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Testi che hanno dormito troppo a lungo nei cassetti.
Autori che si meritano quindici minuti di eternità.
Immagini che commentano, amplificano e illuminano fili nascosti.
Una crestomazia dalle tre P: progressiva, periodica e non pusillanime.

[16/7/2006]

# 15_Silvia Vecchia

Casquet

(Qui si parla di un casquet. Attenzione: per seguire la descrizione è indispensabile saper contare fino a otto, perché in otto si conta il tempo della frase musicale che sta già suonando in sottofondo ed è quella che fa testo, altrimenti si finisce fuori sincrono e addio scena.)

Uno. Arriva che è già l'una, risale rapida la corrente di umanità sudata in uscita dal locale, fa il suo ingresso nella zona tavolini e la attraversa difilato con passo leggero, sfiorando con la gonna spumeggiante l'orlo dei bicchieri, scansando gli sguardi che vorrebbero impigliarla. L'onda del suo stesso movimento la porta in cima alla scaletta che sprofonda sulla pista, la deposita sulla riva e si ritira. Pausa. Immobile, riceve a pori aperti la secchiata di musica caliente e fiati umidi che arriva da là sotto, dove la gente ribolle. Si raccoglie, poi con un piccolo scatto raddrizza la schiena, riapre gli occhi, scrolla via il cappotto.
Aspetta. Un fascio di luce che orbita lentamente la raggiunge, la scontorna, espone i suoi colori. Leviga la pelle bianca, lucida i capelli scuri, accende il rosso del vestito.
Sono pronta dichiara al marasma sottostante.

Dos. La rappresentanza argentina ammucchiata ai piedi della scala percepisce vagamente una presenza, ma è solo uno che coglie l'occasione, solo una la testa che si volta, gli occhi in perfetto allineamento col cinturino di quelle scarpe. Lì si allaccia preciso lo sguardo che valutando e via via approvando risale caviglie sensibili, ginocchia elastiche, fianchi sciolti, vita sinuosa, spalle diritte, capelli raccolti, orecchie disponibili. E occhi che setacciano attenti, puntati sulla massa ondeggiante, a caccia di una figura che meriti di essere seguita.
Tutto lo porta a concludere: la ragazza è ballabile.

Tres. Ancora non sembra convinta, ma un leggero flettersi delle ginocchia a tempo con la musica annuncia (uno) il desiderio crescente di muoversi, il moto (due) si trasmette alla cintura, le mani resistono appoggiate alla ringhiera ma i piedi (tre) vogliono andare e infatti (quattro) eccola che va, partendo col sinistro attacca in controtempo i primi quattro gradini, pausa sul quinto, e cinque, sei, sette, otto, atterra sulla pista ancora col sinistro, giusta sulla fine del periodo milonguero. Prevedendo con certezza dove sarà l'appoggio del destro, è lì che lui l'aspetta per fare ingresso nel cerchio dei suoi passi e condurla con virtuosismo che non permetta dubbi dritta nel vivo di un volteggio.

Cuatro. Se la porta via così, sul tempo, e adesso che ce l'ha in mano la fa girare. La impegna subito in un paio di figure veloci, un po' per fare sfoggio delle sue bravure, un po' per alleggerirle la testa ed obbligarla ad appoggiarsi a lui. Lei si adatta senza sforzo, e nel secondo giro entra già quasi in anticipo come a dirgli ci vuol altro per sorprendermi, sbruffone di un sudaca. Però è compiaciuta, e glielo fa sentire facendosi subito leggera tra le sue braccia, segnale inequivocabile di gradimento oltre che di quella capacità di governo della densità corporea che rivela la vera ballerina. È un primo passo ma la trattativa è appena cominciata, anche se adesso è chiaro che se ne può parlare. Scompaiono dietro al muro di gente che si apre per lasciarli passare, lasciamoli soli a ballare, e prendersi le misure.

