, ce la mettono nel culo sapete, non ci crederanno mai che c'erano quelli. A noi non credono mai”. “Ha ragione”ragliò uno da dietro “Quelli come noi se la prendono sempre nel culo”. “Dobbiamo liberarcene” tagliò corto Loris “così uno di meno e si lavora di più”. Vi fu un breve silenzio, seguito da grugniti di approvazione. “Non possiamo. Guardate, si muove!” fece quello con la faccia come focaccia. Tutti guardarono il corpo di Pablito, che fu attraversato da una potente convulsione di paura, come se percepisse la condanna che pendeva su di lui. Infatti Loris sentenziò “c'è una discarica a pochi chilometri da qui. Mettiamolo sul furgone e portiamolo lì. Nessuno lo troverà”.

Il corpo continuò a dimenarsi, quasi in preda ad una volontà estranea. Loris gli tappò la bocca e il naso con la mano, fino a quando non tornò ad essere rigido come un pezzo di legno. Quello con la faccia come focaccia e altri due lo aiutarono a caricare il corpo di Pablito sul furgone. Era ancora caldo e pulsante. Loris si mise alla guida mentre quello con la faccia come focaccia era sul sedile posteriore e teneva in braccio Pablito. Il silenzio fu rotto da una domanda “Loris” fece l'altro che sembrava un bambino smarrito “e se lo cercano che diciamo?” “Ma vedi che sei stupido” gli rispose Loris “una volta che sparisce nessuno lo cercherà più. Ci saranno altre braccia e nessuno si ricorderà più della sua faccia di negro”. Arrivarono alla discarica. Gettarono nell'immondizia il corpo di Pablito. Era solo un fagotto nero in una distesa di plastica scura.

Valeria Montaruli

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