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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[14/2/2006]

# 11_Miro Silvera


Intervista allo specchio


Essendo nato sotto il segno dei Gemelli, in me convivono due nature, un Castore e un Polluce, un dottor Jekyll e un Mr. Hyde, così ho deciso che, una volta tanto, avrei anche potuto trarre un certo divertimento nel pormi in silenzio alcune domande sul ‘fare poesia', a cui poter rispondere con franchezza. Sicché, davanti a uno specchio immaginario (e lo scrittore non è sempre un po' Narciso?) ho riflettuto sulle alterne sorti di un poeta che ha il mio nome, è nato nella lontana Aleppo ed è finito a Milano. Se ben ricordo, come molti italiani, ho iniziato a scrivere poesie a scuola, ai tempi delle medie. Anche se Giacomo Leopardi mi piaceva più di tutti, non riuscivo a ritrovarmi appieno nel tono alto dei ‘classici'. Avevo bisogno di qualcosa di ben più dimesso e semplice che mi corrispondesse nella quotidianità. Così ho iniziato a riempire qualche quadero con filastrocche, salmi (ricordo ancora Il salmo della pentola che bolle, scritto in cucina) e momenti poetici messi in rima che meglio esprimessero il mio bisogno di poesia.

Credo che almeno metà della popolazione italiana sia entrata nel poetare proprio in questo modo, in punta di piedi. In seguito, la maggior parte si perde lungo la strada, soffocata nella crudezza del vivere. Io ho avuto l'ostinata fortuna di poter continuare nei miei esperimenti da funambolo. Rime e suoni mi hanno sempre affascinato. La poesia è stata per me un rifugio di tempi bui, una consolazione che oserei definire ‘mistica'. Tiravo fuori ciotole d'acqua da un pozzo che sembrava profondo. A volte torbida, a volte limpida e dolce, l'acqua narrava. In questo modo ho messo da parte alcune composizioni in italiano e in francese (in Siria, la prima lingua era il francese, e la seconda l'arabo), e nel 1969 le ho raccolte sotto il titolo di Les Angéliques, facendone stampare 300 copie da un amico tipografo con l'etichetta di una fantomatica casa editrice chiamata Blake & Pound, perché entrambi gli illustri predecessori avevano edito libri a proprie spese. Ho ripetuto l'esperimento nel 1970 sotto la stessa etichetta con il titolo Désordre del Ordres. Nel frattempo, lavoravo in un ufficio commerciale e scrivevo per alcune riviste.

Per avere una raccolta poetica degna di tale nome, ho atteso sino al 1977, quando Scheiwiller ha pubblicato in una bella edizione con dieci disegni di Piero Fornasetti il mio Liber Singularis. Conservo ancora da qualche parte il contratto scritto da Vanni Scheiwiller con minutissima calligrafia. Ho raccolto buone recensioni, e amici che hanno amato e incoraggiato il mio modo di fare poesia. Tra un libro e l'altro, ho scritto di cinema, costume, insomma di tutt'altro. Scrivevo racconti che Giuseppe Pontiggia ha molto amato. È stato Luciano Foà a presentarmelo, nella vecchia sede dell'Adelphi. E per la prosa ho messo da parte la poesia. No, mi accorgo di mentire. Quando il demone mi provocava, buttavo giù strofe e versi, cristallizzando momenti da afferrare come fantastici insetti da collezione. La poesia è un fulmine. Non puoi sederti a tavolino quando vuoi, non è una seduta spiritica. L'estro ti coglie quando vai per strada, quando una parola ti frulla ossessiva, e s'apre in te una voce, e un canto sottile ti viene dettato. Noi siamo scritti.

Se la prosa è un vino di prima spremitura, la poesia è un distillato altamente alcolico, intossicante e da raccogliere con cautela. Sicché stimando l'amico Marco Zapparoli, tredici anni dopo l'ultimo Liber Singularis, ho consegnato a lui il mio Arti e misteri, che è dunque uscito nel 1990 da Marcos y Marcos. Ancora tredici anni dopo quel titolo, l'amico fraterno Filippo Tuena mi ha chiesto un libro di poesie per la sua nuova collana presso l'editore Aletti. Dio nei dettagli è nato così, pezzo dopo pezzo, come un'ultima ricerca musicale sempre più esigua, filiforme, indicante la direzione di un silenzio finale. Vi si trovano anche poesie nate in lingua inglese. La mia musa ha multipla personalità, è un caso clinico di sdoppiamenti che, in altre epoche, avrebbe forse sollecitato un esorcista. Io mi aspetto che un giorno o l'altro si esprima anche in quella meravigliosa lingua di suoni e di sospiri che è il cinese (che non conosco) o nell'enigmatico ebraico (che un poco conosco). Forse sono i poeti morti che si manifestano passando attraverso alcune porte che cerco di tenere socchiuse. Comunque io, più che un poeta italiano, sento di appartenere a tutte le parti del mondo. Da ebreo nomade, è tutto contenuto nella sacca di un cammello, dove le provenienze di molti profumi si confondono, diventando coro.

Aldous Huxley paragonava l'arte a una rete, dove i buchi contano tanto quanto le corde intrecciate. Senza le pause, la grande musica non esisterebbe, così come la poesia non esisterebbe senza i silenzi. Come diceva lui, ‘i buchi nella rete sono in realtà accessi a un mondo di conoscenza spirituale che giace dietro il regno della conoscenza sensibile'. Anche la mia poesia è fatta di pieni e di vuoti, perché chi la legge possa entrarvi e colmarli del suo sentire.

Miro Silvera

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