Cinco. Forse a questo punto c'è bisogno di qualche spiegazione. Dunque l'uomo e la donna stanno di fronte, lui le tiene la mano destra nella sua sinistra, appena più in alto della spalla. Con l'altro braccio le circonda la vita, e appoggia la mano sopra la curva delle reni. Appoggia vuol dire appoggia, non appiccica, né sfiora, entrambe le cose fastidiose per opposti motivi. Nel momento in cui quella mano si posa sancisce la presa di possesso di un territorio, e la schiena diventa una scacchiera, o se volete un quadrante, una tastiera, un campo con un proprio orizzonte e un sistema di coordinate. Spostando di pochissimo il peso, verso il nord che sta tra le scapole, o giù verso il sud che è permesso citare ma non raggiungere, o verso ovest alla sinistra di lei, o verso est alla sinistra di lui, le comunica la direzione che la coppia prenderà. La musica ce l'hanno già tutti e due, questo si dà per scontato. Lui può essere svizzero e lei martinicana, possono essere ciechi e muti, possono essere amanti da anni o perfetti estranei, come in questo caso. Con quell'abbraccio le dice tutto quello che c'è bisogno di dire, se lei è capace di ascoltare.

Seis. Eccoli che tornano: e qualcosa è cambiato, si vede benissimo, quelli che rispuntano al centro della pista non sono gli stessi due che abbiamo lasciato cinque battute fa. Anzi, non sono più due, ma una coppia. E che coppia. Vengono avanti roteando, saldati insieme in un movimento fluido avvolto dalla corolla rossa fiammante della gonna, vengono a prendersi lo spazio che gli spetta, largo, largo, la gente gli fa largo, adesso vederli è uno spettacolo. Chi non sa può solo constatare che è fiorito il sorriso, che l'accordo è raggiunto, e che il discorso si è spostato dal piano dell'abilità a quello della complicità. Ma a voi basta guardare come si appoggia quella mano su quella schiena, con quale padronanza, per sapere in quale lingua è stata chiesta ed accordata confidenza.

Siete. Si sono come fusi, hanno messo a punto la grammatica e adesso ricamano frasi improvvisate sul limite del ritmo, le fronti si sfiorano, le gambe intrecciano arabeschi velocissimi frammentando gli otto tempi regolamentari, li frantumano in sedicesimi, li polverizzano in trentaduesimi, sfruttando i controtempi per ritorni spericolati nel circolo di un giro lento, respirato, rilassato. Possiedono il tempo. Se lo girano come vogliono. Possiedono il corpo al punto da dimenticarselo, consegnarlo all'altro, che ne faccia quello che gli pare, che si diverta, che se lo goda per la gioia che può dare.

Ocho. I ballerini si sono dati, si sono presi, e adesso sono stanchi. C'è una cosa che lui vorrebbe, ma non sa come arrivarci. Più volte ha preparato la figura, fino quasi al dunque, poi ha sentito nella schiena di lei una fermezza, l'ombra di un possibile rifiuto e non ha insistito. Il brano scivola verso la fine. Prova ancora con un invito, ma lei non si sbilancia. Forse non ha capito la domanda. Allora decide. Inchioda a metà giro, le serra le ginocchia tra le sue e aspetta che arrivi lo sguardo. Quando lo ha preso blocca anche quello. La gonna arriva ultima, frusta l'aria e ricade. Sollevata sulle mezze punte, la tiene appesa solo con gli occhi. Tutto è fermo. Sale la mano lungo la schiena, sfiora la nuca. Si sciolgono i capelli lisci, e gli occhi danno il permesso.
Adesso. Piega il ginocchio e su quello, finalmente, lei si abbandona.

Nel cerchio di gente che gli fa da arena restano immobili, in mezzo alle rovine del casquet. Dalla sua fronte chinata su di lei, piove una goccia di sudore. Cade sulla gola bianca, scivola lungo il collo rovesciato, e dietro l'orecchio si unisce all'onda dei capelli che spazzano per terra.

Silvia Vecchia

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